Archive for the ‘Lingue’ Category

Anglicismi anacronistici

6 marzo 2025

L’invasione dei termini inglesi nella lingua italiana, forse, non è solo una moda: a volte magari è anche una questione di pigrizia o di ignoranza da parte dei traduttori che, non sapendo che pesci pigliare, nel dubbio lasciano la parola inglese, pensando così di cautelarsi. Ma non sempre funziona, soprattutto se ci si dimentica che anche l’inglese si evolve.

In un episodio della serie televisiva Ripley (2024), un uomo rifiuta le avances di un altro uomo spiegando: «I’m not queer». La parola inglese queer (in origine “strano”, “curioso”), all’epoca in cui è ambientata la vicenda (1960), si riferiva già anche all’omosessualità, ma con un’accezione nettamente spregiativa (anche se non volgare): secondo Daniele Gewurz, curatore del notevole blog L’Accademia de’ Pignuoli nonché brillante traduttore di professione, la frase si potrebbe rendere nell’italiano dell’epoca con «Non sono un invertito».

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Nel doppiaggio della serie, invece, il personaggio dice «Non sono queer». Ora, come osserva giustamente Gewurz, nel 1960 nessun italiano avrebbe usato il termine inglese, sia perché gli anglicismi andavano meno di moda, sia perché quella parola in particolare è entrata nell’uso italiano solo molto tempo dopo, negli anni Novanta. A quel punto, però, aveva perso il suo senso offensivo e anzi era stata accettata anche dalla comunità gay. Quindi – conclude il saggio pignuolo – in questo caso usare in italiano la parola inglese è il modo meno appropriato per tradurla.

Hanno cominciato loro!

10 ottobre 2024

Ho sottolineato più volte la deprecabile abitudine italiana di abbreviare le parole straniere prendendone solo la parte meno significativa: esempi tipici sono email e snowboard, weekend, beach-volley e baby-sitter.

La causa è ovviamente la struttura linguistica diversa: nelle parole composte in inglese la parola rilevante è la seconda, in italiano la prima. Infatti lo stesso paradosso vale a parti invertite.

In altri tempi e in altri contesti non era l’inglese la lingua franca internazionale. Nella musica era notoriamente l’italiano. Così in tutto il mondo si usava (e si usa) l’italiano per le indicazioni di tempo (Allegretto, Presto con fuoco, Adagio cantabile, eccetera), quelle dinamiche (Forte, Pianissimo) e molti altri termini.

In molte lingue derivano dall’italiano anche i nomi degli strumenti, specialmente quelli inventati in Italia (come piano: non è un caso paradossale però, a rigor di termini, la parola inglese è monca, zoppicante; fa pensare a uno strumento a tastiera su cui non si può suonare forte).

Quello che invece è paradossale, in varie lingue (fra cui inglese e tedesco), è il violoncello, che diventa semplicemente cello.

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È lo stesso errore, al contrario e molto in anticipo, dei nostri “mail”, “snow”, “week”, “beach” e “baby”: “cello” non è che il suffisso vezzeggiativo applicato a violone (che a sua volta era un accrescitivo di viola). Con lo stesso criterio il violino si dovrebbe chiamare lino.

Gli italiani parlano latino?

12 giugno 2023

In matematica le cose sono molto ben definite. Se un poligono A ha lo stesso numero di lati del poligono B, che ha lo stesso numero di lati del poligono C, allora anche A e C hanno lo stesso numero di lati. È un semplice esempio geometrico di una relazione di equivalenza, che soddisfa la proprietà transitiva: quella per cui, in generale, se A è in relazione con B che è in relazione con C, allora A è in relazione con C.

Nella vita reale invece le cose non sono così semplici. Sembrerebbe intuitivo pensare che “parlare la stessa lingua” (o meglio ancora “avere la stessa madrelingua”) sia una relazione di equivalenza. Ma cos’è la madrelingua? Come dice il nome, è quella che ognuno apprende da sua madre. Ma la madre a sua volta parla la stessa lingua di sua madre, che parlava la stessa di sua madre e così via. Andando indietro nel tempo, si arriva alla conclusione che oggi tutti gli italiani parlano latino.

(Tratto dal mio articolo “L’anello del gabbiano”, pubblicato sul numero di giugno 2023 di Prisma, in edicola)

Che la retorica sprofondi agli inferi!

14 ottobre 2022

Odio le iperboli come il mio peggior nemico.
Rifuggo le similitudini come un pipistrello la luce del sole.
Mi ribello alle allitterazioni.
Odio teneramente gli ossimori.
Odio il proteron hysteron.
Odio e rifuggo e aborro e evito il polisindeto.
Odio rifuggo aborro evito l’asindeto.
Odio tutte le figure retoriche, ma il chiasmo proprio non lo sopporto.
O prosopopea, quanto ti odio!
La navicella della mia mente evita di perdersi nei marosi delle metafore.
I neologismi li deleterei tutti.
Degli eufemismi me ne stropiccio.
Non amo le litoti.
Io gli anacoluti non mi piace farli.
Le sinestesie mi puzzano.
…per non parlare delle preterizioni!
Odio gli
enjambement.
Odio gli apologhi, e vi spiego perché: un giorno tutte le parti del corpo umano…

(Grazie a Giovanni Stegel e Daniele Gewurz per i preziosi contributi)

Inversioni linguistiche

25 marzo 2021

1) In diverse regioni dell’Italia settentrionale è normale riferirsi a una donna (o bambina) con l’articolo: “sono la Francesca”, “la Giulia mi ha detto”. Viceversa, nel gergo aziendale (trainato dal Nord), si tende a eliminare l’articolo per i nomi di società. Così anziché dire “Cristina lavora alla Pirelli” si dice “la Cristina lavora in Pirelli”.

2) In molte lingue europee il plurale di un sostantivo si ottiene aggiungendo una “s” alla fine della parola. Perciò a molti risulta poco chiaro il plurale italiano. In Francia per esempio si sente dire “un panini” et “deux cappuccino(s)”.
(Grazie a Ilaria per la segnalazione)

3) In francese “se” si dice “si” (“Si vous êtes d’accord”) e “si” (pronome riflessivo) si dice “se” (“Un rire qui se perd sur sa bouche”). Lo stesso in spagnolo (“Si tú me olvidas”, “Se levanta el clamor popular”), dove l’inversione vale anche per il pronome impersonale: “Aquí no se habla inglés”.
Il motivo è ovvio: è l’italiano che per qualche motivo ha dirazzato dal latino, al quale sono rimaste fedeli le altre lingue: “Si vis pacem para bellum”, “Nemo tenetur se accusare”.
Curiosamente, le forme latine sono rimaste anche nel dialetto romanesco (o in quello che ne resta): “si” diventa “se” (“Che se magna?”), e viceversa “se” diventa “si” (“Si te pijo te sdrumo”). Di più: anche il “sì” affermativo si dice “se” (spesso con le “e” lunga, come nelle espressioni “See, vabbe’” o “See, lallero”).

Numeri uno

9 marzo 2021

Uno dei più promettenti portieri italiani si chiama Pierluigi… Gollini. Il suo maggiore exploit finora è stato il rigore parato a Cristiano Ronaldo il 16 dicembre 2020: una speranza per il futuro della nazionale, in cui ha esordito il 15 novembre 2019.

ImageNegli anni fra il 1994 e il 2012 uno dei più bravi portieri tedeschi è stato Hans-Jörg Butt: nonostante la concorrenza di giganti come Kahn, Lehmann e poi Neuer, è riuscito a ritagliarsi anche lui qualche presenza in nazionale (fra cui spicca la finale per il terzo posto ai Mondiali del 2010). Forse nessuno gli ha mai detto che in francese but vuol dire gol.

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Ingiustamente meno famoso di lui (almeno nell’Europa continentale) è l’estroso islandese Hannes Þór Halldórsson, noto in patria come regista cinematografico (!) oltre che come portiere: nella sua nazionale ha totalizzato oltre 70 presenze, partecipando da titolare agli Europei del 2016 (dove è risultato il portiere con più parate) e ai mondiali del 2018 (in cui si è dimostrato almeno al livello di Gollini parando un rigore a Messi e guadagnandosi così il premio di “Man of the Match”). Anche l’assonanza con il gol nel suo caso è meno appariscente, ma forse ancora più interessante: il suo secondo nome Þór (che è quello del dio norreno del tuono, in genere translitterato come Thor), richiama il termine tedesco Tor, cioè appunto gol.

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Viceversa lui trova forse curiosi i nomi dei portieri Mark Flekken (olandese), Mark Bunn e Mark Gillespie (inglesi), Mark Schwarzer e Mark Bosnich (australiani), Mark Travers (irlandese), Marcos Morales e Marcos Pérez (spagnoli), Marcos Madrigal e Marco Antonio Rojas Porras (costaricani), Marco Raina, Marco Silvestri, Marco Carnesecchi, Marco Tebaldi e Marco Bizzarri (italiani), Marcos (Marcos Roberto Silveira Reis, brasiliano) e Marc-André ter Stegen (tedesco, il più famoso della lista), dato che in islandese gol si dice proprio mark.

Elon Musk contro gli acronimi

8 febbraio 2021

Immaginiamo una persona che, al tempo dei primi faraoni, guadagnasse l’equivalente di 30.000 euro al mese: un reddito notevole, come quasi chiunque converrebbe. Immaginiamo poi, per assurdo, che questa persona abbia continuato ininterrottamente con questo guadagno fino a oggi, e che in tutto questo tempo abbia accumulato i suoi soldi senza mai spendere un nichelino. Be’, questa persona oggi non avrebbe neanche un centesimo della fortuna di Elon Musk.

Fra i meriti di Musk, che ci fanno se non trovare accettabile un tale accumulo folle di ricchezza almeno pensare che se la merita più di qualcun altro, c’è la sua nuova battaglia personale.

Milf, Acab, Goat (*)…: l’uso degli acronimi ci sta completamente sfuggendo di mano. Un tempo si usavano solo per nomi propri di Stati (Usa, Uk), enti (Nasa, Onu) o termini scientifici (Dna); ora si usano normalmente anche per espressioni colloquiali e la lingua sta diventando sempre più sincopata. La deriva è evidente soprattutto in inglese, ma i risultati vengono esportati in tutto il mondo, Italia compresa (sembra ormai inestirpabile l’orribile Lol, ancora più brutto nel superlativo – tutto italiano – Lollissimo).

Ora però, proprio negli Stati Uniti, le menti più acute si stanno accorgendo della brutta piega che ha preso il fenomeno. Fra queste proprio Elon Musk. Come riporta Ashlee Vance, nel libro Elon Musk. Tesla, SpaceX e la sfida per un futuro fantastico (Hoepli 2017), Musk intende mettere un freno alla proliferazione di acronimi fra i dipendenti della sua società SpaceX: «Questo andazzo deve cessare all’istante, altrimenti prenderò misure drastiche: ho già dato un numero sufficiente di avvertimenti nel corso degli anni. Se un acronimo non è approvato da me, non deve entrare nel glossario di SpaceX».

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L’esempio che cita Musk è Vts-3, entrato nel gergo aziendale per indicare un treppiede. Ora, in inglese treppiede si dice tripod, una parola di due sillabe. Ma per pronunciare Vts-3 (Vee-Tee-Es-Three) occorre articolare quattro sillabe (è un po’ una variante fonetica del paradosso dei gemelli Gullikson). In tutto ciò qualcuno si ricorda ancora che gli acronimi servivano in origine per accorciare le parole?

Resta da vedere – e l’esito non è affatto garantito – se lo spropositato potere personale di Musk sarà sufficiente per debellare la degenerazione linguistica.

(Grazie a Pietro Bassi per la segnalazione)

(*) Questo blog adotta come norma redazionale la scrittura degli acronimi con la sola iniziale maiuscola (come discusso anche qui)

Falsissimi amici / 4

28 agosto 2020

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(Grazie a Francesco Ugolini per la segnalazione)

Falsissimi amici / 3

21 gennaio 2020

– L’inglese black e il francese blanc

– In georgiano papà si pronuncia mama e mamma deda

– Due esempi perfetti fra russo e polacco:
1) In polacco uroda vuol dire “bellezza” e in russo урод (urod) sta per “persona brutta, deforme”.
2) In polacco zapomnieć significa “dimenticarsi” e in russo запомнить (zapomnit’) “ricordarsi”.

(Grazie a Nataša per la segnalazione)

E soprattutto…

– Nella mitologia nordica i nibelunghi sono nani

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Inversioni

22 gennaio 2019

1) Su Marte, di giorno, il cielo è spesso di un colore rossastro, mentre i tramonti sono di un bel blu intenso.

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2) La parola francese hôtel, cioè albergo, ha la stessa etimologia di “ostello”. E ostello si dice auberge.

3) Il Mausoleo di Santa Costanza, a Roma, è uno dei migliori esempi di chiesa a pianta circolare. E se le tipiche chiese a navate rettangolari hanno l’abside semicircolare, la chiesa rotonda ha un’abside rettangolare.

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La i greco-romana

17 settembre 2018

Nel Giornalino di Giamburrasca un personaggio ridicolo, il signor Tyrynnanzy, aveva trasformato tutte le i del suo cognome in y perché “la i greca fa più inglese”. L’intenzione di Vamba era umoristica e satirica, ma ormai si può dire superata.

Accompagnata da una grande pubblicità, inizia oggi la serie tv “Romolo + July. La guerra mondiale italiana”. L’idea consiste nell’ambientare una specie di storia alla Romeo e Giulietta nella Roma di oggi, adattando leggermente anche i nomi. Ora, si può capire Romolo, ma Giuly per Giulietta? Bisogna pensare che la i greca oggi “fa più romano”?

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Purtroppo la risposta è sì. La colpa ovviamente non è degli sceneggiatori della serie tv: loro si sono limitati a mettere alla berlina l’abitudine italiana di usare diminutivi anglicizzanti in y (è invece interamente loro, e non delle ragazzine di Roma Nord, la responsabilità per il controsenso “La guerra mondiale italiana”).

Trittonghi tedeschi traditori

28 agosto 2018

Rispetto ad altre lingue, il tedesco ha pochi dittonghi traditori. Se però si scrive ae anziché ä, c’è un trittongo notevole: aeu (per esempio in Tannhaeuser), che si legge oi, cioè proprio le due vocali assenti dal trittongo.

Gli zeri degli altri

14 dicembre 2016

Nelle lingue neolatine, la parola zero viene dall’arabo ṣifr (niente): zero in italiano, portoghese e romeno, zéro in francese, cero in spagnolo (la stessa etimologia è passata in alcune lingue che hanno attinto da quelle latine, come l’inglese e il polacco). La derivazione è logica, dato che i romani non avevano il numero zero, ed è attraverso gli arabi che è entrato nella matematica occidentale.

Al contrario, nella maggior parte delle lingue germaniche, slave, ugro-finniche e baltiche, lo zero viene dal latino nullus (nessuno): per esempio Null in tedesco, нуль in russo, nolla in finlandese, nulla in ungherese, nulle in lettone. Insomma, la maggior parte delle lingue europee hanno l’origine latina, tranne le lingue neolatine!

L’italiano della Rai

4 novembre 2016

Il 17 e 18 ottobre si sono tenuti a Firenze gli “Stati generali della lingua italiana”, per promuovere la nostra lingua nel mondo.
A margine dell’iniziativa Monica Maggioni, presidente della Rai, ha dichiarato che «la Rai già oggi è uno strumento con il quale milioni di persone imparano l’italiano in giro per il mondo».
A questo proposito ha citato il dato importante che, tra tutti quelli che scaricano la app dedicata alla visione dei programmi Rai, uno su dieci proviene dall’estero. Ovviamente la app ha un nome italianissimo in coerenza con questo approccio: RaiPlay.

Un po’ come Benigni quando chiedeva di istituire l’Italian Language Day (solo che lui è un comico, anche se in quell’occasione involontario)

(Grazie a Francesco Ugolini per la segnalazione)

monica-maggioni

Falsissimi amici / 2

8 settembre 2016

La prima volta che sono stato a Lisbona ancora non parlavo il portoghese; avevo giusto un’infarinatura minima e una certa conoscenza delle regole di pronuncia.
Perciò quando mi sono trovato di fronte a una porta a vetri con la scritta PUXE, sapevo che si leggeva “pusce”, e (probabilmente pensando all’inglese) ho spinto.
È brutta la sensazione di sbattere il naso su una porta a vetri, e in quel caso è stata aggravata dall’impressione di aver subito un’ingiustizia: come, ero stato punito per aver imparato le regole di pronuncia?
Sarebbe esagerato dire che è stata quella l’occasione che mi ha spinto a studiare il portoghese, ma bisogna riconoscere che spesso il metodo di apprendimento drastico è il più efficace: una delle primissime parole che ho imparato – e che non ho mai dimenticato – è stata puxar, cioè “tirare”.

Falsissimi amici

3 Maggio 2016

Come i falsi amici sono le parole simili in due lingue, che però hanno significato diverso (per esempio in spagnolo habitación vuol dire stanza, e in inglese factory vuol dire fabbrica), così i falsissimi amici si possono definire come le parole simili che hanno un significato non solo diverso ma in qualche modo opposto.
Per esempio un ass in inglese (cioè un idiota) non è certo un asso. In tedesco l’esempio tipico è kalt, cioè freddo (ma è un falsissimo amico anche l’inglese cold, solo che alla maggior parte degli italiani suona più familiare).
Il tedesco incrocia falsissimi amici anche con le altre lingue. Per esempio “no” si dice in gergo colloquiale ne, che in greco invece vuol dire “sì” (in questo caso però la “responsabilità” è più del greco).
Tedeschi e spagnoli potrebbero invece avere malintesi sull’orientamento (è proprio il termine giusto): Ost è est in tedesco, oeste è ovest in spagnolo. A proposito di spagnolo, è famoso il falsissimo amico aceite, cioè olio. Restando a tavola, in francese déjeuner significa pranzare.
A volte poi sono le preposizioni che possono negare o affermare a seconda delle lingue: esempi il latino immutatus (trasformato) e l’inglese inhabited (abitato).

E i nipponismi?

4 novembre 2015

La lingua italiana, come tutti sanno, sta incorporando troppe parole di origine straniera (soprattutto inglese, ovvio).
Lo spiega bene un articolo approfondito e molto godibile sul Venerdì di Repubblica, che elenca una serie di anglicismi usati a sproposito (come già segnalato in questo blog qui, qui e qui).
Solo che la giornalista (con ironia involontaria) definisce il fenomeno «uno tsunami di anglicismi».

Chiamateli gringos

25 settembre 2015

In italiano, come in inglese e in molte altre lingue, si dice spesso “americani” per intendere gli abitanti degli Stati Uniti: un uso chiaramente improprio, dato che, per esempio, gli argentini e i guatemaltechi sono altrettanto americani.
Gli spagnoli e i portoghesi ci tengono invece a sottolineare che la maggior parte degli “americanos” sono latini: ricorrono quindi al termine “norteamericanos”, che però è quasi altrettanto improprio, dato che alla lettera comprende anche i canadesi.
Il problema maggiore è per i messicani. Di solito, come gli altri latinoamericani, chiamano gli statunitensi “norteamericanos”. Ma sono loro stessi nordamericani!
L’alternativa, usata anche se meno diffusa, è “estadounidenses”. Ma anche questa potrebbe riferirsi al Messico, il cui nome ufficiale è “Estados Unidos Mexicanos”.

I paradossi della nonna

14 settembre 2015

La mia vecchia nonna era incredibilmente negata per le lingue. Aveva un factotum capoverdiano di nome João e lo chiamava alla spagnola Juan. Solo che lo leggeva alla francese, per cui la pronuncia finale non era troppo lontana da quella vera portoghese.

Cercasi baby part-time

17 aprile 2015

Avevo già segnalato (qui e qui) i paradossi che derivano dall’uso di termini inglesi in italiano, associato all’abitudine (più diffusa al nord, a quanto pare) di abbreviare le parole considerando solo la prima parte (cioè quella generalmente più significativa in italiano, ma non in inglese).
Gli esempi erano snow per snow-board e week per week-end.
Dimenticavo il classico beach per beach-volley («Ieri faceva tanto caldo che abbiamo giocato a beach sulla spiaggia»).
E un esempio nuovo, in cui mi sono imbattuto recentemente: baby per baby-sitter (che si presta a qualche ambiguità: «Mi dispiace che ieri non sei potuto venire al mio festino. Non sei proprio riuscito a trovare una baby?»).


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