Il giorno in cui Edith Bruck osò pensare al futuro

«Bisogna educare i bambini al rispetto di qualsiasi essere umano, di qualsiasi colore o fede, rispetto totale, non ci sono esseri umani di serie B o serie C. Ogni vita è preziosa, ogni vita, di chiunque, ovunque, sia chiaro questo»: così la scrittrice testimone della Shoah Edith Bruck nell’intervista televisiva andata in onda ieri sera – 26 gennaio 2025 – nella trasmissione Che tempo che fa (video).

Nel Giorno della Memoria 2025 pubblichiamo un estratto dal libro Il pane perduto (La nave di Teseo, 2021) in cui l’autrice racconta la sua liberazione nel campo di Bergen-Belsen da parte delle truppe alleate anglo-canadesi il 15 aprile 1945. «Nata il 3 maggio 1932 a Tiszabercel (qui), un piccolo villaggio contadino ungherese, in una numerosa famiglia ebrea», Edith Bruck è stata prima deportata ad Auschwitz, quindi a Dachau, Bergen-Belsen, Christianstadt, per poi marciare a piedi di nuovo fino Bergen-Belsen (in Bassa-Sassonia, a sud di Amburgo). E lì trovare la “Nuova vita”, come si intitola l’incipit del capitolo che proponiamo.

di Edith Bruck

Abbiamo vissuto tra agonia, morti, freddo, fame, fino all’ultimo appello del 15 aprile, ma dall’alba alle nove non venne nessuno a contarci. La kapò che ci metteva in fila a bastonate, perché alcune di noi non riuscivano più a stare in piedi, era sparita.

L’abbandono totale era la morte?

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(Foto di Paola Ciccioli)

Judit, l’eroina, ebbe un’idea folle: “Vado fuori, nella cucina dei tedeschi” mi disse piano e prima che potessi cercare di dissuaderla era già in corsa e di corsa tornò con una rapa gridando: “Non c’è più nessuno! Neanche un tedesco! Non ci sono i tedeschi!”

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Margherita Rimi e la lingua reinventata dell’infanzia

di Margherita Rimi

“Io. Sono. La Poesia” è il titolo dello spettacolo ispirato alle poesie cliniche di Margherita Rimi che andrà in scena sabato 25 e domenica 26 gennaio 2025 al Pacta Salone di Milano. Si tratta di una prima assoluta di e con Lorena Nocera e Feuei Tola, musiche dal vivo di Gianni Satta, che rientra nel palinsesto dell’ottava edizione della rassegna ScienzaInScena di cui è direttrice artistica Maria Eugenia D’Aquino.

Scopriamo da dove nasce la poesia della neuropsichiatra infantile siciliana con un brano tratto dal suo libro La civiltà dei bambini. Undici poesie inedite e una intervista (Libreria Ticinum Editore 2015), curato da Alessandro Viti.

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Perché parlo del fatto che ho dovuto “reinventare” una lingua? Perché spesso succede che, quando si parla con i bambini, si adotta un linguaggio che io chiamo “miniaturizzato”. Gli adulti usano frequentemente diminutivi, pensando che a un bambino bisogna “dire tutto in piccolo”, quasi fosse un incapace. Ma il bambino – sia che abbia ritardo o no – non utilizza quasi mai diminutivi. Ma succede anche il contrario nella tendenza ad “adultizzare” il linguaggio. Questo rappresenta una falsificazione dell’infanzia perché non dà una immagine reale del bambino: far parlare e parlare con i bambini è un atto di verità e di bellezza, un atto creativo.

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