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” ci sono i tuoi colleghi, sono venuti a trovarti” dice mia madre.
” che bello” penso io.
Era il mio primo lavoro di cui ero entusiasta ed i colleghi per me erano pari a degli amici. Il fatto che mi venissero a trovare era davvero un piacere e lo vedevo proprio come la visita da parte di amici.
Le visite continuarono, qualcuno più costantemente degli altri era presente nei weekend. Ne sono felice, sono la mia consolazione, mi trattano con affetto, non mi sento una disabile ospedalizzata quando ci sono loro.
” è sempre qui il tuo collega, perché?” Mi chiede mia mamma.
” ha piacere di venire a trovarmi. E io mi sento meno sola.”
” non sei sola ci siamo io e papà.”
” non è la stessa cosa” penso.
” vi hanno visti da soli all’ ora di pranzo, perché?” Chiede mia madre.
Conosco quel tono di voce, conosco quello sguardo,
la cosa non le va,
è infastidita,
se lei è infastidita, è contrariata,
se è contrariata sarà la guerra e lei non si arrenderà.
” mamma, sa che mangio da sola, voleva tenermi compagnia.” Dico io.
” si sta approfittando di te, non voglio che venga più”
” per quale motivo si dovrebbe approfittare di me, una disabile, su una sedia a rotelle, che vive in ospedale, rasata a zero, con un occhio più aperto dell’ altro e la bocca storta”. Penso.
La volta successiva lui se ne accorge, mia madre lo guarda male e lo allontana da me.
Mi viene da piangere. Paolo mi piace, mi piaceva già al lavoro, era in gamba, era gentile. Avevo avuto occasione di fare una trasferta di lavoro con lui. Stava al suo posto ( al contrario di altri, da cui avevo avuto avances sfacciate e dirette ma che ovviamente non vennero mai a trovarmi in ospedale né mi telefonarono).
” perché lo hai mandato via?” Chiedo a mia mamma.
” si vuole approfittare di te!”
” no! Non è vero!” Singhiozzo.
Non mi lascerà vederlo, non posso uscire, sono chiusa qui!
Voglio uscire, mi sento soffocare, il cuore batte a mille, la testa mi gira, mi sembra di morire.
Ho un attacco di panico.
Telefono: ” Paolo non puoi più venire a trovarmi, se potessi scapperei, ma non posso.”
” va bene stai calma non voglio crearti problemi soprattutto ora”
” telefonami quando vuoi, se vuoi, se puoi”
Ci lasciammo così, io mi calmai.
Ci telefonammo per mesi appena potevo, quando ero sola.
Uscii dall’ ospedale, tornai a casa dai miei genitori, non potevo più vivere da sola.
Non potevo vedere nessuno, solo qualche cena con un paio di amiche. Uscivo per fare terapie. Incominciai anche a non vedere più grandi miglioramenti nella fisioterapia. Era sempre più frustrante invece. Non ottenevo risultati, la mano era stretta a pugno, il ginocchio non si piegava, la caviglia non mi reggeva. Neanche con un bastone riuscivo a camminare da sola, mi dovevo sempre appoggiare a qualcuno. I miei genitori, gli unici con cui stavo insieme, mi umiliavano dicendomi che ero “una figlia che non sapeva neppure camminare”.
“Una figlia “
Andavo da una psicologa. Unico ricordo piacevole di quel periodo.
Non avevo lo spazio per telefonare, ci scrivevamo delle mail.
Poi trovai un lavoro ( un lavoro pessimo, quello di cui ho raccontato qualche articolo fa parlando della mia disabilità ed il lavoro).
Ero salva. Avevo dei colleghi,uno spazio in un open space, una scrivania. Pause pranzo e caffè delle macchinette. Di nuovo una quasi normalità.
” ci vediamo in pausa pranzo da te, con una scusa dico che non mangio in mensa e tarderò un pochino” ci mettiamo d’accordo.
Ci incontrammo.
Erano passati due anni.
Ci furono abbracci, ci fu il primo bacio, ci fu un sorriso.
Uscivamo insieme, i miei genitori non lo facevano entrare in casa quando veniva prendermi, facemmo qualche vacanza insieme, passò così un anno. I miei genitori mi ignoravano, la tensione si tagliava a fette.
” andiamo a vivere insieme” mi disse una volta mentre eravamo in macchina.
“!!”
Comprammo casa, vicino ai suoi parenti, era un modo per farci aiutare. Anche se io ero convinta fosse meglio comunque cavarcela da soli, ma capivo la preoccupazione.
Ovviamente non potevamo andare vicino ai miei parenti. La scelta fu obbligata.
ci furono i mobili da scegliere, i lavori da fare…me lo ricordo come un periodo indaffarato.
I miei genitori si chiusero nel mutismo.
Ma ero troppo indaffarata e in più avevo deciso di mettere a posto la mia caviglia con un’ operazione ai tendini. Ancora ospedale ma stavolta era diverso.
Grazie a quell’ operazione riesco a camminare senza cadere.
Due anni dopo ci sposammo.
Siamo sposati da 11 anni.

Luci bianche, odore di disinfettante e sudore, bip costanti, l’ aria e’ rarefatta, ho aperto gli occhi ma in realtà non so, li avevo chiusi prima? Non capisco, mi rivolgo alle prime persone che vedo.
” mamma…cosa è successo?”
” hai avuto un’ emorragia cerebrale”
” cosa??? E perché?”
” una fragilità capillare”
una fragilità capillare??”
” papà…non mi sento”
” sei paralizzata”
” paralizzata? No qualcosa muovo, vedi?”
” solo il braccio sinistro e la gamba sinistra sono paralizzati”
” i capelli…cosa è successo ai miei capelli?”
” non toccarti, sei ancora fasciata, hai i tubi dell’ alimentazione non toccarti!”
Non mi posso toccare.
Ho tubi dappertutto, sento il fastidio del catetere, la flebo e l’ago che punge, ho una sacca con un liquido giallastro sopra a me, è collegata a me con un altro tubo infilato nel collo, mi tira un po’ e pesa, credo che quella sia l’ alimentazione forzata. Ho tanta sete.
Ma comunque dove sono i miei capelli? Alzo leggermente la mano destra anche se non posso e sento una peluria morbida. Sono rasata! Mi hanno rasato! Dio mio ma cosa è successo? “Come farò, cosa succederà ora?” Penso.
Forse mia madre mi legge nel pensiero e mi dice:
“guarda lascia stare, eri una figlia perfetta!”
Ero una figlia.
Perfetta.
Passano le ore, i giorni, interminabili, mi cambiano le flebo, mi tolgono la sacca, mi imboccano, non posso bere, mi danno un surrogato dell’ acqua, mi lavano con delle salviette, ogni tanto cambio il pigiama, mi sento appiccicosa, una persona a metà, mi sento ma non mi sento.
” ti portano a in un istituto devi fare riabilitazione” dice mia madre.
” non è qui io e la mamma dovremo fare avanti e indietro, ci costerà” dice mio padre.
Costerà:
Soldi?
Fatica?
Paura?
A chi: a me o a loro? Quanto a me e quanto a loro?
” è un problema di soldi, non abbiamo più soldi?” Ma la mamma lavora, tu hai la tua pensione… l’assicurazione…” Dico io.
” no abbiamo i soldi ma non dovremmo spenderli se tu non fossi… così!” Dice mio padre.
Io:” ho risparmiato mille euro l’anno scorso puoi prenderli”
Mio padre: “no non mi servono.”
Non sono “una figlia”, sono “tua figlia”.
Non sono “perfetta”, dovrei solo essere “amata”.

Mi spostano in un centro riabilitativo, mi dicono anche dove sarà.
Piango. “ Cos’altro mi attende?”
Qualcuno mi vede, un infermiere, OSS, non so, non si distinguono, non si presentano, si avvicina e mi dice:
“perchè piangi? Non piangere!”. Sembra non si possa piangere qui. Non ho voglia di dare spiegazioni, tanto non capiscono, non mi sentono. Dicono sempre di no.
Arriva un medico. “La ragazza piange” gli dicono. Il medico risponde “ci sta, è la paura di lasciare un posto che conosce ed andare verso un qualcosa che non sa cosa sarà.”
Arrivano i portantini, finalmente rivedo la luce del sole e sento l’aria fresca sulla pelle dopo un mese a letto in una stanza. Un portantino mi riconosce: “ lei abita sopra al mio negozio, sono il proprietario del frutta e verdura”. E’ vero, lo riconosco anche io.
Faccio un viaggio, cerco di guardare il più possibile il cielo, è da un mese che non lo vedo.
Arrivo, credo, a destinazione, l’ambulanza si ferma, i portantini mi fanno scendere, nessuno mi dice nulla neppure “siamo arrivati”. Lo deduco.
Arrivo in un posto ovattato con grossi quadri alla parete con schizzi di colore rosso. Non riesco a guardarli mi ricordano il sangue, distolgo lo sguardo. Qualcuno si avvicina e mi chiede: “sai dove sei?” , “Sì, gli rispondo, all’ospedale xxx”, “ No! siamo alla “xxx”. “In ospedale mi avevano detto diversamente.” “Intanto dicono sempre no, inutile quasi rispondere” penso. (in seguito scoprii che mi avevano detto il nome dell’ospedale cui apparteneva il centro riabilitativo, in pratica era la stessa cosa, la mia risposta era giusta).
Mi spostano su una sedia a rotelle, finalmente sono seduta! Sono emozionata. Mi spostano in una stanza, uno studio medico, forse, parlerò con un medico,credo, non dicono mai nulla, non so dove andrò, chi incontrerò.
Trovo una dottoressa che mi spiega essere il primario, vicino a lei c’è un’altra dottoressa più giovane. Mi spiegano cosa avrei fatto, fisioterapia, logopedia, terapia occupazionale e a fianco a me ci sarebbe stato uno psicologo. Era interessante, finalmente uscivo dal torpore, avrei incontrato dei terapeuti, avrei fatto qualcosa con loro. A mano a mano che li incontro mi spiegano cosa avrei fatto, sono un po’ confusa in realtà, mi hanno dato molte informazioni che cerco di metabolizzare. Quello che ho capito è che avrei piano piano cominciato a bere acqua, quella vera e non l’acqua gel, sarei stata su una carrozzina e non a letto e avrei avuto accesso al bagno, non avrei più avuto cateteri.
Un barlume di speranza.
Ma non fu così facile. C’erano meno “no” alle mie richieste e la situazione era più chiara.
Mi accoglie il primo terapista, il logopedista, “disegnami l’orologio” mi dice. Comincio a disegnare il quadrante ma i numeri si confondono nella mia testa, c’era un 9, poi un 15, no un 3, un 6 o forse 30? Mi accorgo che non è facile, non lo è per niente. E lo stesso per gli altri test che seguono. Non mi ricordo le cose più semplici, è tutto confuso, come se il mondo in cui ero vissuta si fosse aggrovigliato su se stesso per poi esplodere in mille pezzettini che vagavano senza meta e senza ordine nella mia testa.
Piano piano si presentano gli altri. Il fisioterapista è giovane, ha 7-8 anni più di me, fa delle prove, di alcune mi spavento: mi tocca la pianta del piede ed io non ho reazioni, mi chiede di piegare il ginocchio e far scivolare il piede sul lettino fino a distendere la gamba e non riesco, mi muove il braccio ed io sento male. Non riesco a fare un quarto di quello che mi dice. Mi guardo intorno, sono spaesata, la mia fisicità è “appannata”.
Non mi sento, non mi “trovo”. Non so dove sono anche se sono consapevole di dove sono. Sono in un locale che sembra una palestra e sono seduta su un lettino, ma non mi sento seduta su un lettino.
La realtà è evanescente.
Provo mille sensazioni, non riesco a ordinarle, è come sapere di esserci ma sentire di non esserci. Solo dalle voci capisco che ci sono altre persone attorno a me. Così giro la testa, non le vedo, le cerco con lo sguardo, qualcuna riesco ad individuarla, si presentano, sono cordiali. Mi sforzo di essere gentile e di prestare attenzione ad ognuno di loro ma non è facile, a volte riesco altre no, non li riesco a vedere bene, così alle volte sfuggo al loro sguardo. Sento tanto il bisogno di parlare con qualcuno che conosco. Mi sistemo in camera, prendo il telefono e chiamo il mio ragazzo, ho bisogno di rientrare in una comfort zone.
Arriva la dottoressa più giovane “Cosa fai?” mi chiede. “chiamo il mio ragazzo”. “Da quanto tempo sei al telefono?”. “Aveva appena risposto.” “ Non devi usare il telefono” mi dice. E’ il filo che mi tiene legata alla vita, a quella vera, sentire voci conosciute, parlare con loro, mi fa sentire meno sola e meno spaesata, perchè so che fuori c’è qualcosa, c’è la vita vera.
Vorrei tanto farmi una doccia calda, vorrei fare una passeggiata, dalla mia camera non vedo cosa c’è fuori, i vetri sono oscurati. Sono oscuranti come i miei sensi. C’è il divieto di andare perfino nell’atrio. Dicono che potrebbe darmi tropi stimoli. Ma ho bisogno di respirare.
I giorni passano, ma il tempo non ha misura, le giornate sono scandite dal ritmo delle terapie ed i pasti.
I pasti sono una delle scoperte più faticose da accettare. Non posso mangiare consistenze miste, ma posso bere, c’è carne, pesce, verdura, formaggio, va bene. La prima volta c’è il logopedista affianco a me, mi guarda mangiare. Non me ne accorgo ma del cibo sta scendendo da un lato della bocca. Me lo fa notare. “Non l’ho sentito” dico io. “Devi farci caso” dice ed aggiunge “ hai visto che hai mangiato solo un lato di quello che avevi nel piatto?”. No non me ne ero accorta, non mi ero accorta di nulla. Non sapevo più mangiare. Smisi di avere voglia di mangiare. Continuavo a pensare: “ed ora quale altra novità scoprirò?”. Non lo sapevo, ma avrei scoperto che, mentre la sensazione di stare in piedi non si dimentica, ma è comoda, è naturale, ci si dimentica come si cammina. Dopo mesi mi trovai in piedi senza la più pallida idea di come cominciare a camminare. Mi sentivo fluttuare in aria, come se non avessi il pavimento sotto ai piedi. Scoprii quasi subito di avere un ipertono pazzesco, per cui non solo fluttuavo in aria ma all’improvviso il piede si contraeva in una smorfia quasi burlesca e io cedevo su me stessa e quel poco che potevo sentire scompariva subito. Mi misero un tutore. “Prova a sfiorare il muro con la mano destra”. Sì così era più facile, non fluttuavo più mi sentivo più ancorata a terra, insomma mi “sentivo”. Avere qualcosa a destra è il mio modo di camminare.
La terapia occupazionale è il mio momento di svago. Scopro qualcosa di più lì, però, mentre mi rilasso a dipingere e simili. Vediamo un film poi faremo qualcosa anche su quello. Film appena uscito, “twilight”. Le immagini e le scene sono abbastanza chiare, le vedo bene ma non riesco a seguire la storia. I personaggi sono senza nome perchè non lo ricordo, quando succede qualcosa lo capisco ma poi lo dimentico.
Quei mesi passarono così. Sapevo dove mi portavano per le varie terapie ma non ricordavo assolutamente il percorso che facevo per arrivarci.
L’emiplegia è parte di me e questo è un lavoro di accettazione e consapevolezza ma divora senza pietà una parte di me: vista, tatto, lucidità, presenza fisica e mentale.

Ripubblico questo articolo di tanti anni fa, all’ epoca ero” fresca” di disabilità e mi scontravo con il mondo che mi “accoglieva”. All’ epoca lo vedevo come una questione di prospettive, ora penso siano piuttosto pregiudizi misti alla paura che certe cose possano accadere anche a te. Ma ricordo bene la sensazione che provavo…
Torno sull’articolo precedente, perché secondo me l’ ultima frase che ho citato è la più offensiva. E non l’ho commentata.
Premessa: alla fine del periodo di prova (attenzione: non all’ inizio) mi fu dato un libro da leggere su quello di cui si occupava il mio gruppo, che non sapevo da dove era stato preso.
Finisco di leggerlo e avverto il mio capo. Dopo questo periodo di prova ero stata spostata in un altro ufficio che si occupava di tutt’altro.
Il nuovo ufficio era anche in un altro piano dell’ edificio.
Avviso il mio ex capo che sarei andata a restituire il libro alle 17:30. Le dico anche che non sapendo dove metterlo a posto lo avrei lasciato a uno del gruppo.
Vado quindi nel piano del mio ex ufficio e non trovo nessuno. Me ne torno a casa con il libro ed il mattino dopo scrivo una mail al mio ex capo spiegando che non avendo trovato nessuno e non sapendo dove riporlo, il libro era ancora in mano mia e che lo avrei riportato ma se mi assicurava che qualcuno fosse presente.
Il mio ex capo mi dice che invece avrebbe mandato una collega a prenderlo alla mia nuova scrivania.
Questo il testo della mail che ho ricevuto da questa collega:
“Comunque una volta al piano, ma vale in generale e non solo per il libro, puoi sempre chiedere ad un collega presente che sicuramente ti saprà aiutare.
Nonostante tutto e nonostante siamo in ufficio per lavorare e la nostra azienda sia tutt’altro che una onlus, in genere cerchiamo di aiutarci uno con l’altro.
Buon lavoro”
D.
Evidentemente il mio ex capo aveva trascurato di dire che avevo avvertito che sarei andata a consegnare il libro e che non c’era nessuno a cui darlo.
Comunque l’ affermazione ” la nostra azienda sia tutt’altro che una onlus” la dice lunga…

Dopo 2 mesi ero incinta.
Il ginecologo: ” chiedo la gravidanza a rischio per tutta la gestazione, non può lavorare.”
Il medico legale approvò.
” sono incinta, non lavorerò per tutta la gestazione”. Avverto i parenti.
I parenti:
“Ma ce la farai?”
“Non potrai camminare con il pancione…”
“E se non porterai a termine la gravidanza?”
“E se nascesse malformato se ne accorgerebbero prima? E cosa farai, abortirai?”
” e se morissi?”
“…”
Furono i mesi più belli della mia vita,presi il giusto peso, riuscivo a camminare anche con il pancione e mezz’ora al giorno lo dedicavo proprio a camminare all’ aperto. Leggevo, studiai il francese, dipinsi un paio di quadri (quando voglio rilassarmi disegno).
Facevo analisi del sangue ogni due settimane per controllare quanto farmaco avevo nel sangue (doveva rimanere costante) e ecografie morfologiche una volta al mese per controllare che il feto crescesse e si sviluppasse correttamente. Vedevo le sue manine, i suoi piedini che si muovevano ma anche gli organi interni. Ero grata per quelle ecografie ravvicinate, avevo il privilegio di vederlo e di “incontrarlo” spesso. A poco a poco che “lievitavo” incominciai anche a sentirlo muovere, non stava fermo un attimo.
Feci i soliti esami di protocollo (quelli che fanno tutti) il bi test, la miocentesi… Andavano bene.
Ad una visita il ginecologo ci chiede: “volete sapere il sesso?”
” si”
” preferite un maschio o una femmina?”
Io: “è lo stesso”
Mio marito: “ma…”
Il ginecologo: “è femmina”
Io: “wow”
Mio marito:”…”
Non lo dirà mai ma puntava al maschio lo capivo…
Nel periodo della mia gravidanza vidi molte cose cambiare. I posteggi” rosa” erano liberi e riuscivo a posteggiare senza problemi. Le persone mi tenevano la porta aperta, stavano attenti a non scontrarmi, alcuni addirittura mi chiedevano informazioni sulla gravidanza:
” di quanto è?”
” è maschietto o femminuccia?”
” quando nascerà?”
” ha un aspetto splendido signora!”
Gli sguardi di chi incontravo non erano più bassi ma riuscivo a incrociare lo sguardo delle persone che a volte addirittura mi sorridevano.
La zoppia, la mano chiusa a pugno e lo sguardo fisso erano diventati invisibili.
C’era solo il mio pancione.
” il 26 ottobre abbiamo prenotato il cesareo”
Mi dice al telefono il ginecologo.
Nascerà, sono arrivata alla fine.
Compriamo i primi vestitini, il primo ciuccio. Non ci capivo niente, c’erano un sacco di cose da comprare, erano come una coperta troppo corta, non bastavano mai.
Ci fu il suo primo pianto.
Mi misi a piangere.
Non potevo crederci, era nata.
” come la chiamate?”
” Diana”.
Era sporca e minuscola con una vocina acuta e strillante. Me la misero sopra nel mentre che il chirurgo cuciva il taglio.
Le diedi un bacino, il primo.


Io sono “fumantina” e permalosa, reagisco troppo e troppo in fretta prendendo parole e situazioni sul personale quando spesso non lo sono.
Una delle cose che mi ha insegnato la disabilità è proprio di lasciare andare, io porto con me il mio modo di essere e di stare al mondo, perfettamente imperfetta.Il resto faccia il suo percorso, io sto percorrendo il mio per arrivare dove in realtà non mi interessa, è più interessante il percorso stesso.
Nel video io e mia figlia facciamo un duo. La pulizia del naso che si sta facendo non era prevista nel video 😉
Il brano è famosissimo non lo spiego perché non ne ho le competenze.
Riporto la traduzione del testo, quella che mi sembra la migliore.
“Quando cerco me stesso in periodi difficili
Madre Maria* viene da me
Dicendo parole di saggezza: lascia che sia
E nella mia ora buia è
Proprio di fronte a me,
Pronunciando parole di saggezza: lascia che sia
Lascia che sia, lascia che sia
Sussurrando parole di saggezza: lascia che sia.
E quando tutte le persone dal cuore infranto Che vivono sulla terra si trovano d’accordo
Ci sarà una risposta: lascia che sia
Perché anche se sono isolate
Vedranno che per loro c’è ancora un’opportunità Ci sarà una risposta: lascia che sia
Lascia che sia, lascia che sia, sì
Ci sarà una risposta: lascia che sia
E quando la notte è cupa
C’è ancora una luce che risplende su di me
Splenderà fino a domani: lascia che sia
Mi sveglio al suono della musica Madre Maria viene da me
Pronunciando parole di saggezza: lascia che sia
Lascia che sia, lascia che sia
Ci sarà una risposta: lascia che sia
Lascia che sia, lascia che sia
Sussurrando parole di saggezza: lascia che sia.”
Torno a scrivere più genericamente sulla disabilità. Negli ultimi articoli sono andata molto più sul personale, c’è bisogno di smorzare un po’ i toni.
Gli atteggiamenti verso la disabilità sono due, apparentemente opposti ma con effetti simili, il pietismo e l’ indifferenza. Il primo è relativo secondo me soprattutto all’abilismo. Abilismo è il termine che viene usato per descrivere l’atteggiamento di considerare la disabilità non come un’identità sociale e politica ma solo come condizione medica. ” Poverino è rimasto sulla sedia a rotelle”, ” che peccato una ragazza con un futuro davanti e così carina!”si sente spesso dire. Il disabile fa pietà, perché non può più camminare per esempio, la sua situazione medica diventa uno status. Posso dire per esperienza personale che essere trattati come dei derelitti, confrontati in negativo con la condizione precedente la disabilità e trattati come delle persone senza speranza perché non vivono più come dei normodotati è molto umiliante e svaluta il soggetto in modo molto profondo, perché il non poter camminare come gli altri lo rende automaticamente inferiore e diverso, una persona che non ha più possibilità nella vita perché la sua situazione medica lo discrimina in quanto individuo della specie umana. così cosa succede: per esempio se ti stai vestendo e la persona che ha pietà di te corre ad aiutarti perché “poverino non ce la fai” quando invece molto probabilmente hai trovato delle strategie per vestirti, ti metterà veramente in difficoltà perché un altro non sa come ci si veste nella tua situazione, se ti alzi dalla sedia molto probabilmente sarai in grado di alzarti con le tue strategie, se invece per pietà e per compassione ti vuole aiutare probabilmente ti metterà in difficoltà perché cercherà di farlo come pensa sia normale alzarsi.
E l’indifferenza invece? Quella è il chiudere gli occhi, negare che tu esisti, sono quelli che abbassano lo sguardo quando ti vedono, sono quelli che ti dicono “tu hai un bastone, allora puoi camminare, se hai bisogno di aiuto è un problema tuo visto che sai camminare non ci metti abbastanza impegno”. L’effetto è lo stesso del pietismo: sei diverso, hai dei problemi che ti fanno diventare diverso, la diversità è nel tuo stato di salute e diventa il tuo status. Se nel primo caso non vieni invitato ad una festa perché “poverino sei malato e non ce la fai” nel secondo caso non sei invitato ad una festa perché sei diverso. In entrambi i casi il fatto di invitarti non viene neanche preso in considerazione.


Quando nacque mia figlia sette anni fa ero una mamma con una grave disabilità. Potevo prendermi cura di lei ma avevo bisogno di un aiuto ” manuale” per allattarla, cambiare il pannolino, farle il bagnetto, prenderla in braccio etc.


Come fa una mamma che usa una sola mano ad allattare, cambiare un pannolino, fare un bagnetto, prendere in braccio una neonata? Usa un cuscino d’allattamento che si mette sulle gambe, si fa aiutare a prendere in braccio la bambina e la adagia sul cuscino di allattamento… il resto lo fa la bambina perché i piccolini d’istinto sanno prendere un seno ed attaccarsi, a meno che non ci siano problemi di attaccamento al seno ma da questo punto di vista il problema vale per un disabile Come per un normodotato. Come fa a prendere in braccio una neonata? La disabile si siede, qualcuno le porge con calma la neonata e la mamma disabile la abbraccia con l’unica mano che usa, i neonati sono piccoli e facili da cingere con una mano sola, stanno comodi anche se lo spazio è stretto. Come fa la stessa mamma disabile a fare un bagnetto a una neonata usando una mano sola? La mamma disabile riempie la vaschetta con acqua tiepida,qualcuno prende la neonata, la mette nella vaschetta e la mamma lava la bimba con la sua unica mano. Non è poi così difficile, la risposta è avere qualcuno vicino che fa la parte della mano che non si usa. Avevo trovato una ragazza, conoscente di una mia cugina, lei mi aiutava a fare quello che dicevo in precedenza. Poco più che trentenne ne veniva da dei problemi di obesità per i quali era stata operata con una riduzione dello stomaco. Molto dolce, disponibile, stava con me tutto il giorno finché mio marito non tornava a casa. Unico neo non era ordinata e stava un po’ troppo attaccata ai social… Ma io soprassedevo, avevo troppo bisogno di lei. Abbiamo continuato così per 7 mesi quando poi ho iniziato a lavorare e la bambina stava da sola con lei fino alle 15:00 quando tornavo a casa. Compiuto un anno io e mio marito abbiamo deciso di mandare la nostra piccola all’asilo nido. Aveva aperto un asilo nido nell’edificio a fianco a quello dove lavorava mio marito e dove sarei andata a lavorare io da lì a qualche mese. La posizione era più che strategica ed in più era un asilo Montessori e quindi offriva anche questo valore aggiunto. Facciamo un inserimento di una settimana e verifichiamo che le maestre sono splendide, che il metodo Montessori è davvero affascinante, conosciamo la responsabile dell’asilo che non è una persona particolarmente gradevole ma che conosco indirettamente perché era stata responsabile dell’asilo dove lavora una mia amica. Mi sentivo in una botte di ferro. Ero felicissima. L’unico neo era il prezzo sicuramente poco conveniente ( si parla di €500 al mese)… però le maestre stesse preparavano il pasto che era compreso nel prezzo ed erano compresi anche i pannolini ed addirittura il lavaggio dei bavaglini. Era caro però sembravano soldi ben spesi. Un giorno per un periodo Diana (così si chiama mia figlia) ha cominciato a parlare con una bambina immaginaria. In quel periodo ero finita in ospedale perché per uno stupido incidente domestico ero caduta con la conseguenza disastrosa di essermi rotta il femore. Quando sono tornata a casa Diana parlava, litigava alle volte spaventata con una bambina immaginaria che chiamava Lalla.
Le maestre dell’asilo ci convocano, e quando le incontriamo ci raccontano di essersi accorte che Diana parla con una bambina immaginaria di cui ogni tanto ha anche paura. Allora ci chiedono se ultimamente Diana era stata insieme alla ragazza che mi aveva aiutato in passato. Diciamo loro che nel periodo della mia convalescenza a casa, questa ragazza era venuta per aiutarmi con Diana sempre però in mia presenza. Le maestre allora ci spiegano che una volta in cui avevo chiesto a questa ragazza di portare Diana all’asilo, perché mio marito era malato ed era a casa in malattia, lei ha detto loro che io e mio marito trascuravamo nostra figlia, lasciando a lei tutto l’onere della sua cura, tanto che i suoi amici le avevano suggerito” ma perché non te la prendi e porti via?” Sono rabbrividita, non potevo crederci, ho chiesto alle maestre perché non mi avevano avvertito prima e a quel punto la responsabile dell’asilo è intervenuta dicendo che non voleva rovinare un rapporto di lavoro.
Penso che anche voi starete pensando all’assurdità di questa risposta. Cosa significava, se ne era lavata le mani per non entrare in una situazione rognosa, o non gliene fregava niente? Mia figlia poteva essere rapita o potevamo essere chiamati dagli assistenti sociali. Avevo lasciato mia figlia sotto la sua responsabilità per due anni quasi…
Non chiamai mai più quella ragazza e Diana da lì a pochi mesi finì l’ asilo nido.
Il tempo aiuta e io smisi di pensarci.
Un giorno trovo il nome di quell’asilo nido su internet con tanto di intervista alla responsabile che esponeva il metodo Montessori e la sua applicazione nel suo asilo, i benefici e i punti di forza. I ricordi tornarono a galla ed il dolore riaffiorò con essi. Si può lasciare una recensione, la recensione è libera ma non è anonima. Non mi interessa,non mi nascondo, io dico la verità e sono dalla parte della ragione. Lascio una recensione, spiego l’ubicazione strategica dell’asilo, la bellezza dei locali, la preparazione delle maestre ma dico che il punto debole è la responsabile che ho avuto esperienza non essere in grado di gestire con professionalità ed attenzione situazioni critiche. In giornata mio marito mi raggiunge sconvolto perché questo individuo gli avrebbe mandato un messaggio WhatsApp scrivendo” perché hai scritto così?” Mio marito, che al contrario di me è una persona molto conciliante e soprattutto preferisce non dover gestire situazioni problematiche quando non è necessario, mi chiede di cancellare la recensione, ed io lo faccio, Solo perché me lo ha chiesto lui.
La mia recensione è stata censurata. Nessuno saprà quello che è successo che rimarrà dentro a quelle mura e neanche io…
Ho rivisto dopo molto tempo il film ” arancia meccanica” e con gli occhi di oggi ho visto molti aspetti che da ragazza mi erano sfuggiti. Ora kasabake sarebbe la persona più adatta a scrivere questo articolo ma ho la presunzione di fare non tanto una recensione ma una riflessione. Come già nel film “c’era una volta in America” in cui mi sono trovata a provare simpatia e quasi pietà per il personaggio di Robert De Niro che era un mafioso e un delinquente, anche qui provo la stessa cosa per il protagonista,” Il vostro amatissimo”, come si definisce lui nel film raccontando la sua vicenda.
A parte la perfezione delle scene e della narrazione che io da spettatrice senza nessuna cognizione di causa percepisco, mi colpisce e confonde la storia di per sé. Questo ragazzo che è un mostro, in preda alle più bieche e devastanti pulsioni estremamente violente, stupri, pestaggi, eccetera, va volutamente a esacerbarle assumendo droghe. Quindi queste azioni sono volontarie, il ragazzo le cerca come fossero al contrario azioni nobili, cosa che il regista sottolinea marcando la sua passione verso Beethoven e i suoi gusti da ” intellettuale” con cui il ragazzo convintamente conduce le violente scorribande. Il passaggio da carnefice a vittima inizia quando i suoi compagni per defraudarlo della sua posizione di capo della banda lo incastrano e lo fanno arrestare. In carcere mantiene ancora la sua natura violenta e subdola cercando di fingersi pentito di fronte al prete della prigione, leggendo con gusto la Bibbia e il vangelo e godendo delle parti più spaventose e violente. Anche in questo caso la realtà è ribaltata, le letture sacre perdono la loro sacralità e vengono viste come violente e sanguinarie tanto da renderle una lettura piacevole per lui. Sempre con voluta e malvagia astuzia accetta di sottoporsi ad una ” terapia” per avere uno sconto di pena, ma ciò che lui crede un modo per tornare velocemente alla vita di prima si rivela una ingenuità perché nulla è gratuito nella realtà e le persone per bene che gli propongono questo scambio lo ingannano sottoponendolo a una tortura legalizzata, la visione continua sotto costrizione di scene violente contemporaneamente all’ inoculazione di ” integratori” che si rivelano delle probabili sostanze psicotrope. Il politico di turno che gli ha proposto di sottoporsi a questo trattamento in cambio della libertà lo ha manipolato per i propri interessi ovvero una campagna contro la delinquenza propagandando un metodo riabilitativo efficiente e con risultati duraturi, mentre invece si trattava di una tortura disumana dagli effetti devastanti. Il cattivo e il buono già si sono rovesciati.
Il ragazzo perde la forza di volontà, diventa l’ombra di se stesso, i genitori lo hanno sostituito con un altro ragazzo che ospitano in camera sua e che vive come un parassita con loro fingendosi amorevole ed affettuoso. Il barbone che un tempo era stato vittima di un pestaggio da lui e la sua banda lo riconosce per strada e lo pesta violentemente insieme ad altri barboni. I suoi compagni della banda che nel frattempo sono diventati dei poliziotti dicendogli che il lavoro del poliziotto avevano scoperto essere il migliore per sfogare il loro desiderio di violenza lo picchiano e lo umiliano anziché difenderlo. Ed il ragazzo è inerme di fronte a questo mondo rovesciato.il film si conclude con una delle vittime di una sua scorribanda che lo porta al suicidio ed il politico viene così accusato di usare metodi brutali per combattere la delinquenza. Sarà il politico stesso a dirgli che gli verrà data assistenza e sussidio se lo aiuterà a scagionarlo.
La pecora che sbrana il lupo. Il lupo che diventa pecora, la pecora che diventa lupo.
Io che lotto da disabile ogni giorno contro la prepotenza e la prevaricazione trovo estremamente inquietante questa immagine perché sì, è l’ esistenza in sé di lupi e pecore il nocciolo della questione, nessun forte né debole devono coesistere e concludo con una preghiera: “tratta il prossimo tuo come te stesso”. Buona serata amici!


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