I mezzi pubblici a Roma – si sa – sono un disastro. La situazione, a dir poco precaria, è aggravata dalle inefficienze dell’Atac (sono ormai leggendarie le assunzioni a tempo indeterminato, da parte dell’allora sindaco Alemanno, di numerosi amici suoi in qualità di dirigenti del tutto inutili per l’azienda).
A tutto ciò si aggiunge un’alta percentuale di “portoghesi” (passeggeri che non pagano il biglietto, complice l’assenza pressoché totale dei controllori). Per cercare di limitare il fenomeno e recuperare un po’ di soldi, l’Atac le ha pensate tutte (tranne la soluzione più ovvia, cioè intensificare i controlli – del resto gli amici di Alemanno si rifiutano di abbassarsi a fare un lavoro umile come quello del controllore, a costo di girarsi i pollici in un comodo ufficio dalla mattina alla sera): ha anche cercato di prendere ispirazione dalle altre città.
Così, sulla linea B1 della metropolitana, ha installato i tornelli in uscita, come a Milano: l’idea era di bloccare e individuare quelli che entrano senza biglietto. Idea pessima, oltre che dispendiosa: chi scavalca i tornelli in entrata non avrà problemi a fare lo stesso in uscita, azzerando l’utilità dei costosi apparati.
Ma c’è di più. Anche lasciando da parte i portoghesi, mettetevi nei panni di chi paga regolarmente il biglietto. Dopo un’attesa di 15-20 minuti del passaggio del treno, dopo un viaggio in una specie di carro bestiame spesso senza aria condizionata, tormentato da incessanti rumori di ferraglia, all’arrivo a destinazione l’unico desiderio è uscire al più presto da quell’inferno. E l’idea di fare una lunga, estenuante e inutile fila al tornello in uscita è la goccia che fa traboccare il vaso. Così c’è sempre qualcuno che, pur di evitarla, preferisce aprire le porte allarmate – e pazienza per il rumore.
In teoria il fragoroso allarme sonoro dovrebbe far scattare i controlli. In pratica il personale dell’Atac – un po’ per pigrizia, un po’ per esasperazione, un po’ perché spesso e volentieri non c’è proprio – non interviene mai. Anzi: per evitare di essere infastiditi dall’allarme per tutta la durata del turno di lavoro, sono gli stessi dipendenti dell’Atac che lasciano aperte le porte allarmate (o almeno evitano di richiuderle).

Questo chiaramente facilita l’uscita dei passeggeri (compresi i portoghesi). E pazienza: fosse solo per questo, i tornelli aggirati sarebbero solamente un inutile spreco dei soldi dei contribuenti romani e un ulteriore buco nella casse disperate dell’Atac. Solo che l’apertura delle porte allarmate facilita anche – in direzione contraria – l’accesso ai treni da parte di chi non vuole pagare il biglietto, e che così si ritrova letteralmente le porte aperte. Morale: un’operazione pensata per rendere la vita più difficile ai portoghesi, in definitiva gliela rende molto più facile.

