Il pricipio di realtà

Cos’hanno in comune:
1) l’idea che l’Occidente possa fare a meno di combustibili fossili e abbandonare i motori a scoppio mentre il resto del mondo non ci pensa nemmeno;
2) l’idea che l’esercito russo sia tecnologicamente arretrato, combatta con le vanghe, sia guidato da un pazzo, e crolli perché mandiamo agli ucraini le nostre armi;
3) l’idea che se sei maschio ma stamattina decidi di essere femmina questo significa che sei femmina punto e basta, e il resto sono quisquilie e pinzillacchere conservatrici;
4) l’idea che l’Europa possa sopravvivere come potenza economica in assenza di approvvigionamenti energetici a buon prezzo;
ecc. ecc.?

leggi tutto su https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-impero-dell-immagine-di-consumo

Il collasso occidentale

Quindi esiste un abisso tra Usa e Cina dove ci sono investimenti diretti dello Stato per collegare le grandi città alle zone rurali ed elevare così il reddito generale: in questo si scorge il modello di una diversa visione sociale ed economica di integrazione, sviluppo accelerato e prosperità condivisa che non ha nulla a che vedere con il sistema americano attuale dove l’unica condivisione è quella della precarietà e della diminuzione costante del reddito reale. Nell’ex celeste impero il governo è direttamente coinvolto nel funzionamento dell’economia, il che significa che sovvenziona quelle industrie che favoriscono la crescita e stimolano lo sviluppo comune. Al contrario il capitalismo americano è un selvaggio tutti contro tutti in cui i proprietari privati ​​sono in grado di dirottare ingenti somme di denaro in riacquisti di azioni proprie improduttive e altre simili operazioni sostanzialmente truffaldine  che non fanno nulla per creare posti di lavoro o rafforzare l’economia. Dal 2009 le società statunitensi hanno speso più di 7 trilioni di dollari in riacquisti di azioni proprie , un’attività che aumenta i pagamenti ai ricchi azionisti ma non riesce a produrre nulla di valore materiale.

estratto da https://ilsimplicissimus2.com/2023/07/13/il-collasso-occidentale/

Le parole del nemico

Guerra delle – e con –le parole. George Orwell affidò, in 1984, all’arcinemico (inesistente) del partito al potere, Emmanuel Goldstein, il compito di svelare meccanismi, artifici e obiettivi della neolingua, che agiva per sottrazione sino a dissolvere significati e concetti per assenza delle parole con cui esprimerli. Profezia avverata: l’impoverimento del lessico, la riduzione al presente di tempi e modi verbali, l’ignoranza di massa, sono già sotto gli occhi di chi osa vedere. Il passaggio più sofisticato è la sostituzione dei significati e dei giudizi insiti nelle parole, sino al capovolgimento, un’operazione di autentica guerra cognitiva di cui dobbiamo segnalare le conquiste territoriali nemiche. Il territorio siamo noi, io che scrivo, tu che leggi.

E’ quindi necessario riconoscere l’esistenza del conflitto e prendere posizione. Nel caso del linguaggio, rifiutando le parole del nemico. Ogni civiltà ha sempre attribuito  enorme importanza- simbolica e pratica- all’atto di “dare i nomi “ alle cose. Per il cristianesimo , per l’islam e l’induismo fu la divinità stessa, in principio, a conferire un nome – quello e non un altro- alle cose, ai concetti, alle creature. Nome che diventa anima, senso, criterio valutativo. Nella tradizione cinese, “rettificare le denominazioni”, ovvero fare chiarezza, è il primo obiettivo di chi governa. Nulla di nuovo sotto il sole: cambiano le modalità, diventano più potenti i mezzi, ma gli scopi restano identici. La differenza è che stavolta la meta finale è il superamento della creatura uomo.

estratto da Maurizio Blondet di Roberto Pecchioli

Credere all’assurdo

Fonte: Andrea Zhok

In fin dei conti la dinamica dell’accettazione della menzogna è sempre la stessa.
Non è che il mondo sia fatto prevalentemente da stupidi.
Non è che di fronte alle due contraddizioni al dì prodotte dalle “autorità sanitarie” nel periodo pandemico la maggioranza non percepisse niente di problematico.
Così come non è che oggi i più non vedano le straordinarie contorsioni semantiche delle “autorità politiche” per accreditare una lettura a senso unico della guerra russo-ucraina.
E parimenti, non è che i più non vedano le forme di censura, non vedano i pericoli della cancel culture, non vedano il carattere fuori proporzione delle presunte tutele dei “diritti civili” nella dimenticanza del diritti sociali.
E ancora, non è che i più non vedano che il sistema culturale d’importazione americana abbia avuto un effetto catastrofico sull’Europa, o non vedano che aver abbracciato l’euro abbia rappresentato l’inizio della fine per l’economia italiana, ecc. ecc.
Tutte queste cose, che per una minuscola parte della popolazione rappresentano evidenze da cui partire non è che siano celate alla maggior parte della gente.
No, il problema è un altro.
Il problema è il tasso di sopraffazione cui la popolazione media è sottoposta.
I più percepiscono tutte quelle incongruenze e molte altre, ma non hanno le forze psichiche per trarne alcuna conseguenza, perché farlo significherebbe sostanzialmente cestinare in blocco il mondo in cui ufficialmente si presume tutti vivano.
Significherebbe entrare in conflitto costante e durevole con le apparenze circostanti, presupposte dal discorso pubblico; significherebbe iniziare a dover sorvegliare ogni parola, ad essere disposti a trovare una nuova motivazione per ogni cosa; significherebbe mettersi nella disposizione di lungo periodo di remare contro corrente.
E questo per una popolazione già stremata dalle difficoltà di una quotidianità obnubilante è insostenibile: sono semplicemente sopraffatti.
E perciò è meglio credere all’assurdo, o fingere di crederci, o fingere che sia irrilevante crederci o non crederci, purché tutto possa continuare come prima, purché non debba assumermi un altro, l’ennesimo, onere.
Ed è così che un sistema fondato sulla menzogna trionfa.
Non perché davvero abbia persuaso i più, ma perché l’anticipazione di quanta fatica, quanto stress costerebbe prendere una posizione differente dissuade quasi tutti dal fare alcunché.

jazz a Ferrara

La nuova rassegna del Gruppo dei 10, Tutte le Direzioni in Summertime 2023, inaugura giovedì 8 giugno al Leon d’Oro di Ferrara con “The Golden Lion Concert N°2”, con la Roaring Twenties Jazz Band & Friends. Il locale davanti alla Cattedrale, infatti, aveva ospitato il gruppo per la prima volta nella scorsa edizione. Sarà pertanto un caloroso ritorno della band, composta da Andrea Smiderle alla tromba, Bruno Fregna al clarinetto e sax soprano, Giacomo Scanavini al trombone, Andrea Zardi al pianoforte, Tiberio Bragaglia al banjo, Giordano Giordani al basso acustico, Roberto Bergamini alla batteria.
  Tra gli amici presenti per l’occasione, ci saranno ben cinque ospiti di assoluto rilievo: la cantante Sara Longo, i sassofonisti, rispettivamente tenore e basso, Carlo Atti e Giorgio Beberi, Glauco Benedetti, vero virtuoso del basso tuba, Andrea Boschetti alla chitarra. Dall’8 giugno al 25 agosto la rassegna musicale del Gruppo dei 10 “invade” con la buona musica l’entroterra ferrarese fino ai lidi estivi. Sono infatti nove gli appuntamenti racchiusi in Tutte le direzioni in Summertime 2023, ideata e organizzata da Il Gruppo dei 10. Per la prima volta la manifestazione “approda” anche a Un fiume di musica, rassegna che si svolge al molo Wunderkammer nella suggestiva darsena di Ferrara. Oltre allo Spirito di Vigarano Mainarda e il Leon d’Oro a Ferrara, ci saranno tre mete marittime a ospitare gli eventi: Marrakech Beach 55 di Lido di Spina, il Bagno Medusa di Lido di Estensi e il Bar Ragno di Comacchio. Il Gruppo dei 10, sodalizio ideato nel 2010 da alcuni ferraresi desiderosi di arricchire il panorama culturale estense con concerti dedicati al jazz e non solo, torna con una nuova proposta per trascorrere insieme l’estate, come sempre verso tutte le direzioni che la musica sa offrire. Il minimo comune denominatore di Tutte le direzioni in Summertime 2023 è la riproposta di alcuni dei più bei concerti già tenuti nel recente passato allo Spirito, ribadendo così la volontà di suggerire un ascolto non effimero, ma approfondito e condiviso, al pubblico sempre più complementare alle scelte de Il Gruppo dei 10.
Inizio concerto alle 21.30, preceduto dalla cena
Tutte le info sono anche sul sito www.ilgruppodeidieci.com

INFO E PRENOTAZIONILeon d’Oro
Piazza della Cattedrale 8, Ferrara 0532.209318
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Federico Faggin

oggi alle 17e30 a Mirandola Federico Faggin in conferenza al Parco della memoria, nell’ ambito del festval della memoria

Origini e formazione

È figlio del filosofo Giuseppe, traduttore delle Enneadi di Plotino. I suoi genitori erano originari di Isola Vicentina ma abitavano a Vicenza dove Federico è nato. Dal 1943 al 1949 la sua famiglia si trasferì a Isola Vicentina a causa della guerra poi ritornò ad abitare a Vicenza. Dopo avere conseguito nel 1960 il diploma di perito industriale, specializzato in radiotecnica, all’Istituto tecnico industriale “Alessandro Rossi” di Vicenza, iniziò subito ad occuparsi di calcolatori presso il Laboratorio di Ricerche elettroniche dell’Olivetti a Borgolombardo, all’epoca tra le industrie all’avanguardia nel settore, contribuendo alla progettazione e infine dirigendo il progetto di un piccolo computer elettronico digitale a transistori con 4 Ki × 12 bit di memoria magnetica.

Lasciata l’Olivetti nel 1961, s’iscrisse al corso di Fisica presso l’Università degli Studi di Padova, dove si laureò summa cum laude nel 1965 e dove venne subito nominato assistente incaricato. Insegnò nel laboratorio di elettronica e continuò la ricerca sui flying spot scanner, l’argomento della sua tesi. Venne quindi assunto, nel 1967, dalla SGS-Fairchild (oggi STMicroelectronics) ad Agrate Brianza, dove sviluppò la prima tecnologia di processo per la fabbricazione di circuiti integrati MOS (Metal Oxide Semiconductor) e progettò i primi due circuiti integrati commerciali MOS.

Faggin decise di stabilirsi negli USA e nel 1970 passò alla Intel, qui Ted Hoff e Stanley Mazor avevano proposto una nuova architettura per la realizzazione di una nuova famiglia di calcolatrici della società giapponese Busicom che allora utilizzava un modello ispirato al Programma 101 della Olivetti. Ted Hoff semplificò l’architettura della Busicom, che usava memorie seriali e quindi un maggior numero di componenti, in un’architettura più generale che utilizzava le memorie RAM appena sviluppate dalla Intel, riducendo a 4 chip il design originale della Busicom che richiedeva 7 chip. Hoff pensava che la CPU potenzialmente potesse essere realizzata in un chip ma non era un chip designer e la sua proposta rimase ferma allo stadio di architettura a blocchi finché Faggin venne assunto per sviluppare e dirigere il progetto del primo microprocessore, il 4004 (inizialmente denominato MCS-4), contribuendo con idee fondamentali alla sua realizzazione…

Il 19 ottobre 2010 Faggin ha ricevuto la Medaglia Nazionale per la Tecnologia e l’Innovazione (National medal of technology and innovation) direttamente dalle mani del presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, per l’invenzione del microprocessore.[4][5]

Unico italiano presente al Computer History Museum di Mountain View[6], nel 2011 ha fondato la Federico e Elvia Faggin Foundation, una organizzazione no-profit dedicata allo studio scientifico della coscienza attraverso la sponsorizzazione di programmi di ricerca teorica e sperimentale presso università e istituti di ricerca statunitensi.[7] Nel 2015 la Fondazione Federico e Elvia Faggin ha stabilito una cattedra di Fisica dell’Informazione presso l’Università della California, Santa Cruz (UCSC) per sostenere lo studio di sistemi complessi, biofisica, scienze cognitive e matematica nel tema unificatore della fisica dell’informazione.

Il 27 novembre 2019, su iniziativa del Presidente Sergio Mattarella[8], Faggin ha ricevuto la massima onorificenza della Repubblica Italiana con la nomina a Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana

Nel 2022, nel libro “Irriducibile. La coscienza, la vita, i computer e la nostra natura” ha proposto una teoria sulla coscienza secondo la quale essa sarebbe un fenomeno puramente quantistico, unico per ognuno di noi in quanto, in base al teorema di non clonazione quantistica, non è riproducibile, per cui nessuna macchina potrà mai ricrearla (non è riduciblie a meccanismi) e continua a esistere anche in seguito alla morte del corpo. La teoria è basata sugli studi del professor Giacomo D’Ariano che rifondano la teoria quantistica su principi informativi.[9]

estratto da Wikipedia

Chiacchiere

Fonte: Franco Cardini

La nostra Felicissima Era Politca e Mediatica è, come tutti sanno, distinta in tre Età: l’Età dell’Oro, Aurea Proles; l’Età dell’Argento, Argentea Proles; l’Età di Merda, Excrementitia Proles.
Durante la Prima Età, padrone del sistema di valori e delle coscienze era il Professore: un Infallibile Padreterno, tipo Giovanni Spadolini o Umberto Eco. Nessuno o quasi osava contraddirlo. Era il tempo delle Tribune Politiche.
Nella Seconda Età, giunsero i Conduttori Televisivi. Non usavano più l’alto linguaggio accademico o il pertinente linguaggio politico, bensì il gergo del Bar dello Sport: ad esempio redigendo continuamente tavole dei Buoni e dei Cattivi, di chi stava dalla Parte Giusta e chi da quella Sbagliata della Storia. E molti fra i Padreterni e le Mammesantissime dell’Età precedente, se volevano sopravvivere e avere al loro fettina di visibilità (sovente interrotta dall’autorevole parere dei Conduttori), dovevano adeguarsi. Era il tempo dei Talk Shows.

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San Marco

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A Venezia il 25 aprile non è solo la celebrazione della Liberazione. È la festa del santo, San Marco apostolo e evangelista e la tradizione vuole che per l’occasione gli uomini regalino alle loro compagne un bocciolo di rosa. I fieri partigiani un po’ di vergognavano di andare o tornare dalle manifestazioni in campo con in man lo “scovolo” avvolto nel cellofane, convocavano i figli e li incaricavano dell’acquisto e del recapito sotto casa pronti a fregiarsi del merito e del doveroso omaggio. Perfino mia madre che aveva sempre spregiato la mimosa dal precoce odor di cimitero, ricordo di una strage di lavoratrici, ci teneva a quel boccolo, riconoscimento di pazienza, solidarietà, vicinanza, lei che aveva seguito il marito in clandestinità per le campagne del trevigiano, facendo la staffetta con Paolo piccino per mano, molto ammirato dai tedeschi ignari che ne apprezzavano occhi azzurri e riccioli d’oro.

Feste

Da tempo immemorabile il 25 aprile e il Primo maggio sono soprattutto date da incastrare nei “ponti” che il popolo dei coletti bianchi ancora si concede. Ma siccome non c’è alcun anelito alla libertà e nessuna concezione che colleghi il lavoro ad essa benché il primo articolo della Costituzione parli di una repubblica fondata sul lavoro, non ha molto senso festeggiare una Liberazione che oggi capiamo non essere del tutto avvenuta, nonostante la guerra partigiana che non fu affatto un intervento marginale e subalterno alla guerra americana, ma una battaglia politica dentro un Paese occupato e condotta principalmente dai lavoratori. Sono soltanto cambiati i fili che muovono il notabilato gattopardesco di questo Paese il quale di anno in anno ha sempre tentato di erodere i significati politici della Liberazione del Paese e di quella dell’Europa dal nazismo che tra l’altro si era realizzata solo grazie all’Unione Sovietica e non al tardivo intervento alleato messo in piedi non contro la Germania – peraltro foraggiata dalle stesse famiglie e centri di potere che oggi ci impongono le loro agende – ma proprio per evitare che l’Urss arrivasse al cuore stesso del continente.

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Realismo

Le prese di posizione di Trump contro la guerra che è ormai l’unica ragione di esistenza dei sedicenti democratici americani, ma direi dell’occidente stesso incatenato al non senso di emergenze artificiali, ha probabilmente causato il disperato intento di toglierlo dalla prossima gara elettorale con le inconsistenti accuse che gli vengono mosse da un procuratore di Soros. Niente guerra, niente emergenza, niente futuro per la cupola di potere che se l’è mangiato nei due ultimi decenni. Però bisogna essere realisti, la mossa nonostante la sua evidente pretestuosità e si potrebbe dire illegalità, finirà molto probabilmente per risultare vincente visto che i democratici, intendo gli elettori, saranno probabilmente sensibili a questa vicenda e si recheranno alle urne in numero maggiore di quanto non si potesse immaginare prima di questa vicenda: non bisogna mai dimenticare che sono caduti mani e piedi nell’assurda narrazione del Russia Gate, mentre i trumpiani fronte a questo uso strumentale della giustizia non si sono nemmeno sognati di protestare, cosa abbastanza significativa. Se poi anche questo non bastasse a mantenere la Casa Bianca nelle mani dei soliti noti non sarebbe difficili tirare fuori dal cilindro una qualche epidemia per trasferire il voto dai seggi alla posta oppure ai sistemi elettronici grazie a cui qualsiasi risultato può essere ampiamente manipolato per mettere le “cose a posto”. Semmai ci si potrebbe augurare che comunque ottenga la nomination da parte del Gop e da quella tribuna riesca ad organizzare

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