L’invasione dei termini inglesi nella lingua italiana, forse, non è solo una moda: a volte magari è anche una questione di pigrizia o di ignoranza da parte dei traduttori che, non sapendo che pesci pigliare, nel dubbio lasciano la parola inglese, pensando così di cautelarsi. Ma non sempre funziona, soprattutto se ci si dimentica che anche l’inglese si evolve.
In un episodio della serie televisiva Ripley (2024), un uomo rifiuta le avances di un altro uomo spiegando: «I’m not queer». La parola inglese queer (in origine “strano”, “curioso”), all’epoca in cui è ambientata la vicenda (1960), si riferiva già anche all’omosessualità, ma con un’accezione nettamente spregiativa (anche se non volgare): secondo Daniele Gewurz, curatore del notevole blog L’Accademia de’ Pignuoli nonché brillante traduttore di professione, la frase si potrebbe rendere nell’italiano dell’epoca con «Non sono un invertito».
Nel doppiaggio della serie, invece, il personaggio dice «Non sono queer». Ora, come osserva giustamente Gewurz, nel 1960 nessun italiano avrebbe usato il termine inglese, sia perché gli anglicismi andavano meno di moda, sia perché quella parola in particolare è entrata nell’uso italiano solo molto tempo dopo, negli anni Novanta. A quel punto, però, aveva perso il suo senso offensivo e anzi era stata accettata anche dalla comunità gay. Quindi – conclude il saggio pignuolo – in questo caso usare in italiano la parola inglese è il modo meno appropriato per tradurla.











