Secondo un antico mito egiziano, il dio Thoth ha regalato agli uomini la scrittura. Il saggio re dell’Egitto Thamos, però, non la ritiene una buona idea: secondo lui la possibilità di reperire facilmente le informazioni nei libri rischia di impigrire i lettori, che eviteranno così di fare lo sforzo di impararle.
E in un certo senso è vero: prima che ci fossero i libri la conoscenza era appannaggio di chi sapeva le cose; in seguito, anche un intellettuale come Umberto Eco ha affermato: «Per me l’uomo colto non è colui che sa quando è nato Napoleone, ma colui che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve, e in due minuti».
La leggenda di Thoth e Thamos è raccontata nel dialogo di Platone Fedro, esposta dal protagonista (Socrate). Ora, che Socrate si facesse portavoce di questa critica è comprensibile, dato che discorreva di filosofia solo a voce e non ha lasciato niente di scritto. Platone invece i suoi dialoghi li scriveva. Quindi questo suo elogio di Socrate – e indirettamente di Thamos – è a dir poco incongruo.
A noi moderni, Thoth ha fatto un secondo dono: la possibilità di reperire le informazioni ancora più facilmente sui motori di ricerca e ora con l’intelligenza artificiale. Come scrive il saggista americano Spencer Klavan, «potete immaginare la biblioteca di Alessandria come una versione antica di un cloud server nei dintorni di Palo Alto, che contiene la totalità di tutte le conoscenze scritte, così che l’umanità non deve preoccuparsi di ricordarle».
Oggi, secondo la definizione di Eco, tutti sarebbero colti: per sapere la data di nascita di Napoleone non solo non serve averla memorizzata, ma neanche sapere in quale libro andarla a cercare. Il rischio – direbbe Thamos – è che le nuove tecnologie portino la gente a non voler più fare lo sforzo di leggere. Chi se ne lamenta è un nuovo Socrate, e tutti quelli che lo fanno sul web si prestano allo stesso paradosso di Platone.














