American Hardcore – un film sul punk Usa 1979-1986
Ho aspettato con eccitazione la visione di questo documentario. Per chi è cresciuto ascoltando l’hardcore punk made in Usa, e ha amato gruppi come Bad Brains, Minor Threat, Big Boys, Black Flag, Dead Kennedys, poter ripercorrere in video gli anni d’oro di quel fenomeno culturale ha un significato tutto speciale. L’autore del film è Steve Blush, che alcuni anni fa aveva pubblicato un libro con interviste ai protagonisti del punk Usa degli anni ottanta e poi ha deciso di trasporre sul video quel progetto. Per questo si è fatto aiutare da un regista esperto in video musicali e come lui passato attraverso la stagione dell’HC, Paul Rachman. L’idea ha occupato due anni di tempo e il risultato è, lo dico subito, ambiguo. Prima di parlarne, però, una premessa necessaria. Ho visto questo documentario in un cinema off, come si diceva una volta, di Berlino. Si chiama Lichtblick Kino e si caratterizza per la programmazione “alternativa”, a metà tra quella che potrebbe fare un centro sociale e quella di un cine d’essai. Ha una saletta dove ci stanno strette 40 persone, poltroncine mezze sfondate forse recuperate da un aereo della Aeroflot in servizio negli anni sessanta, l’ingresso alle sedie da un solo lato, con la sensazione di soffocamento per chi si trova abbracciato alla parete, lontano cinque corpi e varie birre dal corridoio. A prima vista il posto giusto per vedere un film simile. Vero niente. Era la terza volta che andavo in questo “cinema” e sebbene già con le altre due mi ero promesso di non rimetterci piede ci sono tornato perché il giorno e l’orario mi erano comodi. Se vedo un film o un concerto in uno squat so che è uno squat e quindi accetto eventuali “contrattempi”, ma il Lichtlick è una sala come le altre, dove si paga un regolare biglietto con tanto di ricevuta. Come l’ultima volta che ci sono venuto il cassiere-venditore di birra, che poi è lo stesso tipo che stacca i biglietti e proietta il film, ha venduto più biglietti dei posti a disposizione. Ha ritardato così di venti minuti la proiezione per piazzare delle sedie sugli scalini, sedie di plastica da esterni ma anche uno sgabello. L’unico “corridoio” era quindi occupato interamente da una massa umana di varia natura seduta in modo precario addosso alle file di poltroncine. Quando la proiezione è partita ecco la simpatica scoperta dell’audio completamente fuori sincrono. Cose di questo tipo succedono di solito nei telegiornali più scarsi, dove i servizi vengono montati in fretta e male, ma al cinema è colpa del protezionista o comunque di chi gestisce il locale. Il fastidio di vedere sullo schermo qualcuno parlare con la bocca che fa movimenti diversi da quelli attesi è, dico, pari a quello di ricevere sulle scarpe la pipì del cane di un grosso pregiudicato in vena di menar le mani. Nervoso allo stato puro. La pellicola corre e uno si aspetta una correzione di rotta, un’interruzione, una spiegazione, ma niente. Il film va avanti e si rimane seduti perché non c’è modo di uscire. Qualcuno dell’esigente pubblico tedesco (noto anche negli ambienti underground per l’indole spaccaballe per il minimo disservizio) forse si alzerà per protestare, ma niente. A metà film due tipi se ne vanno e li invidio. Io resisto solo perché vedere dal vivo i Bad Brains anno 1983 è un’esperienza impagabile. Morale: se qualcuno a Berlino – magari un espatriato italico – vi dice “che figo il Lichtkblick Kino” fatevi dei nuovi amici.
E ora il film. E’ costruito come un viaggio a tappe tra le scene più importanti della prima stagione dell’hardcore punk Usa, tra il 1979 e il 1986. Vengono intervistati un sacco di personaggi storici di gruppi seminali di Los Angeles, Washington DC, Boston, San Francisco, Austin TX, New York. Tutti sono ormai più vicini ai 50 che ai 40 e, diciamolo, al settimo o ottavo che ripete “Erano bei tempi, che grandi gruppi” o cose simili, ti dà veramente l’impressione di un’esperienza morte e sepolta. Per fortuna ci sono persone come Ian MacKaye (Teen Idles, Minor Threat), Vic Bondi (Articles of Faith), Keith Morris (Circle Jerks), e Kira Roessler (Black Flag), che danno l’idea di qualcosa che parla ancora alle loro vite. C’è modo e modo di invecchiare. La costruzione cronologica del film è confusionaria, non si capisce veramente chi ha ispirato chi e alla fine tutto finisce in un calderone. La noia di interviste che dicono tutte le stesse cose è placata solo dalla messe di filmati “d’epoca” veramente da mano sul cuore. Su tutti, i concerti di Bad Brains e Black Flag, gruppi inimitabili. Una cosa il film riesce a dirla: la diversità dell’hardcore punk statunitense dalla prima stagione del punk inglese che aveva come riferimento i Sex Pistols e soprattutto quel rincoglionito di Sid Vicius. “Non avevamo bisogno di sballati senza futuro”, dice Ian MacKaye. La politicizzazione del punk ha segnato la politica della sinistra radicale degli Usa in quegli anni, spesso si è ricollegata alle energie migliori della stagione della controcultura degli anni ’60, ma il documentario di questo non parla, ne fa solo dei brevi accenni. E veniamo ai dubbi maggiori che “American hardcore” lascia nello spettatore. Il fuoco della storia sono ragazzi che reagiscono all’emarginazione e all’apatia creandosi dal nulla delle scene musicali al di fuori dai circuiti commerciali: producono dischi che non hanno mercato, il mercato se lo creano ed è alternativo, sotterraneo. E’ un fenomeno subculturale eccezionale, che ha influenzato scene molto lontane geograficamente anche in Europa. Ebbene, il film è distribuito dalla Sony e ha tra i suoi sponsor la nota ditta di calzature Vans, le cui scarpe vengono (casualmente?) indossate da alcuni degli intervistati. Mah.