Trittico su una Casa
Pubblicato: gennaio 16, 2011 Archiviato in: Uncategorized | Tags: Fotografia, memoria, storie, tempo 2 commentiIl pezzo che segue è un Oggetto Non Identificato. Note di lavorazione divaganti e collaterali a un progetto al quale sto lavorando. E' anche una specie di variazione sul tema dell'anima dei luoghi. Nello specifico, dei luoghi nei quali sono accaduti fatti violenti; il tentativo di farli parlare in un modo diverso da quello che viene comunemente utilizzato dai media.
Perugia
Gennaio 2010

E’ una casa vuota, ordinata, apparentemente muta. Gli scuri sono serrati. Vista dal vero è più piccola di come appare nelle fotografie o nelle immagini degli speciali televisivi. O forse è anche che la si guarda dall’alto, infossata com’è al di sotto della strada sopraelevata. E’ appena al di fuori della mura antiche della città, subito oltre il viale di circonvallazione. Le macchine scorrono in entrambe le direzioni di marcia, a qualsiasi ora del giorno o della notte.
Sembrava isolata e tranquilla, vista nelle foto, e isolata, in un certo senso lo è: se urli, da qui, forse non ti sente nessuno, se fai casino, tieni la musica alta e inviti troppi amici, nessuno se ne accorge. Le prime case sono dall’altra parte della strada, abbastanza lontane, dietro un parcheggio. Dalle finestre, i vicini forse non riescono nemmeno a vederlo, questo piccolo giardino, soltanto il tetto, e la terrazzina. C’è un camino, un piccolo portico rustico con la colonna di mattoni. Fa freddo, la pioggia che cade sottile sottile assomiglia alla neve. Un impasto bianco sciolto, gelido sulle mani e sulla porzione di faccia scoperta.
Solo una finestra è esposta in direzione della strada, le altre danno sulla vallata, che si apre ampia e verdissima appena sotto il terrapieno sul quale la casa è costruita. Negli annunci di affitto, ora che è stato ordinato il dissequestro e l’immobile è tornato a disposizione dei legittimi proprietari, veniva definito “villino”. A quanto mi dicono amici perugini, il villino di via della Pergola 7 è sempre stato quello che è oggi: una casa di studenti, per studenti. Non ci ha abitato, negli ultimi decenni, una famiglia, non ci sono nati né cresciuti bambini, uno di quei posti dove si fanno le feste, che accolgono per brevi periodi vite diverse che arrivano da lontano, si mescolano, e poi vengono risputate fuori con un'alternanza sistole/diastole di moto centripeto e moto centrifugo tipica degli anni universitari. Un posto dove passare, non dove restare.
E invece, Meredith è rimasta qui. In una delle stanze sul retro, la più piccola, è rimasta una ragazza inglese di 21 anni.
Non può andarsene. Non potrà andarsene mai. Mai per davvero.
C’è un grande albero di magnolia, appena oltre il guardrail. Le sue foglie giocano con il muro bianco granuloso, ridipinto di fresco, della casa dove una ragazzina si è smarrita per sempre.
novembre 2007

La casa non è mai stata così piena di gente, neanche durante le feste più pazze, mai. E’ letteralmente infestata. Gli agenti della Polizia Scientifica, quelli della Postale, i ragazzi che la abitano e quelli che la frequentano abitualmente, un andirivieni che fa circolare l’aria dentro le stanze, muove le pagine dei libri, gli orli dei vestiti abbandonati sulle seggiole o per terra.
La casa violentata, calpestata, toccata, sfiorata, fotografata, ripresa, studiata, dissezionata. Eccola: pronta a diventare un plastico in uno studio televisivo, un set dell'incubo.
La casa, che geme sotto il peso di tutti quei passi, quelle mani, quell’attenzione non richiesta. Si ribellerà, in qualche modo?
Passato (-)

Le luci sono tutte accese. Una finestrella che emana una vibrazione color albicocca. Le auto che passano lungo via della Pergola non se ne accorgono, hanno i finestrini chiusi, vanno di fretta, non c’è nessuno
spiazzo in cui avrebbe il minimo senso accostare e fermarsi, qui, neanche se la vista della vallata che si stende al di sotto di quel villino è così bella. Non se ne accorgono, ma la casa vibra,
letteralmente. Emana odori e le sue pietre sudano. E’ proprio come un corpo. Un corpo giovane, che scrolla da sé l’idea della morte, degli anni, del tempo che corre veloce. E’ nel suo presente più bello e la sua pancia risuona di voci, chitarre strimpellate, baci schioccati. I vetri delle finestre umidi di vapore lasciano scorgere solo ombre. E fuori, le luminarie natalizie attaccate alla bell’e’meglio, con lo scotch. Su un tavolino davanti al portico c’è ancora una zucca di Halloween intagliata, ormai ammuffita, quasi mummificata, che continua a sorridere. La casa si scuote dalle fondamenta, asseconda il ballo dei giovani corpi che la abitano con i loro sogni, le loro urla, i loro segreti sussurrati da bocca a bocca mentre i bassi di una musica percuotono carne e mattoni come pugni.
(In memory of Meredith Kercher)
Le immagini che accompagnano il testo sono del fotografo Italo Rondinella e sono protette da copyright.
C’etait Une Histoire d’Amour -Jeanne e Amedeo Modigliani- Art News
Pubblicato: ottobre 27, 2010 Archiviato in: Uncategorized | Tags: archivio, cose che succedono in giro, racconti, storie Lascia un commentoQuesta mia micro-sceneggiatura è stata realizzata per il Magazine di Arte e Cultura di Rai Tre, Art News, in onda ogni sabato alle 16. La Rubrica si chiama Noir e quest'anno è affidata ad una serie di scrittori italiani. Sul sito vengono via via messe tutte quante le puntate.
Qui, la puntata completa andata in onda sabato scorso 23 ottobre.
Qui, le puntate precedenti.
Qui, la colonna sonora ideale di questo testo.
La mia prossima sceneggiatura sarà dedicata al pittore Simeon Solomon.
Dall’altra parte della strada -2-
Pubblicato: giugno 18, 2010 Archiviato in: Uncategorized | Tags: articoli, storie, territorio Lascia un commentoQuesto mio pezzo è uscito nel nuovo numero di Piazza Grande, in vendita in questi giorni per le strade di Bologna, e consultabile on line, qui.
La prima volta che ci sono venuta, da queste parti, facevo la quarta ginnasio e una mia compagna di classe mi aveva invitata a studiare a casa sua. Ho un ricordo confuso di un lunghissimo viaggio in autobus attraverso zone agricole e cantieri, spazi vuoti verdi e marroni e l’apparizione all’orizzonte di una landa desolata sopra la quale come funghi atomici erano esplosi chissà quando palazzi che somigliavano ad astronavi aliene. Da una parte c’era il fiume Reno, dall’altra i tralicci dell’alta tensione e questa edilizia popolare, così diversa da tutto quello che conoscevo: venivo dalla campagna di Budrio e il mio orizzonte erano campi piatti e nebbiosi, e per cinque ore, la mattina di sei giorni alla settimana, i muri incombenti oltre le finestre lunghe e strette del liceo Galvani in via Castiglione, pieno centro storico. Qui, a Santa Viola, quartiere barca-Reno, alla me quattordicenne e digiuna ancora di viaggi e metropoli, sembrava di essere atterrata in un'altra città, un altro Paese, un altro Mondo. E la stessa sensazione in effetti ce l’ho anche oggi, meno straniante però, perché nel frattempo gli spazi vuoti verdi e marroni si sono riempiti: di palazzi, di giardini pubblici. E di gente, che oggi, domenica d’aprile d’elezioni con l’aria di vera primavera (anche non lo sappiamo che una perturbazione infinita ci farà ripiombare nell’inverno per un altro mese di buio e piogge) affolla i cortili delle scuole elementari e medie trasformati in seggi, sfoggiando alternativamente mise d’alta moda e tute sformate; e poi, già che è dovuta uscire per votare, lascia che corpo e polmoni prendano aria, magari un gelato, due passi con il cane e i bambini. Anche per me è stato un sollievo uscire finalmente dall’asfittico centro storico, tutto ripiegato sui propri intestini rossorosa di portici e ritrovarsi fuori, con il cielo aperto sopra la testa. Lungo i viali di circonvallazione, al posto delle solite file di suv c’erano scooter e ragazzini in maglietta che filavano verso i colli per andare a stravaccarsi su un prato. Al quartiere Reno-Barca, ogni cortile e ogni giardino, pubblico o privato, sono fioriti. Forse la domenica non è il giorno giusto per capire i posti: le attività abituali sono sospese, la gente, finalmente libera, se la giornata è bella esce dalle case per andare a fare quello che gli pare e non quel che è costretta a fare. Ci sono meno auto e molte più biciclette e l’atmosfera è respirabile. Allora, forse, il giorno sbagliato è il giorno giusto. Perché è alla domenica che capisci come gli spazi vengono usati dalla gente nel tempo vero, quello che possono finalmente dedicare a se stessi, e dunque tanto più indicativo per comprendere come sia stato progettato e come si sia evoluto veramente un quartiere.
In via Nullo Baldini, davanti ai portici del “Treno” -duecentocinquanta metri di cemento bianco e girgio senza soluzione di continuità disegnato dall’architetto Vaccaro e edificato dallo IACP negli anni ’60- c’è un mercatino domenicale fitto così di gente. Ti ci butti in mezzo lasciandoti trascinare dalla folla e guardi i banchetti di pentole, biancheria per la casa, le montagne di calzini a un euro e ascolti le chiacchere della gente. E la vera sorpresa è che l’arabo si mescola al dialetto bolognese. La sorpresa è che un venditore di scarpe da ginnastica cerca di spiegarsi a una donna in niquab e nessuno sembra farci minimamente caso. I cachet azzurrini o violetti delle ‘sdaure’ si mescolano allegramente ai veli integrali, e gomito a gomito, donne di culture lontanissime e teoricamente incompatibili, frugano nei cesti di mutande mentre i mariti fumano e girano la testa di qua e di là, distratti. Al bar, una fauna eterogenea di giovani e meno giovani locali si fanno servire caffè e aperitivi da una coppia di giovanissimi camerieri orientali e i più vecchi si appassionano in discussioni politiche che io, ormai forzata habituè dei bar del centro storico frequentati da studenti universitari credevo perdute per sempre. Chiuse a tripla mandata o trasformate in pizzerie con le cozze di plastica appese ai muri come le antiche sezioni di campagna del Pc o di Rifondazione Comunista. D’altra parte, è qui che pulsa il cuore popolare di Bologna. E’ qui che sono nate le prime fabbriche e industrie bolognesi e dunque le prime cooperative. E’ qui che si sono riversati gli immigrati dal Sud negli anni sessanta e dove vuoi che andassero i nuovi immigrati, che sempre dal Sud vengono anche se è un Sud più lontano?
Nei giardinetti davanti al Cimitero cittadino della Certosa, ultima tappa del tour di oggi, fotografi una vecchia signora dalle mani diafane insaccata su una carrozzina spinta da una robusta, bionda e impassibile badante col muso duro e l’ipod conficcato a forza nelle orecchie. Ti immagini che la vecchia signora parli da sola e non si aspetti ormai nessuna risposta dal mondo, figuriamoci da una badante straniera.
Eppure, questa è la città dell’accoglienza. Lo è sempre stata, lo è ancora e sempre lo sarà, dicono.
La più antica università d’Italia, orde di studenti da ogni parte d’Italia e d’Europa. Liberalità e simpatia. I bolognesi, gente ospitale, generosa e aperta.
Sarà. Forse, ci crederai di nuovo davvero quando nei sotterranei umidi e ombrosi della Certosa spunterà una lapide simile a quella che ora stai contemplando con due lacrimuccie che ti pizzicano l’angolo degli occhi: “Il 6 febbraio 1935 spirava nelle braccia del signore ERSILIA VENTURI, di anni 69, fu domestica fedele e onesta per 41 anni presso la nobile Casa Masetti ove dedicò con zelo tutta la sua vita e fu da loro contraccambiata con le più amorose cure.”
Ci sarà un nome come Catarina o Slavenka, o Ileana, e la foto di una donna con gli occhi di ghiaccio che tiene tra le sue mani robuste quella diafana di una vecchia signora bolognese.
Fuori, nella luce rosata del tramonto, la gente passa da sola, in coppia o in comitiva. Italiani e stranieri e stran-i-eri-italiani (ché ci sono anche loro e sono tanti). Passano a piedi, in bici, in scooter. Zitti oppure chiacchierando. L’acqua del canale scintilla placida e molti forse si domandano quale sarà l’esito delle elezioni, domani mattina. Io, allargo ancora la domanda, dentro, e mi chiedo quale sarà l’anima di questa città, domani mattina; e poi tra un mese e tra dieci anni. E mi viene da essere languida e fiduciosa – almeno per una volta, almeno per cinque minuti- e da pensare che questa città, con giusto un pelo di sforzo in più da parte dei suoi prossimi governanti e dei suoi cittadini, originari o acquisiti, quegli aggettivi là, tipo “generosa”, “aperta”, “ospitale”, se li merita e se li meriterà ancora.
Sei fuori posto anche tu?
Pubblicato: Maggio 3, 2010 Archiviato in: Uncategorized | Tags: appuntamenti, incontri, libri, storie 3 commenti
Sei narratori italiani raccontano il nostro tempo e il nostro Paese.
Da un Sud del mondo all'altro: nel lungo racconto Il contrario della morte, di Roberto Saviano, un giovanissimo reduce dall'Afghanistan incontra la sposa di un compagno rimasto ucciso. Anche Maria è molto giovane, troppo per essere vedova, e sa benissimo che cos'è l'amore… Un secolo indietro, un'altra guerra: in Ferengi di Carlo Lucarelli, a Massaua, Colonia Eritrea, agli occhi della serva Aster, che l´amore non lo conosce, gli italiani non fanno bella figura. Fanno paura. Altre serve, o schiave, che forse si libereranno: come Grazia, la protagonista del racconto di Valeria Parrella, Il premio, nell'Italia ancora contadina del secondo dopoguerra. «Si diceva che il suo bambino avrebbe parlato l'italiano, e avuto un bel cognome piemontese». Nella Milano degli anni Ottanta, dove il marcio appare quando meno te lo aspetti, ci porta invece Piero Colaprico con Scala C: all'ex maresciallo Pietro Binda torna in mente una storia di quegli anni, il giorno che il suo nipotino londinese gli chiede, nonno che cos'è il destino? Scatenato, vorticoso, esilarante, Wu Ming mette in scena nel segno della libertà della scrittura, e di un singolarissimo made in Italy, tra l'Italia d'oggi e l'America di Benjamin Franklin, la strana indagine che porta a scoprire chi è davvero American Parmigiano. Conclude il libro una meditazione controcorrente sulla vita solitaria che è anche risorsa, premessa per rimettere a fuoco lo sguardo nell'eccesso di rumore che è il nostro presente, viene da Simona Vinci: Un'altra solitudine.
In libreria dai primi di maggio.
Saremo in banda* al Salone del libro di Torino domenica 16 maggio alle 18 e 30, Sala dei 500.
*Errata corrige: tutti gli autori tranne i Wu Ming.
Maestri
Pubblicato: ottobre 22, 2009 Archiviato in: Uncategorized | Tags: anima, appuntamenti, leggere, scrivere, storie, tempo 5 commentiPierre Levy, Il fuoco liberatore
Domani vado in Sicilia, a Palermo, per Il Mondello Giovani. (Io sono un senior writer, mi sa, per i ragazzi che incontrerò). Venerdì c’è questo incontro dedicato ai ‘Maestri’. Non è che mi siano state date indicazioni troppo precise, per cui ho immaginato che ciascuno dei partecipanti si costruirà il suo personalissimo percorso. E’ da settimane che mi arrovello, perché ‘sta cosa dei ‘Maestri’ a me non è che sia mai andata giù del tutto. La posizione dell’allieva mi è sempre stata stretta. Non ho mai sopportato che qualcuno si mettesse in cattedra e mi spiegasse com’è che va la vita, com’è che si fanno le cose, e quando e perché, e giù di dettagli e prescrizioni. Mi sono sempre scrollata di dosso tutto quello che non mi serviva, trattenendo degli insegnamenti solo quello che sentivo di poter integrare alla mia ricerca che procedeva solitaria. Un sacco di errori e di tempo perso, lo ammetto, ma io è così che ho sempre imparato e imparo. Altrimenti, zero. Guardando indietro alla mia storia però, oggi, quelli che sono stati i miei ‘Maestri’ li riconosco. Li ho incontrati nei libri. Li incontrati nei fotogrammi di un film, a teatro, in un dipinto o in una fotografia. Ma li ho incontrati anche per strada, nei bar, in un campo, su uno scoglio a strapiombo sul mare. Qualcuno poi -si contano sulle dita di una mano, questi- l’ho incontrato nei luoghi canonici in cui si incontrano i maestri: nelle aule di un’università, per esempio. E mi è venuto in mente che gli avevo scritto una lettera, a questi maestri, tanti anni fa.
Questa.
