Appunti ed emozioni dopo la visione del nuovo Sandokan di Jan Maria Michelini
Ho appena visto la prima parte di questo nuovo Sandokan diretto da JM Michelini e mi sono ritrovato a di-vagare tra presente e passato; tra il Can Yaman di oggi e il Kabir Bedi che mi folgorò a dieci anni nel lontanissimo 1976.
A scanso di equivoci, premetto subito che anche questa volta mi sono emozionato. Quasi quanto allora; quando, da inquieto bambino, restavo incollato allo schermo davanti alla serie televisiva di Sergio Sollima. E questo, di per sé, è già un risultato notevole per un remake che sulla carta, dai confronto, sembrava avere tutto da perdere.
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Fedeltà e rivisitazione
La nuova serie di Jan Maria Michelini opera scelte interessanti sul piano della fedeltà al testo salgariano. Si recupera anche il dettaglio della nascita napoletana di Lady Marianna da madre italiana; particolare che mi ha regalato un sorriso di orgoglio partenopeo. Inoltre, il rapporto con James Guillonk viene esplorato con nuove sfumature rispetto alla figura dello zio rigido e tutto d’un pezzo che ricordavo.
Ambientazioni e costumi sono curati, l’atmosfera da favola esotica ben costruita. Alessandro Preziosi nei panni di Yanez, Alanah Bloor come Lady Marianne ed Ed Westwick in quelli di Lord James Brooke compongono un cast convincente, affiancato da straordinarie figure esotiche di un Oriente immaginario. Su tutte Madeleine Price, nei panni di Sani, la serva/amica della perla di Labuan.
Eppure qualcosa, inevitabilmente, manca (50 anni non passano senza lasciare segni; senza tenere conto di tutte le ovvie mitizzazioni del passato che inficiano l’oggettività del giudizio).
Can Yaman è credibile, ma non possiede quel magnetismo quasi ipnotico che emanava Kabir Bedi: quella capacità di incarnare contemporaneamente ferocia e nobiltà d’animo in uno sguardo solo. Philip Leroy aveva costruito un Yanez dall’ironia distaccata e guascona, una maschera di leggerezza dietro cui si intuiva profondità e astuzia; Adolfo Celi dominava lo schermo con una durezza controllata che rendeva Lord Brooke terrificante proprio perché mai sopra le righe. Sono standard altissimi; forse impossibili da eguagliare.
E poi, la violenza degli anni ’70 era senza sangue, come in un cartone animato o in un film di Bud Spencer e Terence Hill. Oggi, dopo i fiumi di sangue tarantinato, c’è molto più splatter e Grand Guignol nelle scimitarrate dei tigrotti di Mompracen.
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La musica dell’anima
Mi ha fatto piacere che i compositori di nuovo conio abbiano seguito la partitura della sigla originale dei fratelli Guido e Maurizio De Angelis, altrimenti conosciuti come Oliver Onions.
Quella che fa:
Sandokan, Sandokan,
giallo il sole la forza mi dà.
Sandokan, Sandokan,
dammi forza ogni giorno ogni notte coraggio verrà.
Sandokan, Sandokan,
giallo il sole la forza mi dà.
Sandokan Sandokan
dammi forza ogni giorno ogni notte coraggio ve-
Tuttavia, mi mancano certi guizzi della colonna sonora del ’76: quelle improvvise accelerazioni, quei silenzi narrativi carichi di tensione che i De Angelis sapevano infarcire di strumenti etnici e scale orientali.
La nuova colonna sonora fa bene il suo mestiere, ma non crea quelle atmosfere esotiche e suggestive che anticipavano la migliore world music all’italiana con le sue contaminazioni mediterranee e mediorientali. A mio modo di vedere e di sentire, quella degli Oliver Onions è stata un’opera pop epocale, ed anche un’inconsapevole precorritrice di “Creuza de mä” di Fabrizio De André e Mauro Pagani. Qui siamo nell’ordinario.
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Mompracem è Cuba (e altro ancora)
A questo punto, arrivo alla questione che autobiograficamente più mi preme. Perché, come vado ripetendo da tempo, a me la lotta contro gli oppressori l’hanno insegnata Salgari e Sollima prima ancora che Marx, Bakunin e Che Guevara. E continuo a pensare che l’isola di Mompracem sia Cuba, che Sandokan sia un po’ Fidel e un po’ il Che quanto Yanez è un po’ il Che e un po’ Fidel.
Mi spingo fino a immaginare che sia Fidel Castro che Che Guevara avevano letto Salgari ed emulavano consapevolmente le gesta della Tigre della Malesia e del Corsaro Nero. E Salgari, come scrisse da qualche parte Omar Calabrese, aveva a sua volta ricalcato le gesta di Garibaldi; il quale, aggiungo io, emulava le imprese rivoluzionarie di Simón Bolívar. In questo viaggio a ritroso potremmo arrivare fino a Spartaco, o a Prometeo: archetipi eterni dell’insurrezione contro ogni tipo di oppressione.
Salgari, in qualche modo, raccontava, attraverso la sua Malesia immaginaria, la lotta contro chi predica il libero mercato e tiene gli uomini in schiavitù; una favola civile in cui le libere volpi, nel loro scorrazzare tra i liberi pollai, si imbattono in tigri che non sono di carta né di cartapesta.
Tanto che, a un certo punto, mi sono fermato, ho sorriso, e sono tornato a cantare a squarciagola:
Sale e scende la marea,
Sandokan tene ‘a diarrea,
e Marianna è preoccupata,
‘a supposta è priparata…



Ma questa volta la supposta non è destinata a Sandokan, ma a tutto un coacervo di oppressori che predicano libertà mentre stringono le loro catene. Un medicamento popolare e ribelle che vale più di mille proclami.
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Verdetto provvisorio
Insomma, questa nuova serie non arriva ad eguagliare la mia memoria dell’originale; sarebbe stato un miracolo, se ci fosse riuscita. Ma la rispetta, ne comprende lo spirito, e soprattutto ha il coraggio di esistere in un’epoca che sembra aver dimenticato che l’avventura può essere anche pensiero, che l’evasione può essere educazione sentimentale e politica.
Mi sono emozionato. Mi sono divertito e mi sono commosso. E dopo quasi cinquant’anni da quella prima visione, con tutto il cinismo che gli anni accumulano addosso, non è cosa da poco. Le emozioni che mi scorrono nelle vene da allora hanno trovato nuova linfa, anche se diversa.
Forse è questo il senso di ogni remake riuscito: non sostituire la memoria; ma riuscire a ravvivarla e dialogarci.
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Il video di San Docano da Teulada
Una selezione di miei disegni in qualche modo ispirati alla saga, con sottofondo degli Oliver Onions nella storica canzone/sigla del Sandokan televisivo del ’76.