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Questa è una donna (e una giornalista)

22 Ott

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Grazie per il tuo lavoro, che per approccio e per contenuti hai di certo svolto meglio di molti altri. Riposa in pace, Maria Grazia, amica degli animali e delle buone notizie, ovvero di tutto ciò di cui si parla poco, troppo poco, e pure male. Ti ricorderò per gli occhi buoni e per le buone intenzioni, per le occhiate in camera e per la voglia di andare avanti. Sempre. Fino all’ultimo.

Ciao, e riposa nella pace che meriti.

Godo

16 Nov

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Disoccupato a progetto

7 Ott

Rassegna stampa di Sky. Tg nazionale. Tg regionale. E a livello locale? Rassegna stampa più tg. A seguire, approfondimenti su cultura e spettacoli e sugli immancabili fumetti (che non guastano mai). Per finire, un’ora d’inglese al giorno, tanto per rimanere al passo. Poi guardi fuori. Ed è già sera.

Fare il giornalista è un lavoro. Anche quando non lo è.

Disoccupato a progetto

A serious man

25 Set

Che qua non c’è mica tempo da perdere. Che lo status di disoccupato non può mica essere un alibi. Qua tocca tenersi al passo, stare in carreggiata. Ci vuole l’impeto del guerrafondaio. Bisogna sentire dentro l’ardore della sfida. Guardare la vita in cagnesco e abbaiare. Bau! Bau!, anche se gli inglesi direbbero Woof! Woof! L’ho imparato qui. Qui, dove sto prendendo lezioni d’inglese, mia grande lacuna per il lavoro che svolgo. Qui. Gente seria tra gente seria.

A serious man

Kualkosus l’aspirante qualcosa

28 Lug

Tanti auguri a me. Tanti auguri a me. Tanti auguri stocàzzo. Tanti auguri a me.

E la torta? Dov’è la torta? Dove cazzo è la mia fottutissima torta?! Siete ancora lì ad accampare scuse. Sono quasi cinque mesi che mi state a raccontare che se l’è mangiata il mostro della crisi. Balle. Stronzate. Bufale degne di Minzolini o del peggior Sallusti. La mia torta, il mio lavoro, se l’è mangiata il nepotismo ingordo. La macchina infernale delle raccomandazioni, che con la scusa dei tagli e dei rimpasti salva gli amici e silura tutti gli altri.

Mi avete detto “abbi Fede”, ma è all’incirca dal ’94 che quella parola mi dà l’orticaria. Oramai credo soltanto in me stesso. Nei miei mezzi. E nella mia capacità di reinventarmi. Perché non è detta che per il suo settimo compleanno questo blog si chiamerà ancora così. Perché non è affatto detta che da grande, io, farò davvero il giornalista.

Kualkosus l'aspirante qualcosa

Ho messo via

21 Mag

Un bel po’ di cose. Dicono: “Così si fa”. O perlomeno così dice Luciano. Luciano Ligabue. L’uomo che tra un paio di settimane mi riporterà qui, a Milano. Perché intanto, nel frattempo, io me ne sarò già andato. Avrò già lasciato la città meneghina, in cerca di qualcosa di nuovo. Un nuovo chiamato mare. Un nuovo chiamato gatti. Un nuovo chiamato amici. Un nuovo chiamato famiglia. Un nuovo chiamato nuovo, ma che di nuovo ha davvero poco. E, soprattutto, non ha niente a che vedere con il lavoro.

Il lavoro mi ha tradito. Il lavoro mi ha lasciato. E io, per un perverso giro della logica devo lasciare a mia volta qualcuno. Qualcosa. Milano. Un posto con il quale non credevo che avrei mai provato empatia. Un posto che invece mi resterà sempre nel cuore, perché qua i cuori sono molto meno grigi di quanto si pensi da fuori. Ma questa è un’altra storia. La storia che vi voglio raccontare oggi non è quella di un addio, ma di un arrivederci. Arrivederci, Milano. Non credere di aver chiuso con me. Non t’illudere. Qua io lascio affetti e progetti, progetti e affetti. Spesso, cosa bellissima, le due cose riescono addirittura a coincidere.

Ma intanto ti devo salutare, o mia bela Madunìna. Sono costretto a prendermi una pausa di riflessione. Per questo, da amante un po’ triste e un po’ deluso, sto già facendo i bagagli. In camera, in questa camera che sono in procinto di abbandonare dopo quasi due anni, sono circondato di scatoloni da riempire, sequestrati dal magazzino del Carrefuor vicino casa come fossi un barbone. Con la differenze che quelli, poveracci, una casa non ce l’hanno proprio. Io la mia la sto per mollare, dicevo, e me ne sto per tornare a quella vera. Quella delle origini. Quella dei miei. Arrivederci, Metropoli a Gas. La Baia delle Zanzare è già lì che mi aspetta. E così il mare. E così i gatti. E così gli amici. E così la famiglia. E così quel nuovo che tanto nuovo non è.

Intanto raccolgo, seleziono, organizzo, inscatolo. E ho messo via un bel po’ di cose. Dicono: “Così si fa”. Tra quelle cose, chili e chili di carta prelevati dai cassetti della redazione. Così, rovistando, oggi ho ritrovato le stampate delle prime pagine curate da me. Ho riletto i miei primi titoli, di cui andrò sempre fiero anche a costo di apparire immodesto. Ho ritrovato le correzioni in rosso, sarcastiche, ficcanti e per questo efficaci di Lina Insu, la donna a cui devo questa mia prima vera opportunità di lavoro. E ho ritrovato, lì in mezzo, l’entusiasmo che provavo nel fare certe cose. Nel gestire le mie sezioni. Nello scrivere pezzi sulle grandi magie della tv e dello spettacolo in genere. La soddisfazione di potermi relazionare con dei collaboratori, mentre una volta il collaboratore ero io. Una volta, proprio come adesso. La ciclicità del destino è davvero ridicola e beffarda.

Mi sono ripassate per le mani le stampate degli scambi epistolari con la photoeditor della stanza accanto, che mandarsi le mail era meno faticoso che alzare il culo e andare di là oppure gridarsi a vicenda come fossimo in osteria. Sono ripassati sotto i miei occhi quei timoni fatti e rifatti. I fogli su cui mi segnavo le idee su come sviluppare i temi del mese, puntualmente cassati da chi, sopra di me, aveva già venduto la sua anima di giornalista ai fottuti diavoli del marketing.

Ho ritrovato, lì in mezzo, quella parte di me che tra una corsa e l’altra si divertiva a fare, e che ha voglia di fare ancora. Milano, non credere di aver chiuso con me. Perché io, con te, non ho di certo finito.

Ho messo via

Tanto lo so che è tutta una farsa

23 Apr

Mi sono iscritto al concorsone Rai per i giornalisti.
Il mio senso dell’umorismo non ha proprio limiti.

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Ed ecco, non a caso, il logo ufficiale dell’iniziativa.

Se questo è un cronista

20 Feb

La camminata del dolore. Della sofferenza autoindotta. La passeggiata dei microfoni e delle telecamere. Dei ritornanti a progetto, dei vaganti pagati al pezzo. Mi duole dargli ragione, ma stavolta Grillo mi ha fatto riflettere. Sulla loro condizione, quella dei ritornanti miei colleghi. E sulla mia. Ieri il patron dei 5 Stelle è stato inseguito da un’orda di cronisti accaniti, in un lungo e squallidissimo pianosequenza durato fino all’arrivo all’ingresso dell’Ariston. E’ stato tampinato da una mandria di giornalisti a caccia di parole vaganti, più vaganti di loro. Stavano lì a farsi del male l’un l’altro, in una calca da stadio neanche ci fossero gli U2 in procinto di suonare. Stavano lì a pestarsi i piedi, a gridare “ahia”, a rompersi l’obiettivo a vicenda. Stavano lì a inseguire il politicante di turno, per portare a casa una dichiarazione che ha la stessa sostanza del nulla cosmico, dello zero assoluto, del vuoto pneumatico. Poi ci ha pensato lui, Grillo, a fornire loro del materiale degno di nota (“La Rai è la maggiore responsabile del disastro del Paese”), ma non è questo il punto. E’ il metodo che non mi convince, e soprattutto il fine di tutto quel loro affannarsi.

Lui li ha definiti dei “walking dead”, facendo il verso a una delle serie tv più amate del momento e, probabilmente senza nemmeno saperlo, a uno dei fumetti scritti meglio degli ultimi dieci anni. Lui, il signor 5 Stelle, li guardava dicendo loro che hanno la faccia “di chi si è perso”. E mi duole dargli ragione, ma stavolta Grillo mi ha fatto riflettere. E me ne sto qui, a domandarmi se sia questo il vero giornalismo. Cronisti costretti a tampinare l’oratore che fa audience per registrare ogni sua minima scoreggia, abbassati a mettere in atto uno stalking legalizzato con metodi al limite del violento, dando voce incondizionata a quel politicante e fare così il suo gioco. Perché il cittadino deve sapere. Vero. Ma intanto viene a sapere quello che vuole lui. Quello che vuole il politicante. E i giornalisti se ne tornano a casa con i piedi rotti e le telecamere da mandare in assistenza, credendo di fare un servizio al Paese per quindici miseri euro al pezzo.

Voglio cambiare mestiere

15 Gen

Voglio lavorare in un giornale per istigare alla violenza contro una ministra di colore.
Voglio fare il direttore di un tiggì (facciamo due) per arrivare ai vertici del partito che mi paga lo stipendio.
Voglio.
Voglio.
Voglio.

Voglio cambiare mestiere.

Gli oscuri presagi di Paolo Volpe

7 Gen

Paolo Fox ha detto che per quelli del mio segno il lavoro calerà a fine febbraio. Proprio quando mi scade la proroga del contratto, insomma. E ha anche detto che per il resto dell’anno sarà tutto un saliscendi.

Bene. Ho capito. Da marzo si torna freelance.

E scoccala, 'sta freccia.

E scoccala, ‘sta freccia.

Disturbato-re

12 Nov

Oggi il giornalismo è in lutto. Oggi perdiamo l’ultimo baluardo della cronaca più vera, quella fatta sul campo. Da oggi dovremo rinunciare all’unico, vero uomo d’inchiesta rimasto sulla piazza, uno che era sempre al posto giusto nel momento giusto. L’unico vero antagonista del sistema. L’ultimo tra gli ultimi a dire le cose come stanno, come stanno davvero, di fronte alle telecamere.

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(io ci scherzo, ma sono allibito)

I miei più sinceri auguri

8 Nov

Tu. Sì, tu, bastardo. Tu che mi mandi gli highlights dei programmi in pidièffe. In formato immagine. Tu. Sì, tu, bastardo luridissimo che mi allunghi il lavoro impedendomi di fare copia-incolla dei contenuti dei programmi per poi poterci scrivere il mio articolo. Tu che mi costringi a trascrivere su OpenOffice il tuo testo. Un testo, tra l’altro, in italiano stentato. Tu, sì, proprio tu. Senti qua. Ho qualcosa da dirti.

Spero che tu venga mangiato da Joe Bastianich durante un suo show mentre lo stai diludendo.

Spero che un giorno Salvo Sottile possa speculare sul dolore dei tuoi cari dopo che ti avranno assassinato in circostanze misteriose. Bruno Vespa è già lì che ronza col suo cazzo di plastico.

Spero che tu venga nominato. Ma non in un reality. Sul Death Note.

Spero tu faccia la stessa fine di Kenny in ogni puntata di South Park, ma senza la possibilità di tornare la volta dopo.

Spero che Hulk ti scambi per il tappetino del Twister.

Spero che Dracula si avventi sul tuo collo subito dopo aver fatto la denticure dall’arrotino.

Spero che Shaquille O’Neal ti scambi per il ferro del canestro. E che subito prima abbia scoperto la moglie a letto con Kobe Bryant. Poverino. Poi dovrà pur sfogarsi contro qualcosa.

Spero che quella felpa col cappuccio rosso che ti ho appena ordinato su Amazon ti stia a pennello. Io ti aspetto nella casetta in fondo al bosco per il tè delle 5. Intanto faccio uno squillo al lupo. Metti che s’offende se non lo invito…

Spero che Morpheus ti faccia scegliere tra pillola rossa e pillola blu. E che tu scelga la blu per necessità.

Spero che il Joker ti trovi particolarmente serio. E che prenda provvedimenti. A modo suo.

Spero che Barbara Berlusconi ti scambi per Galliani, e che ti faccia il culo a strisce rossonere.

Ma soprattutto spero che Adam Kadmon faccia per la prima volta qualcosa di buono. Svelando il mistero della tua assurda, dilagante e stronzissima idiozia.

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Tu che guardi troppi film

14 Ott

Ciao, mi dice lui fermandomi lungo il piazzale che attraverso tutte le mattina.
Ciao, gli rispondo io per cortesia nonostante il ritardo di sempre.
Lo conosci questo simbolo?, mi chiede mostrandomi una specie di cartoncino dalla sua mano. Sopra, stampato, c’è un nastro rosso.
..Di vista, gli dico con fare evasivo.
Cosa studi?, mi domanda lui come se dovessi per forza essere un universitario soltanto perché quello su cui stiamo poggiando i piedi è il piazzale del Politecnico.
Io lavoro, gli rispondo con fermezza. E con un po’ di spocchia, diciamolo.
Ah! E che lavoro fai?, mi chiede incuriosito da me, strano animale mitologico che mentre va a lavorare passeggia tra studenti e studentesse (soprattutto studentesse).
Sono giornalista, rispondo aumentando il dosaggio. Il dosaggio della spocchia.
Ah. Di sport?, mi chiede lui come se il mondo fosse tutto Gazzetta e Processo del lunedì.
No. Televisione, gli dico io con la solidità di un tubo catodico.
Ah! Senti. Io raccolgo fondi per la lotta all’Aids, mi dice arrivando al dunque. E aggiunge: Mi raccomando, tu che sei giornalista. Trombatele tutte. Ma usa il preservativo, eh.

La fiction, signori. La fiction ci distruggerà. Crea aspettative enormi. E poi guarda tu che roba.

Tivù-bì

16 Set

Fine dell’estate. Cambio di stagione. Inizio di una nuova. Quella televisiva, che si autocelebra con una party-conferenza all’americana.

Compiti divisi tra noi redattori. Ognuno intervisterà i grandi ospiti presenti sulla base delle sezioni che cura. Io mi occupo prevalentemente di documentari e programmi per bambini, e contrariamente a quanto ho scritto in questi giorni ho già pronte le mie domande.

Com’era il miele, stamattina, signor Grizzly?
Ma è vero che mamma orsa fa delle ottime crostate?
Koda può dirsi davvero un “fratello”?
E Baloo. Non trova abbia un nome ridicolo?
Yoghi, invece, ha davvero quella voce da scemo o è tutta colpa del doppiatore?
Grazie. Le saluto il ranger, eh.

E poi.

Cara Peppa Pig, lo sa che ha proprio un nome del cazzo?
Esimia Violetta, ma quando morirà si farà chiamare Crisantemo?
Care Tartatughe Ninja, ok che voi bestiacce col guscio campate pure duecento anni, ma non vi pare sia ora di appendere i nunchaku al chiodo?
E voi, gentili Power Rangers, ma per essere sempre così rossoggialleppiù-rosaneroebblù usate mica Omino Bianco Color? E credete che avreste avuto lo stesso successo se la tv fosse rimasta in bianco e nero?

Ma in fondo io scherzo. Cara tv, io ti voglio bene. Soprattutto da spenta.

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