Si fregia del titolo di città, e fa parte della comunità montana del Matese. Antica sede vescovile documentata storicamente a partire dall'anno 499, ma sicuramente di fondazione precedente: dal 1986, pur mantenendo la cattedra vescovile, è unita alla vicina diocesi di Caiazzo in un'unica comunità, con il nome di diocesi di Alife-Caiazzo. La cittadina è conosciuta a livello nazionale anche come "città della cipolla": la coltivazione di quest'ortaggio è qui storicamente attestata fin dai tempi della dominazione romana e la sua esportazione è stata per secoli la principale fonte di sostentamento dei suoi abitanti.
La cittadina si trova nella parte sud-occidentale della regione storica del Sannio. È posta alle pendici del versante meridionale del massiccio del Matese, in un'ampia pianura che ne prende il nome (piana alifana), solcata dal medio corso del fiume Volturno e da altri torrenti. La vastità del suo territorio comunale (63,87km²) la colloca al terzo posto della provincia (dopo Sessa Aurunca e Teano): esso va dalle sponde del fiume, naturale confine verso sud, ai vasti pianori intensamente coltivati e, attraversando una stretta fascia collinare, raggiunge la parte montuosa la cui vetta più alta è Monte Acuto (m. 1265 s.l.m.).
Alife è bagnata a sud dal fiume Volturno, mentre il centro storico è lambito a destra dal Torano affluente dello stesso Volturno. Il Torano si divide in due rami, denominati nuovo e vecchio, e tale distinzione risale a prima del XIII secolo. Nella suddivisione in tre parti del percorso del Volturno, dalla sorgente alla foce (alto, medio, basso Volturno), il territorio alifano è pienamente inserito nel Medio Volturno. Altri torrenti, numerosi ruscelli e diverse sorgenti ne completano il quadro idrografico.
Alife rientra nella classificazione nazionale di sismicità media (zona 2). Al 369 risale il primo terremoto storicamente noto che interessò l'intero Sannio, al quale fece seguito il sisma dell'847. Eventi sismici conosciuti ed oggetto di studi geologici e storici, con origine lungo la faglia del monte Matese, hanno provocato seri danni alla città nel settembre 1349, dicembre 1456 (crollo di abitazioni, grave danneggiamento della cattedrale e 60 vittime), giugno 1688 (crollo della cattedrale e di vari edifici). Danni minori si sono registrati in seguito ai terremoti del luglio 1805 e novembre 1980. Il 29 dicembre 2013, con gli altri comuni limitrofi, Alife è stata colpita da un sisma di magnitudo 4.9, poi ricalcolato a 5.0, con epicentro a distanza di 10km, riportando lievi danni; all'evento principale sono seguite oltre 200 repliche di bassa intensità.
Il clima è quello tipico dei comuni della pianura Campana: l'estate è caratterizzata da caldo afoso, mentre l'inverno è mediamente freddo con rare nevicate.[4]
L'etimologia del nome Alife è ancora oggetto di studi. L'esatta pronuncia sabellica dovrebbe essere ALIPHA; su una moneta d'argento del IV a.C. la forma osca è grecizzata in ALIOHA. In greco è Ἀλλιφαί per Strabone e Diodoro Siculo, Ἄλλιφα per Tolomeo. Per i romani è Allifae, con qualche variante, ed è nominata da Silio Italico, Plinio il Giovane, Cicerone, Orazio ed altri numerosi. Nel medioevo la forma definitiva Alife compare su pergamene dell'XI secolo, il nome continuerà a circolare su documenti e cronache in varianti come Alifia e Alifi.
Il termine greco Elaias (oliva) sembrerebbe essere l'origine più plausibile del termine latino (sostantivi di origine greca pluralizzati) Aliphae, con possibile riferimento all'antica varietà di olivo autoctona 'tonda allifa'.
Le origini di Alife risalgono all’età osca o sannitica. Il centro coniò una propria monetazione, della quale è noto un didramma d’argento databile al IV secolo a.C. Durante le guerre sannitiche fu a lungo impegnato nel confronto con Roma, tra il 343 e il 290 a.C., subendo infine la distruzione nel corso del conflitto.
Numerose testimonianze della fase preromana provengono dalle necropoli rinvenute nel territorio comunale, in particolare nella località Conca d’Oro, dove sono state individuate diverse sepolture di età sannitica.
Dopo la conquista romana la città fu ricostruita come oppidum secondo i criteri urbanistici propri della colonizzazione romana, con un impianto regolare organizzato attorno al decumanus maximus e al cardo maximus.
Inizialmente incorporata nella repubblica romana come præfectura sine suffragio, divenne successivamente municipium Romanorum, dotato di proprie magistrature civiche, tra cui decurioni, decemviri, questori, censori, edili e pontefici. La città fu iscritta alla tribù Teretina.
Le iscrizioni conservate documentano numerosi aspetti della vita pubblica della città romana e ricordano magistrati locali e personalità che raggiunsero importanti cariche nell’amministrazione imperiale. Del cosiddetto Calendario alifano si conservano frammenti relativi ai giorni compresi tra l’11 e il 19 agosto e tra il 22 e il 29 agosto. Il documento menziona anche un circo cittadino, del quale tuttavia non sono state individuate tracce archeologiche, a differenza dell’anfiteatro e del teatro.
La città romana era protetta da una cinta muraria in larga parte ancora conservata e continuò a essere abitata senza soluzione di continuità anche dopo la fine dell’Impero romano d’Occidente.
Durante l’alto Medioevo Alife mantenne il proprio ruolo di centro religioso e amministrativo. La diocesi alifana è tra le più antiche dell’Italia meridionale: il primo vescovo storicamente documentato è Clarus, attestato nel 499, mentre una nuova serie episcopale è documentata dopo il 969 con il vescovo Paolo.
Tra l’VIII e il IX secolo il territorio fu interessato da un’intensa attività monastica. Tra il 719 e il 774 sorsero numerosi monasteri, tra cui quelli di Santa Maria e San Pietro a Massano, Santa Maria in Cingla, San Giovanni e San Salvatore, ai quali si aggiunsero altri insediamenti minori come San Nazario e San Martino al Volturno.
Durante la dominazione longobarda Alife fu sede di gastaldato. Il IX secolo rappresentò una fase particolarmente difficile: la città fu coinvolta nelle lotte tra i signori longobardi, subì i danni del terremoto dell’847, venne saccheggiata dai Saraceni e, nell’860, fu riconquistata dall’imperatore Ludovico II.
Nel X secolo si registrò una fase di ripresa politica e religiosa. Alife divenne contea e il primo conte storicamente attestato è Bernardo, seguito da Aldemario. Parallelamente venne ristabilita la sede episcopale. Dopo Paolo sono documentati i vescovi Vito, Gosfrido e Arechi, ricordati nelle iscrizioni della cattedrale cittadina.
Nella seconda metà dell’XI secolo il territorio alifano fu conquistato dalla dinastia normanna dei Drengot Quarrel, sotto il cui governo la città conobbe una fase di crescita politica ed economica. Primo conte della nuova casata fu Rainulfo, cui succedettero il figlio Roberto di Alife e il nipote Rainulfo II, conte di Alife e Caiazzo.
Durante il suo governo Rainulfo II ottenne dall’antipapa Anacleto II, nel 1131 o nel 1132, le reliquie di san Sisto I, che divenne il patrono della città e della diocesi. A lui fu dedicata la cattedrale, intitolata a Santa Maria Assunta.
Nel 1132 Rainulfo entrò in conflitto con Ruggero II di Sicilia e le milizie alifane parteciparono alla battaglia di Nocera, conclusasi con la vittoria della coalizione antinormanna. Nel 1135 la città venne occupata dalle truppe regie, ma fu riconquistata nel 1137 dallo stesso Rainulfo, nel frattempo elevato alla dignità di duca di Puglia e Calabria.
Dopo la morte di Rainulfo e la repressione voluta da Ruggero II di Sicilia nel 1138, il controllo della contea passò a Malgerio Postella. La città rimase coinvolta nelle lotte tra il potere regio e le signorie ribelli. La dinastia normanna alifana riuscì a recuperare temporaneamente il controllo della contea con Andrea di Ravecanina a partire dal 1154, per poi ristabilirlo stabilmente nel 1193 con Giovanni di Ravecanina, considerato l’ultimo rappresentante dei Drengot.
Anche durante il periodo svevo Alife fu interessata dalle lotte per il controllo dell’Italia meridionale. Nel 1205 il castello riuscì a resistere a un assedio, mentre l’abitato venne incendiato. In questa fase la contea fu governata dal conte Siffrido, di origine germanica.
Nel 1221 l’imperatore Federico II di Svevia assunse il controllo diretto della città. Nel 1229 Alife aprì le porte all’esercito pontificio durante il conflitto tra l’imperatore e la Santa Sede, ma tornò rapidamente sotto il dominio svevo. In tale occasione Federico II dispose il restauro del castello normanno.
Nel 1269 la contea era retta da Filippo di Courtenay, figlio di Baldovino II, ultimo imperatore latino di Costantinopoli. Alla stessa epoca risalgono numerose testimonianze dell’attività religiosa cittadina. Tra queste figura la vicenda dell’eretico alifano Pietro, raffigurata in un affresco attribuito a Giotto. Nel corso dei secoli XII e XIII risultano inoltre attive numerose chiese, monasteri e istituzioni assistenziali; nel 1226 la chiesa di San Pietro al Mercato ospitava una confraternita e la città disponeva di due ospedali.
Nel corso del XIV secolo la contea passò più volte tra diverse famiglie feudali, tra cui i D’Avella, i Janvilla e i Marzano. Tra il 1324 e il 1335 appartenne per oltre un decennio all’Ordine dei Cavalieri Ospitalieri di Gerusalemme.
Nel 1320 Alife comprendeva anche una comunità ebraica ed era sottoposta a una tassazione di 78 once, 2 tarì e 12 grani, mentre il casale di San Simeone contribuiva con 2 once e 8 tarì. La popolazione complessiva è stata stimata tra i 5 000 e i 6 000 abitanti.
La città subì danni a seguito del terremoto dell'Appennino centro-meridionale del 1349. Nello stesso secolo emerse la figura di Niccolò Alunno († 1367), che ricoprì gli incarichi di maestro razionale e gran cancelliere del Regno di Napoli, oltre a essere autore degli Arcani Historici. Suo figlio Francesco Renzio venne elevato al cardinalato da papa Urbano VI. Alla fine del secolo la diocesi era guidata da Giovanni de Alferis, appartenente alla stessa famiglia di Alferio, già vescovo di Alife e successivamente di Viterbo.
Nel XV secolo la città passò sotto il controllo delle famiglie Stendardo, Origlia, Marzano, Gaetani e Diaz Garlon. Il terremoto del 5 dicembre 1456 provocò gravi distruzioni in tutto il Sannio; ad Alife causò circa sessanta vittime e numerosi crolli. Il vescovo Antonio Moretta promosse il restauro della cattedrale.
Alife mantenne il proprio ruolo di centro amministrativo del territorio e si dotò di propri Statuti Municipali, promulgati nel 1464 e successivamente aggiornati nel 1503 e nel 1506. Nella contrada di San Simeone si insediarono comunità di origine albanese ed ebraica.
Nel 1536 risulta attiva la tipografia del primicerioLuigi Cilio, che pubblicò il Tempio de Amore di Iacopo Campanile, dedicato alla contessa Cornelia Piccolomini. Attraverso la stessa officina tipografica, successivamente trasferita a Napoli, il professore alifano Cesare Benenato pubblicò il De puerorum institutione.
Dal 1557 fu vescovo della diocesi il giurista e storico Antonio Agustín, che raccolse e trascrisse le epigrafi latine della città e studiò numerosi documenti antichi. Nella seconda metà del XVI secolo Alife, governata dai Diaz Garlon, attraversò una fase di progressivo declino. Nel 1561 fu saccheggiata da truppe pontificie e del Regno di Napoli.
Nello stesso periodo il vescovo Giacomo Gilbert de Nogueras trasferì la propria residenza nel vicino centro di Piedimonte d’Alife. Sebbene i suoi successori abbiano continuato a risiedere in quella località, la diocesi ha mantenuto ininterrottamente il nome e il titolo storico di Alife.
Nel XVII secolo Alife fu feudo della famiglia Caetani. Per questo periodo si conservano i giuramenti dei governatori cittadini, generalmente scelti al di fuori del territorio alifano, che si succedettero nell’amministrazione locale tra il 1585 e il 1689.
La città fu nuovamente colpita da eventi sismici: il terremoto del 1688 provocò danni a numerosi edifici e interessò anche la cattedrale. Nel 1716 furono rinvenute all’interno dell’edificio sacro le reliquie attribuite a san Sisto I, patrono della città e della diocesi.
Nel corso del XVIII secolo Alife conservò il proprio ruolo di centro amministrativo del territorio. Nel 1746 venne redatto il catasto onciario, importante fonte per la ricostruzione della situazione economica e sociale della comunità in età borbonica.
Con l’abolizione della feudalità nel 1816, il comune entrò in possesso di una parte consistente dell’attuale patrimonio boschivo. Nel corso del XIX secolo la città registrò una moderata crescita demografica e continuò a svolgere funzioni amministrative e commerciali per il territorio circostante.
Un importante impulso ai collegamenti ferroviari giunse con l’inaugurazione della Ferrovia Alifana nel 1914, che consentì un collegamento diretto con Napoli e contribuì all’integrazione economica del territorio.
Durante la seconda guerra mondiale la città fu coinvolta nelle operazioni militari che interessarono il fronte campano nell’autunno del 1943. Nel mese di ottobre la torre principale del castello venne fatta saltare dalle truppe tedesche in ritirata. Il 13 ottobre 1943 Alife subì inoltre un bombardamento aereo statunitense che causò vittime civili e danni significativi all’abitato.
Nel dopoguerra furono avviati gli interventi di ricostruzione degli edifici danneggiati dal conflitto, consentendo il graduale recupero del tessuto urbano e delle principali infrastrutture cittadine.
Lo stemma storico del comune raffigura un elefante che sostiene sul dorso una torre merlata d’oro a tre bastioni, recante l’iscrizione Civitas Alipharum. La presenza dell’elefante quale simbolo civico è attestata già nel XII secolo, quando la sua figura compare scolpita in un archivolto dell’antica cattedrale; la più antica rappresentazione nota dello stemma nella sua configurazione attuale è invece contenuta in una bolla di papa Paolo III del 19 maggio 1543, conservata presso l’Archivio della Cattedrale di Alife. L’emblema risulta inoltre documentato con continuità a partire dal XVIII secolo.
La blasonatura è la seguente:
«Di rosso, all’elefante al naturale, gualdrappato di azzurro, cinghiato e frangiato di argento, sostenente una torre merlata di tre pezzi, d’oro, aperta del campo.»
Lo stemma è stato riconosciuto con Decreto del Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato Benito Mussolini del 10 giugno 1929.[6]
Gli ornamenti esteriori di città, concessi dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro il 2 ottobre 1995, consistono nella corona turrita d’oro propria del rango di città, formata da cinque torri munite di merli ghibellini e accompagnata dagli emblemi della Repubblica Italiana. L’articolo 4 dello statuto comunale del 28 novembre 2000 ne disciplina e tutela l’utilizzo.
Gonfalone
Il gonfalone, concesso con Regio Decreto di re Vittorio Emanuele III del 19 ottobre 1933,[6] è un drappo d'azzurro.
S. Lucia, di certo preesistente alla cattedrale[7], oggi ne rappresenta parte integrante come cappella laterale, anche se architettonicamente indipendente. Dedicata alla martire siracusana, probabile prima patrona della città fino al 1132, è stata restaurata nel 2004 e riportata all'antica spazialità architettonica. Al suo interno ospita una tela barocca e un confessionale ligneo del secolo XVIII.
Maria SS. Immacolata della Congrega, come la precedente, anch'essa è oggi parte integrante della cattedrale. Nelle forme attuali è stata eretta nel 1864, a spese dell'omonima Confraternita (detta appunta "la Congrega"), quivi eretta nel 1817, com'è attestato anche da una lapide marmorea[8]. Conserva un dipinto ottocentesco della titolare, un gruppo scultoreo della Vergine Addolorata e del Cristo Morto (che vengono portati solennemente in processione ogni anno, la sera del Venerdì Santo) e un presepe in stile settecentesco napoletano.
S. Caterina d'Alessandria, la seconda chiesa urbana è dedicata alla martire egiziana. Chiesa di S.Caterina Era già in funzione nel Trecento, e all'inizio del Quattrocento ad essa era annesso un ospedale detto "delle fratarìe"; nel corso dei secoli ha avuto diverse ricostruzioni, fino all'ultima, radicale nel 1946, essendo stata quasi completamente distrutta dal tragico bombardamento della città del 1943. Si trova nell'omonima piazza e, assieme alla cattedrale e a S. Sisto, è l'unica chiesa in piedi dal Medioevo e sopravvissuta al terremoto del 1688 che rase al suolo le numerose altre chiese cittadine. Nelle vicinanze di S. Caterina ancora nell'Ottocento era in funzione la trecentesca chiesa di S. Maria Maddalena, trasformata in abitazione civile.
S. Francesco (o istituto delle suore degli Angeli), all'interno della struttura adibita a residenza dell'ordine, vi è una cappella dedicata alla Vergine del Rosario di Pompei. L'istituto, fondato nel 1910, consta oggi di due edifici contemporanei (l'uno residenziale, l'altro scolastico): esso è intitolato al Poverello di Assisi anche a ricordo del "quarto" di San Francesco, uno dei quattro rioni di Alife in cui è ubicato, poco distante dall'antico convento francescano del XIII secolo ed esistente, nelle vicinanze, ancora nel Seicento.
Fuori dalle mura:
Maria SS. della Grazia, santuario costruito su un antico mausoleo romano e trasformato in chiesa già in età normanna. Santuario della Vergine della GraziaAll'interno si conservano un altare marmoreo settecentesco sormontato da una tela coeva che rappresenta "l'Immacolata e la Trinità", la statua della Titolare in legno dorato del sec. XVII (molto sentita dal popolo la devozione verso la Marònn'a Gràzia, in onore della quale si svolge annualmente una festa la terza domenica di settembre), tracce di affreschi tardomedievali nella cripta, un presepe napoletano in stile settecentesco che riproduce alcuni scorci alifani, una statua in legno del sec. XIX raffigurante l'Addolorata e altre opere. All'esterno del santuario vi è un piazzale sopraelevato, uno dei primi dedicati a papa Giovanni Paolo II; poco dopo la sua morte, nell'estate del 2005, una statua fu posta in questo luogo, anche in ricordo di un pellegrinaggio che i fedeli del santuario fecero nell'aprile 1996 a Roma, in udienza da papa Giovanni Paolo II, che benedisse il grande quadro ad olio (copia di quello che si conservava in questa chiesa fin dal sec. XIII e che oggi si trova nel vicino e omonimo santuario di Baia e Latina) che si può ammirare nella cripta della chiesa alifana. Accanto al monumento a papa Wojtyla, si erge una stella in pietra su cui è disposta una grande formella bronzea circolare che raffigura la titolare del santuario.
S. Sisto Extra Moenia, a breve distanza dalla cinta muraria e da Porta Roma, è il luogo che ricorda la traslazione delle reliquie di S. Sisto I papa (1131/1132). Chiesa S.Sisto Extra Moenia All'interno del piccolo tempio sono conservati un affresco di G. Mugnaj del XIX secolo e una copia in gesso del busto del santo patrono. Ogni anno, la sera del 10 agosto, giunge la processione di San Sisto per restarvi tutta la notte, vegliato dai fedeli e per ripartire, al mattino successivo alla volta della cattedrale, rievocando il solenne ingresso delle reliquie nel 1132.
S. Michele Arcangelo, nell'omonima frazione, sulle colline, è la seconda parrocchia dell'unità pastorale di Alife. Costruita negli anni '70 del '900 su terreno donato dalla famiglia Scorciarini Coppola, contiene tre gruppi scultorei del 1985, opere dell'artista Vittorio Tirrito.
S. Michele Vecchio, costruita nel 1784, la piccola chiesa fu elevata parrocchia nel 1939. L'interno, in stile neoclassico, è a campata unica e ospita, sull'antico altare marmoreo, la statua di San Michele del 1954 che da qui, in processione (la prima domenica di ottobre), raggiunge la chiesa nuova, per farvi ritorno alla fine dei festeggiamenti. La sede parrocchiale è stata trasferita nella chiesa nuova nel 1985.
S. Giovan Giuseppe della Croce, si trova nella frazione Totari ed è la terza sede parrocchiale dell'unità pastorale di Alife. La chiesa, costruita negli anni '80 del '900, è dedicata a Giovan Giuseppe della Croce, il santo frate che operò in diocesi nel XVII secolo e che qui viene celebrato il 5 marzo. È la prima chiesa del mondo dedicata al santo ischitano.[senzafonte] In essa, la terza domenica di luglio, si svolge anche la festa della Madonna del Carmine, patrona del borgo.
Maria SS. Immacolata e S. Sisto, edificato intorno al 1850, è l'oratorio del cimitero cittadino, composto da tre grandi cappelle a colombario dedicate all'Immacolata, al patrono e, quella centrale, agli angeli custodi.Colombari del cimitero
Chiese chiuse al culto:
S. Giovanni Gerosolimitano, già mausoleo romano, in età longobarda divenne chiesa e dal XII secolo fu annessa dall'Ordine Gerosolimitano. Per lungo tempo una delle chiese principali della città, possedeva anche un mulino. Nel XIX secolo era di proprietà comunale, e ancora negli anni '30 del XX secolo, destinata ad onorare i caduti alifani di tutte le guerre, vi si diceva messa. Restituita allo stato di edificio classico, è spesso sede di mostre archeologiche.
S. Maria la Nova, antica chiesa, le cui prime testimonianze risalgono al Trecento, fu l'edificio religioso che risultò meno danneggiato dal terremoto del 1688. A fine ottocento era di patronato comunale, ma venne trasformata in abitazione civile. Esiste la cripta con affreschi trecenteschi raffiguranti la vergine Maria.
S. Maria Ausiliatrice, già chiesa dell'istituto religioso delle R.O.S.E. (fondato dal sacerdote alifano Mons. Pasquale Panella), è stata edificata nel 1952 per servire lo stesso; è stata chiusa al culto nel 1980. La festa della Madonna di Lourdes che qui si svolgeva fino agli anni '60, è stata trasferita nella chiesa di S. Caterina.
Centro storico, completamente circondato dal rettangolo delle Mura Romane di epoca sillana (I sec. a.C.), conserva la tipica conformazione urbana del castrum, strutturata su cardini e decumani. Il decumano maggiore (Via Roma - Via Napoli) e il cardine maggiore (via A. Vessella - Via G. Trutta) si intersecano in un punto centrale (Piazza O. Michi) detto "il Termine" e uniscono le quattro porte urbiche d'accesso alla città: Porta Beneventana (detta popolarmente Porta Napoli), Porta Venafrana (o Porta Roma), Porta San Bartolomeo (o Porta Fiume) e Porta degli Angeli (o Porta Piedimonte). Le due strade maggiori del centro storico, inoltre, lo suddividono in quattro rioni detti "Quarti": il Quarto di San Francesco, il Quarto del Vescovado, il Quarto di San Pietro e il Quarto del Castello. Le Mura sono rinforzate, lungo tutto il perimetro (che misura 540 × 410m), da torrette, equidistanti tra loro, di forma semicircolare e rettangolare, alternate.
Mausoleo degli Acilii-Glabrioni, monumento funerario attribuita a questa nobile gens alifana, conosciuto anche come Torre di San Giovanni poiché è stato possesso dell'Ordine Gerosolimitano.
Anfiteatro, appena fuori dal circuito delle Mura, recentemente riportato alla luce.
Sepolcri, sono disseminati in tutto l'ager allifanus, lungo il percorso dell'antica Via Latina che attraversava la città e il suo territorio. Quelli meglio conservati sono quello detto "il Torrione", quello di "Via Campisi" e quello su cui è stato edificato il Santuario della Madonna della Grazia.
Parco delle Pietre, in Piazza S. D'Acquisto, conserva alcune epigrafi, pietre lavorate, sarcofaghi e resti di tombe del periodo romano. Nel giardino pubblico di Piazza della Liberazione si conserva anche un impluvium, proveniente da una domus romana. Lapidi, resti di mosaici, colonne, epigrafi e altro sono sparse in tutto il territorio. Nel giardino di un'abitazione privata in Piazza Vescovado sono visibili i resti del Teatro.
Area del Foro, è visibile sotto l'edificio che ospita l'Ufficio Postale in Via Anfiteatro.
Resti di età medievale:
Castello delle Torri, edificio costruito, su preesistenti fortificazioni romane, in epoca longobarda, quando il territorio divenne feudo dei conti di Alife e che raggiunse il periodo di massimo splendore durante l'epoca normanna. Ospitò anche l'imperatore Federico II e Carlo d'Angiò.
Cripta normanna, è un ambiente sacro ipogeo edificato, insieme alla Cattedrale, dal conte Rainulfo per ospitare le reliquie del patrono San Sisto.
Secondo i dati ISTAT[10] al 1º Gennaio 2021 la popolazione straniera residente era di 195 persone e rappresentava il 2,7% della popolazione residente nel territorio del comune. Le nazionalità maggiormente rappresentate in base alla loro percentuale sul totale della popolazione residente erano:
È diffusa la tradizione di sega la vecchia, una festa per dare il benvenuto alla primavera verso metà quaresima. La tradizione consiste nel festeggiare con amici in campagna fino a tarda sera.
Sono presenti le scuole dell'obbligo scolastico a carattere pubblico, e anche privato per la materna e la primaria. L'Istituto professionale per l'Industria e l'Artigianato Manfredi Bosco, è l'unico istituto d'istruzione superiore.
La biblioteca comunale ha un patrimonio di 6500 volumi. Biblioteche scolastiche sono disponibili presso la scuola secondaria di primo grado Niccolò Alunno, e presso l'IPIA.
Il Museo Archeologico dell'antica Allifae ospita numerosi reperti, come armi e strumenti litici, vasellame, oggetti metallici, distinti per periodo e luogo (monte Cila, Roccavecchia di Pratella, materiali provenienti da necropoli), illustrati con pannelli esplicativi. E’ esposto anche parte di un affresco in IV° stile proveniente da una domus romana che si trovava lungo il decumanus maximus della città antica, esplorata agli inizi degli anni 1990. In una sala sottostante, inoltre, sono presenti frammenti di pavimenti a mosaico con decorazioni geometriche bianco-nere databili tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C., anch'essi derivanti da case della città antica.[11]
Il Museo ha ospitato numerosi eventi (visite guidate, incontri, attività didattiche, mostre).[11]
Boscarello, Campisi, Cerquelle, Cidonio, Conca d'Oro, Croce dei Pioppi, Defenza, Fontanelle, Forma, Fosse, Gervaso, Madonna della Grazia, Marmaruolo, Masseria Bianca, Montecalvo, Olivétole, Pacifico, Pera, Perazzete, Ponte Meola, Porchiera, Posta Vecchia, Saetta, San Luglio, Santa Lucia, San Michele, San Simeone, San Vittore, Sàure, Scafa, Sferracavallo, Torrione, Tre Portelle, Valle Netta, Valle Spagnola, Vadolargo, Varanelle, Vergini, Vernelle.
In assenza di servizio di trasporto pubblico urbano, si possono utilizzare le fermate comunali delle linee provinciali della CLP che la collegano ai comuni vicini e al capoluogo di provincia, con collegamenti che si spingono fino a Venafro in Molise. Le autolinee private Eredi Roberto Ferrazza e Ferrazza Group, sono utili per collegamenti in ambito regionale.
Con questa cittadina del frusinate Alife divide, dal 1131, la comune devozione per il patrono, il martire e papa Sisto I, il cui corpo è sepolto per una circa una metà nella cripta normanna della tempio alifano e per la restante parte nella basilica concattedrale alatrina di San Paolo. Le due cittadine, in onore di questo gemellaggio spirituale, ogni anno si scambiano le visite in occasione della festa patronale che ad Alife trova il suo culmine nei giorni 10 e 11 agosto, mentre ad Alatri si svolge il mercoledì in Albis. Un'opera in ceramica cerretese che rappresenta il comune patrono San Sisto è stata posta, nel 1984, sulla facciata della chiesa di Santa Caterina d'Alessandria, a ricordo della prima visita degli abitanti di Alatri e a suggello della fine, dopo nove secoli, di ogni attrito campanilistico.
ASD Alliphae 2007, squadra di calcio della città nata nel 2007 che, nella stagione 2018-2019, milita nel campionato molisano di Eccellenza Girone A; i colori sociali sono il giallo e il blu. Le partite casalinghe si disputano allo stadio "Marco Spinelli".
Inoltre nel 2021 nasce la società calcistica A.S.D Virtus Alife, che nella stagione 2021-22 milita nel campionato Federazione Italiana Giuoco Calcio della provincia di Caserta
Nel 2023 nasce A.S.D. Alife tramite l'unione di A.S.D. Virtus Alife e A.S.D. Castello del Matese, milita in Eccellenza Molise e disputano le partite casalinghe allo stadio “Marco Spinelli”.
123Alife, su ACS - Ufficio araldico - Fascicoli comunali.
↑Gaetano Cuomo - "L'ecclesiuncula di S. Lucia: un'ipotesi sulla sua fondazione ad opera dei Longobardi", da Clarus, mensile diocesano (aprile-maggio 2005).