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animalismo, antispecismo, capitalismo, cinema e animali, cinema muto, colonialismo, Corea del Nord, Giappone, imperialismo, Le giornate del cinema muto, patriarcato, pecora, sfruttamento animale, Tamara Sandrin

di Tamara Sandrin
Hokusen nohitsuji wakataru (The Sheep of North Korea Speak, Giappone 19341) è un documentario muto che racconta l’importazione di un congruo numero di pecore (circa 3000) dall’Australia in Corea del Nord: ci mostra il loro viaggio in nave, in treno e infine a piedi.
Ma non è tutto qui.
La particolarità sorprendente di questo documentario è costituito dal fatto che la “voce narrante”, nelle didascalie, sia quella di una delle pecore! L’oggetto del documentario diviene dunque soggetto dello stesso. Questo espediente ci cala subito in uno stato di stupore e di simpatia con le pecore che divengono inaspettatamente animali non solo senzienti, ma anche pensanti, dotati di intelligenza e socialità. La pecora narratrice descrive minuziosamente il viaggio e le condizioni delle pecore, fa la cernita di morti, nascite e malattie. Le immagini delle pecore sulla nave, in piccoli gruppi radunati in recinti di legno, si alternano alle didascalie, cartelli grigi o dipinti con temi bucolici orientali, alle immagini del mare. Primi piani delle pecore fanno da contrappunto alle immagini in campo medio della massa degli ovini. Poca importanza viene data alla figura umana che, pur presente, sembra essere aiuto e ancella delle “dominanti” pecore.
Nel racconto della pecora-narratrice le pecore sembrano padrone del loro destino, fremono d’impazienza per imbarcarsi e raggiungere la Corea del Nord, si addolorano per la perdita di alcune compagne e per la malattia di altre, gioiscono per la nascita degli agnelli. Il culmine della felicità è toccato quando finalmente raggiungono il “paese della quiete mattutina”2, dove sbarcano e possono pascolare in prati ricchi di leguminose, che loro adorano, e assaggiare i deliziosi germogli di larice giapponese, la cosa più buona che abbiano mai mangiato. Il confronto con la madrepatria australiana è inevitabile: con enfasi, sottolineata anche dalle immagini cariche di poesia delle pecore al pascolo, le didascalie affermano che realmente la Corea del Nord è il paradiso delle pecore.
Ma il viaggio non è ancora finito, stipate nei vagoni ferroviari devono affrontare una notte in treno: il portellone che si chiude sulle pecore ammassate mette momentaneamente a tacere la voce e le impressioni della pecora e sospende lo stupore idillico dello spettatore, che richiama alla mente altri treni e altre deportazioni di massa.
Una volta scaricate dal treno la pecora riprende la sua narrazione: con tenera ironia (possiamo quasi immaginarla mentre sorride) racconta che l’ultimo tratto da percorrere a piedi, di soli 63 chilometri, diviene un viaggio interminabile a causa degli agnelli che fanno gli agnelli: bevono quando vedono l’acqua e brucano quando vedono l’erba, ma la pazienza è una virtù delle pacifiche bestie.
Anche in queste sequenze l’uomo resta marginale. Alle panoramiche seguono riprese in campo medio, dettagli delle zampe delle pecore e inquadrature delle loro impronte sul terreno, riprese che continuano a dare l’idea di movimento preponderante nella prima parte del documentario e che costituiscono un escamotage per sottolineare l’impressione della strada percorsa e del tempo che scorre.
La fine del viaggio segna un punto di svolta.
La narrazione continua a essere soggettiva, ma la presenza della figura umana nelle sue funzioni di controllo diviene, quasi di colpo, invadente e intrusiva. Certo il corpo degli animali è ancora in primo piano, non più come corpo (apparentemente) libero e autodeterminato, ma come corpo manipolato: gli agnelli vengono castrati e viene tagliata loro la coda con un ferro rovente che ne cauterizza subito la ferita3 per «rendere più forti i loro corpi» (e fiaccare e piegare i loro spiriti), le madri vengono tosate e rimangono, così, nude e tanto leggere da poter volare.
Castrazione, taglio della coda e tosatura vengono effettuate da mani maschili. Questa sequenza presenta due particolari disturbanti e significativi.
Il primo: al termine della castrazione un uomo in abiti occidentali eleganti prende in braccio un agnellino, lo mostra alla cinepresa e ridendo gli tocca i genitali.
Il secondo: lo sfondo della didascalia che introduce la tosatura non è un cartello scuro o un paesaggio campestre, ma è l’immagine di una donna a torso nudo che, con le braccia alzate e piegate sopra la testa, mette ben in mostra i seni.
È palese la sessualizzazione del corpo delle pecore e il paragone con il corpo femminile ammette, senza mezzi termini e senza pudore, l’animalizzazione del corpo femminile e la sfruttabilità di entrambe da parte dell’uomo.
Seguono alcune sequenze in cui il corpo delle pecore è quasi scomparso, sequenze che mostrano la lavorazione della lana dalla cardatura alla filatura, dalla tessitura alla vendita dei tessuti: ora è il corpo umano a riempire la scena, la traccia animale rimane nella voce narrante e in quei fili di corpo cosificato che è la lana. Da notare anche che mentre il lavoro diretto sui corpi è faccenda “da uomini”, la lavorazione del prodotto secondario è quasi esclusivamente femminile (donne giovanissime ai fusi e ai telai).
Nonostante il dichiarato orgoglio della voce ovina narrante, con l’arrivo a destinazione è chiaro che abbiamo subito un inganno: quello che stiamo vedendo non è il resoconto di un viaggio della speranza verso la terra promessa, il quieto paradiso delle delle pecore, ma un fraudolento film di propaganda nipponica per l’autarchia produttiva della lana4 e per il risparmio di centinaia di migliaia di yen per gli importatori giapponesi.
Alla tenerezza è subentrata la consapevolezza. La voce delle pecore si sovrappone alla voce delle operaie e operai, dei narratori di regime, di tanti altri film di propaganda dall’URRS agli Stati Uniti.
La distonia giunge al culmine quando la pecora-narratrice declama tutte le virtù di se stessa come prodotto: con il suo vello si fabbricano caldi abiti, la sua carne è una delle più prelibate e apprezzate, dalle sue ossa si ricava la colla… della pecora non si butta via niente.

Da questo documentario emerge chiaramente la visione patriarcale e capitalistica dell’oggettivazione e mercificazione dei corpi femminili, animali e delle operaie. Le pecore, come una classe lavoratrice che non ha ancora preso coscienza, o che l’ha persa, sono fiere che il frutto del loro lavoro di riproduzione, i loro figli, e il loro stesso corpo vadano a ingrassare gli ingranaggi stritolanti di una classe economicamente, politicamente e culturalmente dominante. Si consegnano con abnegazione gioiosa nelle mani del capitalismo carnefice, si prostrano volontariamente per farsi schiacciare sotto il tallone di ferro dell’imperialismo colonialista, che ha annientato un popolo e la sua cultura: la parola pecora in Corea evoca sentimenti di pace e mitezza (lo abbiamo letto in una didascalia all’inizio del film) e questo, in un documentario di regime, suggerisce ancora un altro particolare inquietante, istituendo una sottile analogia tra le pecore e il popolo coreano, servo della gleba dell’impero feudale giapponese.
La pecora della Corea del Nord parla! E parla con l’esaltazione dello schiavo che non sa di essere tale. Ma parla chiaro e forte per chi sa sollevare il velo polveroso dell’inganno.
Note:
1 Il regista non è stato identificato.
2 Così veniva poeticamente chiamata la Corea.
3 la scena viene filmata un’unica volta, senza essere reiterata e moltiplicata, quasi a voler cauterizzare immediatamente anche la possibile offesa verso la sensibilità dello spettatore.
4 Negli anni Trenta la politica di sfruttamento del Giappone impose l’allevamento di ovini in Corea Settentrionale e la coltivazione del cotone in Corea Meridionale.
























