Canta il sogno del mondo – D.M. Turoldo

 

Ama

saluta la gente

dona

perdona

ama ancora e saluta

(nessuno saluta

del condominio,

ma neppure per via)

 

Dai la mano

aiuta

comprendi

dimentica

e ricorda

solo il bene.

 

E del bene degli altri

godi e fai

godere.

 

Godi del nulla che hai

del poco che basta

giorno dopo giorno:

e pure quel poco

-se necessario-

dividi.

 

E vai,

vai leggero

dietro il vento

e il sole

e canta.

 

Vai di paese in paese

e saluta

saluta tutti

il nero, l’olivastro

e perfino il bianco.

 

Canta il sogno del mondo:

che tutti i paesi

si contendano

d’averti generato.

David Maria Turoldo, O sensi miei… Poesie 1948-1988, BUR.

Simpri Salvadi

Simpri Salvadi

Appena ho saputo della morte di Federico Tavan il tempo ha rallentato il suo passo, fino a fermarsi del tutto, per qualche istante.  Ricordi. Ho molti ricordi legati a Federico. Chi non li ha, solo per aver letto un suo verso o averlo incontrato una o più volte? La sua presenza non era ignorabile, ma ancor di più le sue parole, che mi sono rimaste addosso dal primo momento che le ho lette od ascoltate. Le sue poesie non conoscono polvere. Al contrario, più passa il tempo e più  sembrano luccicare. Lucide e tremendamente vitali. Come era lui stesso.  Marc Tibaldi e Usmis lo avevano portato fuori da Andreis ed è grazie a Marc che ho conosciuto Tavan, circa 23 anni fa. Non trovo la foto che qualcuno gli aveva fatto con la maglietta degli Inzirli. Ne era orgoglioso. Simpri salvadi, Federico.

La foto qui sopra è di Danilo De Marco.

Libri letti con piacere

Ho l’abitudine di segnare nell’agenda i libri che leggo. Lo faccio solo con quelli che aribitrariamente catalogo come “non-saggistica”, per distinguerli da quelli che mi ritrovo a leggere per esigenza di ricerca e documentazione. E’ un abitudine che ho preso da qualche anno, dopo essermi accorto di aver ricomprato e pure ricominciato a leggere libri che avevo già letto in un passato ahimé remoto (i miei neuroni zoppicano). Oggi mi sento di rammentare, a me stesso in primo luogo, i libri che ho letto con più interesse e passione nel corso del 2012. L’anno è cominciato, letterariamente parlando, benissimo.

Continua a leggere

Segni particolari nessuno

Un giorno ho avuto un pensiero. Tutto è partito da una domanda: cosa porto con me del Friuli? Cosa c’è di particolare, prezioso o irrinunciabile nel mio “immaginario friulano”? Istintivamente, le prime cose che mi sono venute in mente sono state il confine e Federico Tavan. Il confine è una dimensione geopolitica, una costruzione storica, ma anche un’idea:  il fatto di trovarsi in posizione liminale rispetto a due o più centri è stimolante. Dà l’impressione, a chi voglia coglierla, di trovarsi sospesi su di una corda e poter decidere di guardare da un lato o dall’altro. Poi nella vita di tutti i giorni il confine è magari altro, ma uno può anche sforzasi di pensarlo a questo modo, soprattutto standosene a qualche migliaio di chilometri di distanza. Federico Tavan è un poeta, una persona che ha trovato nelle parole vissute sulla carta e nel corpo il suo principale modo di comunicare col mondo. Il suo valore è così raro che me lo fa identificare come una delle poche figure che rimarranno nel tempo e nel luogo in cui mi sono trovato a vivere gran parte della mia vita. A un certo punto Tavan ha deciso che era giunto il momento di smettere di scrivere. Ha annunciato al mondo, o semplicemente a qualche amico che poi è lo stesso, che aveva detto quello che doveva dire e ora il mondo poteva andare in malora. Fino a quel momento aveva cercato, perlomeno per alcuni anni, di dialogare con l’umano paese. Dalla sua stanza ad Andreis, paesino che lui ha trasformato in un telescopio spaziale da cui guardare le vite degli altri e in primo luogo la sua, ha spiegato l’assurdo, usando le parole semplici, quelle che chiunque capirebbe, ma proprio chiunque. Ha cercato di farsi capire, o semplicemente di farsi conoscere. Lo ha fatto con due raccolte di poesie e un testo teatrale, nulla di più.

Ora la sua storia viene raccontata, attraverso le sue stesse parole e i suoi stessi sguardi, in un documentario che si intitola “Segni particolari nessuno”. E’ stato diretto da Paolo Comuzzi, regista udinese, e prodotto da Altreforme. Come il più delle volte accade in Friuli Venezia Giulia, anche questa produzione culturale è stata resa possibile dai contributi regionali. Diversamente da molte altre in diverse discipline artistiche, però, realizzate più sulla scia dei contributi che per reale urgenza creativa, questo film regala dei momenti di verità. E’ la parola di Tavan, e il suo corpo, a rendere questo possibile. Ma il regista ha saputo trovare i giusti modi per rappresentarla. Lo ha fatto con particolare efficacia creando uno spazio visivo e sonoro dove esporre le pagine del diario inedito di Tavan. Proiettate sulle pareti nude della sua stanza oggi abbandonata, con l’accompagnamento sonoro curato da Massimo Toniutti, le pagine del diario funzionano da rete. Sono la ragnatela che raccoglie una vita sola, una vita intera, ma che ne spiega tante altre. E’ il compito delle parole scritte, quando meritano fino in fondo il titolo di letteratura. Del documentario rimangono questi momenti, e non è poco. Il corollario di interviste e testimonianze di amici ed “esperti”, usuale al genere documentaristico classico, poco può aggiungere a quello che trasmettono le parole di Tavan. E’ lui stesso a farlo intendere offrendosi alla telecamera con voluttà, in situazioni diverse, ormai vecchie di anni. Non c’è molto da spiegare, basto io, dice Tavan. E lo dice(va) urlando. Ora la sua voce è sfinita e lui preferisce tacere.  Lascia la pagina a “dire” al suo posto. Il documentario è un’utile pila per illuminare Andreis e il suo arte-fice. In attesa che prima o poi, chissà, il poeta riprenda la parola.

 

 

Il water da un milione di dollari

C’è qualcuno disposto a pagare un milione di dollari per entrare in possesso del water di Salinger? Probabilmente sì, visto che gli inquilini della casa un tempo abitata dall’autore de “Il giovane Holden” (morto nel gennaio di quest’anno) hanno annunciato la messa in vendita del prezioso ausilio domestico. Il prezzo di partenza è proprio di un milione di dollari. Nell’annuncio specificano che il water è “sporco e nelle condizioni originarie”. Beh, grazie, questo è un dettaglio importante. Per invogliare i possibili acquirenti la nuova inquilina ha aggiunto, entusiasta: “Chissà quante storie sono state pensate e scritte su questo trono!”.

E’ arrivato il libro

Si intitola La bici sopra Berlino (Ediciclo, collana Ciclopolis, Euro 12), sarà nelle librerie dalla prossima settimana. 

Dalla quarta di copertina:

In quale città è possibile invitare un angelo a un viaggio in bicicletta se non a Berlino? Qui gli angeli sono di casa e forse il loro sguardo può aiutarci a capire la metropoli bambina, che si inventa sempre nuove identità per stupire il viaggiatore. Ma incontrare il nostro angelo non è facile. Cosa lo attrae nel mondo di oggi? Su cosa si posa il suo sguardo? Procedendo per tentativi ci si imbatte negli appassionati del Muro che vanno a cercarne le tracce in bicicletta. Si incontrano trapezisti senza circo, dj lavapiatti, meccanici part time, fioristi amanti di Julio Iglesias e perfino gli ultimi dinosauri di Berlino, che vivono ritirati in periferia e non fanno più paura a nessuno. Un viaggio che intreccia realtà e invenzione, ironia e irrequietezza, inseguendo i luoghi e i loro fantasmi.

Nei prossimi giorni sarò in Italia per alcune presentazioni: al Festival della letteratura di viaggio di Mandas (Cagliari), a Genova presso la libreria Finisterre, a Torino presso la biblioteca “I. Calvino”, a Milano alla Stazione delle biciclette di S. Donato Milanese. I dettagli del mini- tour un po’ funambolico (4 voli – Ryanair -, 4 treni, 4 bus) sul sito di Ediciclo, www.ediciclo.it

Perché amo Billy Childish (si fa per dire)

Nel 1990 o 1991, pubblicando (oddio, erano fotocopie, tante a dire il vero) la prima uscita della mia fanzine Sacrabolt citavo tra le ispirazioni Billy Childish. Uno dice, serve ispirazione per pubblicare un giornale autogestito? Certo. Se non fosse per persone come Billy Childish non mi sarei mai messo a cantare in un gruppo punk o a scrivere articoli, poesie, racconti, a scrivere inchieste per i giornali e infine libri di vario genere e ispirazione. Non mi sarei nemmeno immerso in una esperienza complessa come quella di esplorare l’universo degli adolescenti di oggi, con particolare attenzione all’incontro tra diverse origini etniche e culturali, e di farlo in un paese straniero. Non l’avrei fatto semplicemente perché crescendo in un paese di provincia, in una famiglia senza titoli di studio e senza reti parentali o amicali che potessero sostenere scelte di questo tipo, sarebbe stato impensabile. Sarò sempre grato a Billy Childish (come a Guy Picciotto, Bob Mould ed alcuni altri) per avermi detto: non devi chiedere il permesso a nessuno, se hai l’urgenza di farlo, se senti che devi dire qualcosa, fallo. Purtroppo, o per fortuna, il mondo funziona a compartimenti, e le voci che sfuggono ad etichette e “scuole”, sono ridotte al margine, snobbate dalla massa o considerate con sufficienza perché poco prevedibili. Con tutte le conseguenze che questo comporta.

All’età di 50 anni Billy Childish, dopo aver pubblicato credo più di 50 dischi, creato e sciolto forse una decina o più di gruppi (ogni volta che il gruppo entra nel circuito della fama lui lo scioglie), aver pubblicato libri di poesie e racconti e dipinto quadri, copertine, manifesti per tre decenni, viene “scoperto” dall’informazione di massa, almeno in Gran Bretagna. Succede. Un anno fa avevo letto, con sorpresa, un articolo dell’Independent che segnalava Childish come l’artista più sottovalutato del Regno Unito. Oggi trovo nel sito del Guardian una lunga intervista che rende finalmente merito al lavoro del nostro. E’ un ritratto onesto e chiaro di quello che Childish va dicendo da anni. “Ciò che è inusuale in me è che faccio molte cose e non sono mediate, non chiedo il permesso a nessuno”. (Gran parte dei dischi e dei libri di Billy sono pubblicati dalla sua etichetta Hangman). E’ una scelta coraggiosa e difficile. Ha funzionato in tutti questi anni grazie al seguito underground che Childish ha raccolto. Una comunità transnazionale, non grande, ma sufficiente a consentirgli di continuare. Non è detto che valga sempre ed ovunque allo stesso modo, ma lui è un esempio luminoso che può funzionare. A proposito dell’affascinazione per il punk, nel 1977: “Il fatto è che quelli come noi, ragazzi di provincia (Childish è originario del Kent), credettero nella bugia, ed è per questo che è successo: perché credevamo nella bugia”. Sul suo essere considerato o volersi considerare, un amatore: “Essere un amatore significa fare qualcosa per la passione di farlo. Certo, io non sono un amatore, ma è un modo per avere una leggerezza nel tocco nel descrivere te stesso. Gli amatori sono quelli che producono il vero progresso, le svolte, sono degli eroi, ed è molto meglio essere un eroe che un professionista (ride)!”.  

Io non so

Un giorno di caldo afoso. Le parole mancano, almeno dentro di me. Mariangela Gualtieri è una voce preziosa. La (mia) mancanza di parole è una benedizione.    


Io non so o forse non voglio consegnarmi negli uffici del mondo

e stare buono nelle sale d’aspetto della

vita, e poi non so se questo fatto

di essere un corpo umano e terrestre

questo definitivo stato,

non so se io l’ho mai chiesto in un certo

momento fuori dai momenti terrestri,

e tutto il prima e il dopo non so se premono

per scherzo stritolando questo breve

spazio della vita. Io non so niente altro

che la vita e molte nuvole intorno che

me la confondono me la confondono e non

so cosa aspetto, cosa sto aspettando in questo

sporgermi al tempo che viene, io non so

e vorrei, vorrei, non so stare

fuori misura, fuori misura umana,

fuori da questa taglia finita. Io non so

perché mi ammalano con le

parole della bellezza e poi mi tengono in

questo territorio calcolato,

nella foto di gruppo, dentro la pellicola

insensata.

Mariangela Gualtieri, Parsifal (Teatro Valdoca, 2000)

Gomorra e le leggende sui cinesi

Si può dire qualcosa di negativo su Gomorra?

Antefatto. Avevo comprato il libro nell’estate del 2007 in un supermercato nei pressi di Udine. Alla cassa c’era una copia imbevuta di shampoo o ammorbidente, probabilmente il risultato di un incidente tra gli scaffali. Le pagine avevano preso un colorito celeste e come prodotto forse non era più vendibile. Chiesi alla cassiera cosa ne avrebbero fatto. Mi guardò spiazzata: cosa me ne importava di un libro dalle pagine lievemente blu, per di più schiumose? Chiamò un superiore, questi arrivò, ascoltò la mia richiesta, prese il libro e si allontanò. Dopo alcuni lunghi minuti si rifece vivo con il responso: per cinque euro potevo portarmi via il libro. Affare fatto. Lasciai asciugare le pagine e scoprii che il colorito celeste era quasi scomparso, assieme all’effetto schiuma. Mi misi finalmente a leggere il libro che stava sulla bocca di tutti. Lasciai alla fine della prima pagina. Il perché l’ho capito solo ora, dopo che ho occupato una giornata di fine anno per riprovare a leggerlo. L’ho letto avidamente, perché nel frattempo ho avuto modo di leggere vari articoli di Saviano pubblicati su Repubblica e l’Espresso, e mi hanno colpito per la forza della lingua, la chiarezza, l’intensità delle storie che riporta e sì, il coraggio dell’autore. Però il libro.

Ora ho capito perché la prima volta mi ero bloccato nel tentativo di leggerlo.  Allora mi ero chiesto, silenziosamente, con un senso di colpa involontario per trovarmi in dubbio su qualcosa che ai più sembrava eccezionalmente coraggioso e “innovativo”, perché c’è questa descrizione così apparentemente “realistica” di qualcosa di assolutamente improbabile? Perché un libro così importante – il maggiore caso letterario degli ultimi anni – deve avallare una delle più tenaci leggende metropolitane dei nostri tempi: lo scambio di identità degli immigrati cinesi? Perché?

Facendo qualche ricerca in rete ho scoperto di non essere il solo ad avere avuto questa reazione alla lettura di Gomorra. Circa un anno fa Associna, la principale associazione che rappresenta i cinesi in Italia, aveva reso noto attraverso un comunicato il rammarico per la scelta di Roberto Saviano (il comunicato si trova QUI). Associna scrive, tra l’altro:
“L’autore, lungo tutto il libro, si riferisce continuamente alle indagini ufficiali ed alla propria testimonianza diretta. Riguardo ai cinesi però parla delle decine di persone che sono intervenute per ripulire i cadaveri di adulti e ragazzini caduti accidentalmente dai container, parla del riciclaggio di documenti dei defunti a favore di altri connazioni che ne sono sprovvisti, parla di fatti assai gravi e surreali senza però alcun riferimento a fatti oggettivi. Sono congetture che meriterebbero delle indagini più approfondite prima di essere esternate in un libro serio, se non altro per il rispetto della dignità del prossimo”.

Saviano ha mai risposto pubblicamente a queste critiche?

Nel luglio del 2008 l’editore Chiarelettere ha pubblicato il libro “I cinesi non muoiono mai”, scritto dai giornalisti Riccardo Staglianò e Raffaele Oriani. Nella presentazione del libro si legge: “Dietro una quantità industriale di luoghi comuni (“i cinesi non muoiono mai”, “nei ristoranti servono carne di cane” eccetera), le storie e le testimonianze raccolte in questo libro rivelano un popolo ottimista, che vede un futuro davanti a sé e ha voglia di costruirselo”.

La leggenda dei cinesi “che non muoiono mai” è  una creazione tutta italiana. Facendo una ricerca in rete l’unico riferimento in inglese che si trova rimanda a un sito di estrema destra, www.stormfront.org, per altro ben frequentato da italiani. Niente in tedesco, in spagnolo, in francese. Questa storia mi ricorda molto la leggenda metropolitana degli “zingari che rubano i bambini“. Quante volte l’abbiamo sentita, anche dai telegiornali? Eppure è un mito, una leggenda metropolitana, appunto. Fino a prova contraria.