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Di nome ma non di fatto

27 Mar

Giorni fa vi ho beccato con le mani nelle ostriche. Oddio, non lo so, in realtà, se ci fossero pure quelle. Ma lo champagne sì. Lo champagne c’era eccome. Ve l’ha portato il distinto cameriere del locale a fianco, direttamente in redazione. Se ne stava tutto impettito, lui, con il cestello pieno. Pieno di champagne, appunto, e di ghiaccio. Tanto ghiaccio. E bicchieri, tanti bicchieri, sul vassoio che reggeva con attenzione senza rinunciare mai alla sua posa impettita. La forma è importante, già. Ma la sostanza, a casa mia, lo è molto di più. La sostanza è che vi siete fatti portare in redazione una bottiglia di champagne – con tanto ghiaccio e tanti bicchieri-. La sostanza è che io passavo di lì proprio in quell’istante. Le mie pupille sono inciampate per caso sul petto impettito del ragazzo-cameriere che ve l’ha consegnato e probabilmente servito. Me ne stavo lì, a guardare la scena. E a pensare l’inevitabile. A pensare quanto quella stessa scena fosse un tremendo e immorale schiaffo alla crisi. Non tanto a quella economica su scala globale, ma a quella di un settore che non agonizza. E’ già in coma.

Quanto li pagate i vostri collaboratori? Ma soprattutto, li pagate? E quanti stagisti avete? Quanti redattori avete mandato a casa negli ultimi anni? Quanti tagli avete fatto per riuscire a sopravvivere, voi e il vostro giornaletto di parte? A quante bocche avete tolto il pane, per riempire le vostre di pregiato e bollicinante champagne?

Vedete, questo post rischia di essere una bufala colossale. Ci ho riflettuto per giorni prima di pubblicarlo. La verità è che io non lo so il motivo di quel vostro brindisi. Magari era il compleanno di qualcuno. Magari qualche caporedattore sta per diventare papà. Magari se ne va in pensione un veterano o, meglio ancora, avete assunto venti persone tutte in un colpo e avete giustamente pensato di festeggiare. E’ possibile che i vostri conti siano a posto – oggi come oggi non sarebbe poco – e di fronte al bilancio con il segno più abbiate deciso di dedicare un dignitoso e meritato prosit a tutta la vicenda. Vedete, queste sono tutte le possibili verità. Queste, insieme a tante altre che ora non mi vengono in mente. Ma poi è arrivata la prima pagina di oggi. Poi è arrivata lei e ho deciso di fregarmene di tutte queste stramaledette opzioni. Ho capito che – a prescindere dalle bollicine che ingurgitate – non c’è rispetto in quello che fate. E non vedo perché io debba farvi sconti. Non vedo perché io debba avere rispetto per voi.

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E’ anche per colpa di gente come voi se questo mestiere non ha più una dignità.

Decidetevi

25 Feb

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Andatevene moderatamente a fanculo (2)

6 Feb

Un blog che parla di blog è un blog un po’ strano. Soprattutto sono strani quei blog che iniziano i loro post ripetendo per ben tre volte la parola blog in una sola frase. Cinque, fin qua. Contatele se non ci credete.

Dicevo. Un blog che parla di blog è di per sé un blog un po’ strano. Se parla di se stesso, poi, è proprio un caso disperato. Un frullato di egocentrismo digitale, direi. Pazienza. Oggi esordisco così. Ripetendo la parola blog per ben nove volte in poche righe (contatele di nuovo, su), ma soprattutto esordisco parlando di questo stesso blog (e dieci). Sì, perché l’ultimo post è arrivato dove mai nessun altro. L’ultimo post ha attirato l’attenzione di migliaia di utenti. Saranno stati i toni accesi, il titolo roboante, oppure ha fatto tutto l’indignazione per il caso che ho riportato. O magari la mia rabbia è arrivata dritta dove sarebbe dovuta arrivare, sparata sulla fronte del lettore, e il passaparola ha fatto il resto.

E’ che la frustrazione è tanta. E non cala sapendo che quel moderata retribuzione ha ora un peso, una misura. Una cifra. Ottocento euro. Non si sa se netti o lordi, ma è quanto promettono quelli di The Post Internazionale. Colleghi che rispetto, perché questo mestiere lo fanno certamente meglio di altri. Sono molto più giornalisti loro di tanti altri sedicenti tali, che invece non fanno altro che intingere il calamaio nell’inchiostro e la lingua nel culo di chi li finanzia. Ma il buon lavoro svolto finora non giustifica un compenso così. Così basso. Così misero. Così moderato.

Posso anche immaginare che oggi come oggi non si possa fare di meglio. Posso credere senza alcuna fatica che è così che oggi debbano andare le cose. Le vacche grasse non ci sono più: il colesterolo è salito alle stelle e – puff! – addio coronarie. Oggi è il tempo delle vacche magre, così magre che la Kate Moss dei tempi d’oro, a confronto, sembra Platinette. Oggi è così che va. Il giornalismo è un mestiere per poveri, o così ci raccontano. E io non è che non ci creda, ma esattamente come tutti i miei colleghi ho uno stomaco da riempire, una casa da pagare, dei sogni che agonizzano e che non vorrei mi schiattassero davanti agli occhi proprio in questo istante. Il problema, ora, non è la parola indecente che hanno utilizzato nell’annuncio per definire la retribuzione prevista (“moderata””, appunto). Il problema è che con ottocento euro non puoi fare granché. Con ottocento euro lo stomaco lo riempi, ma per la casa le soluzioni sono due: o ci pensano i tuoi genitori oppure resti direttamente nella loro. Dei sogni non ne parliamo nemmeno. I sogni son desideri che stanno in fondo al cuore, diceva Cenerentola. E lì, molto probabilmente, son destinati a rimanere. Tanto più che è mezzanotte passata.

Andatevene moderatamente a fanculo (2)

Andatevene moderatamente a fanculo

4 Feb

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Sfacciato. Illeggibile. Irrispettoso. Ecco cosa penso di un annuncio del genere. Come al solito si chiede tanto, e si offre, in cambio, un pugno di mosche. “Prevista moderata retribuzione”, dicono. E allora avrete soltanto un “moderato impegno”. Soprattutto perché non siete una start-up da quattro soldi, ma una testata già ben consolidata.

Oramai si sa: ho scelto il lavoro meno rispettato del mondo. La gente è convinta che chiunque possa fare il giornalista. Il blogger, lo scrittore, magari pure l’incisore di lapidi. Purché scriva, questo mestiere lo saprà fare sicuramente. Poi lo metti alla prova, e ti ritrovi a desiderare che la prossima lapide sia la sua. E ti viene voglia di fare l’incisore, che magari guadagni pure qualcosa. Anche se a morire, qui, è un mestiere intero. A morire, qui, è la nostra dignità.

Chissà cosa farò tra dieci anni

16 Nov

Ho appena rinnovato la carta d’identità. E sono stato ottimista. Molto ottimista.

Chissà cosa farò tra dieci anni

E no, non mi riferisco soltanto all’altezza.

Per colpa di Chi

5 Nov

Per colpa di ChiVa bene. Va bene, ho capito. Non c’è bisogno di fare così. Non c’è bisogno di usare le maniere forti, di dirlo con le cattive. Mollo. Io mollo. Mollo tutto. Non voglio più fare il giornalista (se si può dire che in effetti lo stia ancora facendo). Ma davvero, non è il caso di fare così. Non è il caso di umiliarsi per farmi arrivare a tanto. Sarebbe bastato chiedere. Sarebbe bastato continuare con tutte quelle mail del cazzo, tra una risposta finto-gentile e un finto-tariffario e l’altro. Sarebbe bastato aspettare ancora un po’. Senza arrivare a tanto, davvero. Ero già sulla buona strada. Avevo già imboccato la via dell’abbandono. Della rinuncia. Non c’era bisogno di abbassarsi così. Non c’era bisogno di dirmelo con tanta grettezza. Non c’era bisogno di farmi vergognare di voi, e per voi. Voi che avete scambiato il giornale per l’osteria, l’informazione per il sessismo gratuito. Voi che con la dignità vi ci siete puliti il culo. Vi ci siete masturbati, e ora siete qua a farci ascoltare i vostri fottutissimi, amarissimi, squallidissimi gridolini. Vendendo alcuni scatti che immortalano una donna intenta a mangiarsi un gelato come fosse una notizia. In allegato, la vostra anima.

Una cosa del genere non è ammissibile, e va al di là di ogni credo politico. Non c’è notizia, in questo servizio che avete trasformato in un servizietto. Così come non c’è più dignità, in voi, né amor proprio in quello che fate. E io, piuttosto che diventare come voi, mi do al marketing. Io che il marketing lo odio. Io che il marketing lo considero il male in Terra. Un po’ come voi, giornalettari della domenica, anche se oggi è mercoledì. Un brutto mercoledì. E io resto qua, a sperare che qualcuno vi faccia passare anche un brutto venerdì, come si suol dire. Nel frattempo mi rimetto a leggere fumetti. E ora provate a dirmi che sono un gretto superficiale. C’è meno porno in un hentai che tra le vostre pagine incollate dallo sperma.

Ero una brava persona

3 Nov

La vita prima o poi ti cambia.
Oramai l’unica testata che m’interessa è quella nucleare.

Tanto campo d’aria (4)

30 Ott

Ciao KronaKus, devi scusare il ritardo ma siamo sommersi dalle mail.
Ti invio il nostro tariffario del momento. A sinistra i caratteri, spazi inclusi. A destra gli importi.

500 —> 1 euro
1000 —> 1,5 euro
1500 —> 2 euro
2000 —> 2,5 euro
2500 —> 3 euro
3000 —> 4 euro
3500 —> 5 euro
4000 —> 6 euro
4500 —> 7 euro
5000 —> 8 euro
5500 —> 9 euro
6000 —> 10 euro

Lordi.

Ciao. Attendo un tuo riscontro!

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Sì. A fuoco.

Tanto campo d'aria (4)

Tanto campo d’aria (3)

28 Ott

Gli articoli devono resistere robustamente a queste domande:
Ritenete attendibili le informazioni presentate nell’articolo?
L’articolo è stato scritto da un esperto o un appassionato che conosce bene l’argomento o è più superficiale?
Il sito contiene articoli duplicati, che si accavallano o sono ridondanti in merito ad argomenti uguali o simili, solo con parole chiave leggermente diverse?
L’articolo contiene errori ortografici, stilistici o false informazioni?
L’articolo fornisce contenuti o informazioni, rapporti, ricerche o analisi originali?
La pagina in questione è molto più utile rispetto alle altre pagine visualizzate nei risultati di ricerca?
In che misura viene controllata la qualità dei contenuti?
L’articolo tratta entrambi i punti di vista in merito a una notizia?
I contenuti sono trattati con la massima cura e attenzione?
L’articolo è stato scritto bene o sembra essere stato redatto senza alcuna cura o in modo sbrigativo?
Gli articoli sono curati, vi sono grafici, fotografie pertinenti e notizie originali e trattate con cura?
Vi fidereste delle informazioni fornite dall’articolo?
L’articolo fornisce una descrizione completa dell’argomento?
L’articolo contiene un’analisi dettagliata o informazioni interessanti che non siano ovvie?
Si tratta del tipo di pagina che aggiungereste ai segnalibri, condividereste con un amico o consigliereste?
Vi aspettereste di trovare l’articolo in una rivista, un’enciclopedia o un libro cartacei?
Gli articoli sono corti, inconsistenti o comunque privi di informazioni specifiche utili?
Le pagine sono realizzate con estrema cura e attenzione per i dettagli o non lo sono affatto?
Gli utenti si lamenterebbero trovando pagine provenienti da questo articolo?
Gli argomenti sono basati sui reali interessi dei lettori del sito oppure il sito genera i contenuti in base ai presunti argomenti che potrebbero ottenere un buon posizionamento nei motori di ricerca?

E poi una fetta di culo. Bella spessa e saporita. Il culo del collaboratore, a cui si richiede tutto questo ma lo si retribuisce secondo un tariffario forfettario che oscilla tra l’euro smilzo della “notizia flash” e i dieci ridicoli dell'”articolo lungo”. Quanto lungo? Non si sa. E gli importi sono lordi o netti? Non pervenuto. Pagamento tramite bonifico bancario (ma non si disdegna la Postepay) a blocchi di trenta pezzi. E se di essere sfruttato ti stanchi prima del trentesimo non becchi l’ombra di un quattrino. Insomma te la prendi nel culo. Tra una fetta e l’altra.

Quindi fatti un favore, mio caro Snoopy. Smettila di fare il coglione.

Tanto campo d'aria (3)

Tanto campo d’aria (2)

24 Ott

Due centesimi a parola. Mi hanno proposto una collaborazione per due centesimi a parola.

E’ ufficiale: assassini non si nasce. Ti ci fanno diventare.

Tanto campo d'aria (2)

Tanto campo d’aria

16 Ott
Ciao KronaKus,
ci interessano le tue competenze.
Se sei d’accordo possiamo iniziare con il crearti l’account sul nostro sito così potrai inserire i primi articoli.

Ci coordineremo volta per volta, con correzioni e miglioramenti.
Gli argomenti li puoi scegliere tu ma dovranno essere inerenti alla città di Milano.
Se mi dai l’ok, procedo con il crearti le credenziali.

Grazie,
Laura

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Un miracolo, ho pensato. Non solo hanno risposto alla mia mail, di per sé una gran notizia in questo mare magnum di non-risposte. Non solo hanno accolto di buon grado la mia candidatura, ma si comincia subito. Subito.

Subito, oh.
Subito.
E che cazzo. Subito!


Subito. Così.
Senza uno straccio di contratto.
Senza sapere quanto paghino.


E infatti non pagano. Ho riletto l’annuncio: parla di collaborazione editoriale gratuita. La prossima volta imparo a leggere bene. La prossima volta avrò della gente in meno da mandare a fanculo.

Tanto campo d'aria

Lettera (minatoria) al direttore

12 Set

Esimio dott. Braccino de Braccinis,
la ringrazio per l’avvenuto bonifico.
Per quanto riguarda l’importo versato, la informo che attendo ancora i 20 euro (in nero) relativi al nono articolo. Perché, come sa, gli articoli da me consegnati erano nove, e non otto come da vostri conteggi. Scusi se insisto, ma è una questione di correttezza e di etica professionale, oltre che di rispetto per il lavoro altrui. Sono giornalista da anni. Sono direttore di una piccola testata locale e ho lavorato in diverse redazioni. Ciò che ho sempre visto è che il compenso spettante al collaboratore è relativo ai pezzi commissionati e di conseguenza scritti e consegnati. La pubblicazione, poi, è una questione interna alla redazione, ma che nulla ha a che vedere con la cifra che il giornalista ha tutto il diritto di ricevere. Mi spiace per questa spiacevole situazione, e capisco benissimo che i malintesi possono capitare, soprattutto se si lavora a distanza, ma i pezzi commissionati si devono pagare tutti. Anche se poi decidete di non pubblicarli.
Grazie e buon lavoro.

KronaKus
Lettera (minatoria) al direttore

Tonno subito

5 Set

La noia. Il senso d’impotenza. L’orgoglio ferito. Il portafogli vuoto. Il conto in rosso.

Balle. Il vero dramma dell’essere disoccupati è che dopo aver fatto colazione (rigorosamente non prima delle 10), alle 11 hai già una fame boia. Perché sei a casa, e il frigorifero se ne sta lì, a fare comunella con la dispensa, a mo’ del gatto e la volpe, sempre pronti a tentarti. Aprimi! C’ho la robba buona, io!, ti bisbigliano manco fossero dei pusher. E tu, Pinocchio senza più reddito né autostima, cedi alle loro lusinghe e ti becchi il nasone di legno in quel posto. Per vedere la balena di Collodi, poi, ti basta passare a salutare lo specchio.

Ora scusatemi. Ma non ve ne andate, eh.
Tonno subito.

Tonno subito

Non ho mica tempo da perdere

2 Set

– Kronny, poi ho parlato con mio padre per quella storia dell’edicola..
– Ah sì?
– Sì.. per i 150mila euro che servono per rilevare l’attività..
– Ah..
– Dice che se trovo qualcuno che faccia a metà con me lui mi fa da garante per chiedere un mutuo da 80mila..
– Ah..
– Eh..
– …
– …
– Ci stai provando?
– Eh?
– Ci stai provando?!
– No! Cosa..?!
– Guarda che io i giornali li voglio fare, non vendere!

Non ho mica tempo da perdere

L’Unità ti fa male lo so

31 Lug

Non farò il romantico. Non farò il nostalgico. Non farò nemmeno il deluso. Farò l’incazzato. Incazzato perché a mezzogiorno erano già tutte finite, le copie dell’ultimo numero de L’Unità.
“No, capirai. Oggi scatta la smania di collezionismo!”, mi ha detto l’edicolante.
“Sono in ritardo, vero?”, ho risposto io ribadendo l’ovvio.
“Eh sì.. Poi anche oggi stessa tiratura. A me ne è sempre arrivata una copia. Una sola. E non l’ho mai venduta. A parte oggi”.

Oggi. Oggi si sono svegliati tutti, in questa città che si è riscoperta di sinistra soltanto di recente, dopo dieci anni di navigazione a vista e disperata sull’altra sponda della politica. Oggi. Oggi si sono svegliati tutti. Tutti, compreso me, che non compro mai L’Unità se non per numeri celebrativi e quant’altro. Tutti, come me, mossi da compassione o pentimento. Oppure, proprio come me, da uno spirito collezionistico risvegliato dagli eventi. Perché oggi L’Unità chiude. Oggi, in edicola, c’è l’ultimo numero del giornale fondato da Antonio Gramsci nel 1924. Cristo, ‘sto quotidiano ha la stessa età dei miei nonni materni!

E’ una grave perdita. Un lutto per l’informazione nazionale. Per me, però, è anche il sintomo di un cambiamento inevitabile. Il segno inequivocabile di un’evoluzione della specie forzata ma necessaria.

Un giornale che muore è sempre un tuffo al cuore. Che fa anche rima, e fa tanto canzone d’amore. Che fa rima a sua volta, e fa ancora più canzone d’amore. Ma avevo detto che non avrei fatto il romantico, né il nostalgico. Non farò nemmeno il deluso e, in questo caso, nemmeno l’incazzato. Mi limito a lanciare una riflessione tra le maglie della Rete, perché io ho un’idea abbastanza definita riguardo a quanto sta succedendo. Un’idea controcorrente, lo so, che potrebbe far incazzare qualche navigante. Ma il mare di Internet è bello perché vario, e nessuno mi toglierà dalla testa che se L’Unità chiude è anche perché non ha saputo cogliere gli umori dei lettori. Lo spirito del tempo. E’ tutto lì. Il segreto non è altro che quello. Lo spirito del tempo. Che devi cogliere. E da cui non puoi prescindere. Sennò sei fuori. Io stesso, come detto, non l’ho quasi mai comprato. Troppo di parte, seppur quella parte non sia nemmeno tanto distante dalla mia visione delle cose. E troppo limitata, rispetto a una concorrenza che seppur faziosa è riuscita a garantire un’informazione più completa, a far respirare vènti a cui un semplice giornale di partito non può arrivare. Il declino de L’Unità va di pari passo con il tonfo fragoroso della politica, una sorta di ectoplasma la cui popolarità è oggi in rapida risalita tra le luci mediatiche e le ombre di contenuto del renzismo. A questo non si può non associare la crisi dell’intero settore. Dicono che il punk sia morto, ma neppure il giornalismo non ha poi una bella cera.

Abbraccio virtualmente i colleghi che da oggi rimangono a casa, in special modo quei collaboratori che, proprio com’è successo a me, saranno i primi a essere tagliati. Ma la mia idea rimane quella di un giornale che non ha osato abbastanza, di una buona fede giornalistica che è rimasta fine a se stessa. Questi sono tempi duri. Questi sono tempi bui. Bisogna oltraggiare l’ordine precostituito. Reinventarsi, e in modo serio. I tentativi fatti non sono bastati. Oggi la rivoluzione (e la sopravvivenza) dei giornali passa per un principio cardine: devi inventarti un pubblico, un pubblico che sia soltanto tuo. Mi devi dare qualcosa che gli altri non mi danno. Sennò, mi spiace, e lo dico con la mano sul cuore, oggi è anche di questo che si muore. Altra rima smielata. Urge dieta ipoclicemica.

Ma no, non farò il romantico. Non farò il nostalgico. Non farò nemmeno il deluso. Farò l’incazzato. Incazzato perché a mezzogiorno erano già tutte finite, le copie dell’ultimo numero de L’Unità. Tutte tranne una (tiè). Ho girato ben nove edicole, che in posti come la Baia delle Zanzare equivale a un quasi tutte. Vicino a casa mi hanno risposto secchi, come si fa con chi chiede l’impossibile e gli si vogliono ammazzare sul nascere tutte le buone speranze. Al mare borbottavano, si lamentavano della tiratura che non è stata alzata nemmeno oggi (vedi alla voce “osare”), e che no, non avevo più nessuna chance di trovarmi la mia copia. Ho tentato in stazione, la cui edicola, per definizione, è e dev’essere più fornita delle altre. Niente. Ho provato pure con l’edicola-bar-tabacchi-forseanchemacellerìa in cui vado sempre con mio padre a gustarmi il miglior sorbetto al caffè della Baia. “Se c’è lo trovi lì, in mezzo agli altri giornali”, mi hanno risposto, probabilmente ignari di chi giorno fosse oggi. L’ultimo giorno de L’Unità. Ma niente, neppure lì. Io, sull’orlo della resa, ho rimesso in moto la mia Punto bianca del ’97 e ho seguito la strada. Non quella di casa, però. Ho proseguito lungo la statale, in preda a un’ultimo conato di speranza. Di fiducia. Di resistenza alle avversità. Così sono finito in un hotel che ha sotto un bar e pure un’edicola con quattro giornali. E no, niente macelleria. Ho scorso con gli occhi quei quattro giornali. Il quarto, giù in basso, mi ha fatto esultare come con un sei al Superenalotto. Era lei, l’ultima copia. La mia copia. Probabilmente l’ultima di tutta la Baia. Spuntata dal nulla alla nona edicola, che poi tanto edicola non è.

Ho insistito. Ho resistito. Ho perseverato. Non mi sono arreso. Mi sono trovato una soluzione, una nuova via, all’improvviso. Ho seguito la strada, senza tornare indietro, quasi spiazzando me stesso. Alla fine ho vinto. Ho raggiunto il mio obiettivo. Ho tenuto a galla il mio sogno del giorno, e ora non è più soltanto un sogno. Chissà che i colleghi dell’Unità non debbano fare lo stesso per sperare in un futuro. Chissà che non debba fare altrettanto anche io, per evitare che i miei sogni di giornalista s’infrangano sull’uscio dell’ottava edicola.

L'Unità ti fa male lo so

Kualkosus l’aspirante qualcosa

28 Lug

Tanti auguri a me. Tanti auguri a me. Tanti auguri stocàzzo. Tanti auguri a me.

E la torta? Dov’è la torta? Dove cazzo è la mia fottutissima torta?! Siete ancora lì ad accampare scuse. Sono quasi cinque mesi che mi state a raccontare che se l’è mangiata il mostro della crisi. Balle. Stronzate. Bufale degne di Minzolini o del peggior Sallusti. La mia torta, il mio lavoro, se l’è mangiata il nepotismo ingordo. La macchina infernale delle raccomandazioni, che con la scusa dei tagli e dei rimpasti salva gli amici e silura tutti gli altri.

Mi avete detto “abbi Fede”, ma è all’incirca dal ’94 che quella parola mi dà l’orticaria. Oramai credo soltanto in me stesso. Nei miei mezzi. E nella mia capacità di reinventarmi. Perché non è detta che per il suo settimo compleanno questo blog si chiamerà ancora così. Perché non è affatto detta che da grande, io, farò davvero il giornalista.

Kualkosus l'aspirante qualcosa

Chattare mi rende infelice

8 Lug

«kronakus, ma che lavoro fai?»
«giornalista.»
«full time?»
«no. “no time”.»
«allora freelance!»
«no. free e basta.»

Chattare mi rende infelice

Ho messo via

21 Mag

Un bel po’ di cose. Dicono: “Così si fa”. O perlomeno così dice Luciano. Luciano Ligabue. L’uomo che tra un paio di settimane mi riporterà qui, a Milano. Perché intanto, nel frattempo, io me ne sarò già andato. Avrò già lasciato la città meneghina, in cerca di qualcosa di nuovo. Un nuovo chiamato mare. Un nuovo chiamato gatti. Un nuovo chiamato amici. Un nuovo chiamato famiglia. Un nuovo chiamato nuovo, ma che di nuovo ha davvero poco. E, soprattutto, non ha niente a che vedere con il lavoro.

Il lavoro mi ha tradito. Il lavoro mi ha lasciato. E io, per un perverso giro della logica devo lasciare a mia volta qualcuno. Qualcosa. Milano. Un posto con il quale non credevo che avrei mai provato empatia. Un posto che invece mi resterà sempre nel cuore, perché qua i cuori sono molto meno grigi di quanto si pensi da fuori. Ma questa è un’altra storia. La storia che vi voglio raccontare oggi non è quella di un addio, ma di un arrivederci. Arrivederci, Milano. Non credere di aver chiuso con me. Non t’illudere. Qua io lascio affetti e progetti, progetti e affetti. Spesso, cosa bellissima, le due cose riescono addirittura a coincidere.

Ma intanto ti devo salutare, o mia bela Madunìna. Sono costretto a prendermi una pausa di riflessione. Per questo, da amante un po’ triste e un po’ deluso, sto già facendo i bagagli. In camera, in questa camera che sono in procinto di abbandonare dopo quasi due anni, sono circondato di scatoloni da riempire, sequestrati dal magazzino del Carrefuor vicino casa come fossi un barbone. Con la differenze che quelli, poveracci, una casa non ce l’hanno proprio. Io la mia la sto per mollare, dicevo, e me ne sto per tornare a quella vera. Quella delle origini. Quella dei miei. Arrivederci, Metropoli a Gas. La Baia delle Zanzare è già lì che mi aspetta. E così il mare. E così i gatti. E così gli amici. E così la famiglia. E così quel nuovo che tanto nuovo non è.

Intanto raccolgo, seleziono, organizzo, inscatolo. E ho messo via un bel po’ di cose. Dicono: “Così si fa”. Tra quelle cose, chili e chili di carta prelevati dai cassetti della redazione. Così, rovistando, oggi ho ritrovato le stampate delle prime pagine curate da me. Ho riletto i miei primi titoli, di cui andrò sempre fiero anche a costo di apparire immodesto. Ho ritrovato le correzioni in rosso, sarcastiche, ficcanti e per questo efficaci di Lina Insu, la donna a cui devo questa mia prima vera opportunità di lavoro. E ho ritrovato, lì in mezzo, l’entusiasmo che provavo nel fare certe cose. Nel gestire le mie sezioni. Nello scrivere pezzi sulle grandi magie della tv e dello spettacolo in genere. La soddisfazione di potermi relazionare con dei collaboratori, mentre una volta il collaboratore ero io. Una volta, proprio come adesso. La ciclicità del destino è davvero ridicola e beffarda.

Mi sono ripassate per le mani le stampate degli scambi epistolari con la photoeditor della stanza accanto, che mandarsi le mail era meno faticoso che alzare il culo e andare di là oppure gridarsi a vicenda come fossimo in osteria. Sono ripassati sotto i miei occhi quei timoni fatti e rifatti. I fogli su cui mi segnavo le idee su come sviluppare i temi del mese, puntualmente cassati da chi, sopra di me, aveva già venduto la sua anima di giornalista ai fottuti diavoli del marketing.

Ho ritrovato, lì in mezzo, quella parte di me che tra una corsa e l’altra si divertiva a fare, e che ha voglia di fare ancora. Milano, non credere di aver chiuso con me. Perché io, con te, non ho di certo finito.

Ho messo via

Non valgo un cazzo (perciò assumetemi)

13 Mag

Sto mandando curriculum come non ci fosse un domani. Ma la notizia non è questa. La notizia è che sto togliendo la dicitura “professionista” dalla lettera di presentazione, lasciando soltanto la parola “giornalista”. Sto tentando di rendermi più appetibile. Di non spaventare i datori di lavoro con una qualifica che potrebbe essere vista come troppo impegnativa.

Non è vita, questa.

Non valgo un cazzo (perciò assumetemi)

Metti che mi va in cancrena la biro

8 Mag

Scrivo pezzi.
Una tantum.
Sottopagato.

Praticamente sgranchisco la penna.

 

Non è come sembra: con la scrittura non si mangia.

Non è come sembra: con la scrittura non si mangia.

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