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Vesta

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Raffigurazione della dea Vesta che regge una patera e uno scettro sul rovescio di un antoniniano

Vesta, figlia di Saturno e di Opi, sorella di Giove, Nettuno, Plutone, Cerere, Giunone, è una figura della mitologia romana corrispondente a Estia.

Caratteristiche

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Vesta era una dea vergine, priva di consorte e di figli. Era venerata a Roma come la dea del focolare domestico, con culto pubblico nel tempio di Vesta, i cui resti sono ancora visibili nel Foro romano, e privatamente in ogni casa romana[1].

Il suo culto pubblico consisteva nel mantenere sempre acceso il fuoco sacro nel tempio a lei dedicato; il compito era affidato ad un collegio di sacerdotesse scelte, che per tutta la durata dell'incarico dovevano mantenersi vergini, le vestali[2].

In origine la dea era venerata come la personificazione stessa del fuoco, senza necessità di sue immagini; più tardi venne assimilata alla dea greca Hestia, figlia di Crono e Rea[3]. In una delle sue raffigurazioni più tipiche la dea indossa una lunga stola e tiene in mano uno scettro[2]. Vesta è raffigurata anche seduta in trono con in mano una patera per il sacrificio e lo scettro.

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Tempio dedicato a Vesta a Tivoli, di Adam Elsheimer

Vesta, dea del focolare, era associata a Vulcano, dio del fuoco, e dai suoi figli, Caco e Caca[2], come anche dimostrato dal Portico degli Dei Consenti, dove tra le coppie dei duodecim deos Consentis[4] trovava posto anche quella formata da Vesta e da Vulcano.[5]

In quanto dea del fuoco del focolare, Vesta era la divinità protettrice dei fornai, da cui il suo legame con l'asino, solitamente utilizzato per far girare la macina, e la sua associazione con Fornax, lo spirito del forno del fornaio[2].

La posizione dell'Atrium Vestae, il complesso di edifici dato dal Tempio di Vesta e dalla Casa delle Vestali, esterno ai confini degli abitati del Palatino e del Quirinale, fa ritenere che il culto di Vesta fosse un culto pubblico condiviso tra genti Latine e Sabine.[3]

Il culto del fuoco viene fatto risalire ad un'antica concezione religiosa naturalista degli Indoeuropei, della quale sarebbero un'ulteriore attestazione il dio vedico Agnis[6] ed il culto del fuoco di Estia in Grecia.

Per il rituale dei tre fuochi vedici, da cui deriverebbero le caratteristiche delle divinità romane legate al fuoco, gli officianti dovevano accendere sul terreno tre fuochi: il primo, chiamato "fuoco del padrone di casa", rappresentava il sacrificante stesso ed aveva lo scopo di accendere gli altri, il secondo, "fuoco delle offerte", portava il sacrificio agli dèi per mezzo del fumo, il terzo, "fuoco di destra o del sud", era la sentinella contro l'attacco degli spiriti maligni. A Roma i primi due fuochi sarebbero stati trasportati nella figura di Vesta, e il terzo in quella di Vulcano.[7].

Durante il sacco di Roma da parte dei Galli nel 390 a.C., narra Plutarco che le vestali fuggirono dalla città, portando seco in salvo il fuoco sacro, fino alla vicina città di Caere.

Il fuoco sacro, custodito per tanti secoli nel tempio di Vesta a Roma, venne spento nel 391 d.C. per ordine dell'imperatore Teodosio, perché culto pagano.

Il primo marzo, giorno del capodanno romano, veniva rinnovato il fuoco sacro nel tempio a lei dedicato.

La dea Vesta veniva celebrata nelle Vestalia che si svolgevano nella settimana che va dal 9 giugno al 15 giugno. Il primo giorno delle celebrazioni era dedicato all'apertura annuale del tempio per i riti sacrificali.

  1. Vesta - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 16 marzo 2026.
  2. 1 2 3 4 (EN) Vesta | Roman Goddess of Hearth & Home | Britannica, in Encyclopedia Britannica. URL consultato il 16 marzo 2026.
  3. 1 2 Andrea Carandini, Angoli di Roma, Editori Laterza, 2018, ISBN 9788858131527.
  4. Marco Terenzio Varrone, De re rustica,I,4
  5. Porticus Deorum Consentium, su penelope.uchicago.edu. URL consultato il 21 gennaio 2023.
  6. Francisco Villar, La religione, in Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa, Bologna, il Mulino, 2009 [1997], pp. 141-142, ISBN 978-88-15-12706-8.
  7. Georges Dumézil, La religione romana arcaica, Milano, Rizzoli, 1997, pp. 277 e sgg., ISBN 88-17-86637-7. URL consultato l'8 gennaio 2023 (archiviato dall'url originale l'8 gennaio 2023).

Voci correlate

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