NDA: Lo so che questo blog lo leggono probabilmente 3 gatti in croce, di cui sono certa, solo 1. E quell’1 ha già letto quello che sto per postare qua sotto. Perciò voglio essere avventata, tanto si tratta solo di un introduzione, una sorta di prologo, e non credo che spunterà nessuno a rubarmi un’ introduzione. E alla fine se anche fosse così, ho sempre saputo che era un progetto troppo ambizioso per me, un romanzo chiederebbe una costanza che non sono certa di avere, nonostante la storia sia ben delineata nella mia testa da talmente tanto tempo che credo abbia sempre fatto parte di me. Quindi niente, miei Cari Lettori (si King sono innamorata di questa espressione, mi perdoni maestro per la mia arroganza) questo è il capitolo zero, o forse il prologo, di Come Fiori nella Cenere, una storia che forse, non vedrà mai la luce di una “fine” ma che si merita almeno uno spazietto qua.
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Nonostante tutto ci sono cose che la tengono ancora sveglia la notte a fissare il soffitto. Arrivi a 30 anni, pensi di avere tutto ciò che vuoi, appagata e completa, realizzata, e invece no. Invece ci sono ancora cose che ti tengono sveglia la notte, a desiderare una sigaretta, anche se hai smesso di fumare 3 anni fa. C’è un pacchetto nel mobile in bagno, era l’ultimo pacchetto, si era promessa, anche se le aveva fumate comunque quasi tutte.
Ne aveva conservate due, quasi per sfida.“una per quando deciderò di farla finita e una per quando mi innamorerò di nuovo, nella peggiore delle ipotesi le fumerò entrambe lo stesso giorno” aveva detto quella sera, cenando con clienti e colleghi.
La tavolata l’aveva guardata come se fosse matta. Eppure non era così strano per lei dire cose del genere, aveva da sempre questa ironia quasi caustica, che spiazzava le persone “per bene”.
Ma questa notte, mentre si rigira nello scomodo letto per l’ennesima volta, pensa che ci starebbe proprio bene una bella sigaretta per coronare la sua insonnia.
Le lascerà un pessimo sapore in bocca, ne è sicura, eppure decide di alzarsi, sfila le gambe dalla coperta e poggia i piedi sul pavimento.
Si alza ed entra in bagno, apre lo sportello del mobile. Sta fissando il pacchetto quasi vuoto. Solo due sigarette rimaste. Alza lo sguardo sul suo riflesso allo specchio, non è mai stata bella, non del tipo convenzionale almeno, quello da ragazza da copertina, il naso è troppo grande, il viso troppo spigoloso, e ora ha anche delle vistose occhiaie ad abbracciare i grandi occhi verdi, l’unica cosa che di lei che davvero le piace. A vent’anni si sarebbe preoccupata di non essere al suo meglio, sciupata, ora invece non le importa più molto di essere perfetta. Sospira e prende una sigaretta, apre la finestra, il freddo di dicembre si insinua prepotente nella stanza, in lontananza dei colpi di mortaio ecceggiano nella notte. Mentre rabbrividisce, non sa se per il freddo o i rumori si appoggia sul davanzale e la accende.
“Questa è quella di quando decido di farla finita, si? deve esserlo per forza” pensa ridacchiando, con una punta di quell’ amara ironia.
“Deve esserlo, non può essere quella di quando mi innamoro di nuovo, non è assolutamente possibile.” Inspira il fumo e ripensa, per la centesima volta a quel caldo pomeriggio di settembre. No, non si è innamora quel giorno, ne è quasi sicura.
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È un caldo, quasi afoso, pomeriggio di settembre e l’unica cosa che Cassie volesse in quel momento era raggiungere la metropolitana il prima possibile. La città era piena di turisti in quel periodo dell’anno, così piena da dover sgomitare fra la folla per poter camminare a passo sostenuto. “Detesto i turisti” e sarà la 10ma volta che lo pensa solo da quella mattina.
Amava profondamente vivere in città, la sua città, che le aveva dato tutto ciò che aveva e a cui lei aveva dedicato la sua vita. Amava le stradine del centro storico, e i palazzi popolari della periferia, ma soprattutto amava i parchi e i giardini disseminati e nascosti ovunque, che la rendevano una moderna Babilonia.
Alcuni portavano la firma del suo studio, e ne andava orgogliosa, terribilmente, anche se non avrebbe mai avuto l’arroganza di dire che fossero i suoi preferiti.
“La metropolitana, tieni gli occhi sull’obiettivo Cassie, hai una riunione con le risorse umane tra 40 min e non puoi fare tardi. Non oggi. Anni di sacrifici e impegno daranno i loro frutti oggi, lo sai.” È mesi che si parla di affidarle un progetto importante, e di ampliare il suo budget. Non può permettersi di ritardare.
Sgomitando fra la folla riesce a scendere le scale e con un piccolo scatto ad entrare al volo nella carrozza del treno.
C’è qualcosa di strano, e non è l’odore di decine di corpi sudati stipati nel vagone, a quello è abituata. Ed è.. musica? “da dove diavolo arriva, chi ha ancora il coraggio di ascoltare musica alta in metropolitana al giorno d’oggi?” Fruga con lo sguardo fra la folla finché non lo nota. Sembra uscito da uno smielato romanzo harmony, i capelli lunghi con qualche treccina e la camicia mezza aperta, le cuffie, ovviamente, abbassate sul collo, in mano un libro aperto e sciupato, Baudelaire. Si rende conto di aver sbuffato ad alta voce solo perché lui alza lo sguardo, la individua e le fa un sorrisetto sfacciato, che gli fa spuntare delle fossette agli angoli della bocca. Un sorrisetto che sembra dirle “Oh ti sto infastidendo? come mi dispiace” con un tono carico di sarcasmo.
C. si volta e ridacchia, anni fa un ragazzo così avrebbe sicuramente attirato la sua attenzione, forse si sarebbe anche presa una bella cotta, di quelle che ti tengono sveglia la notte a sognare il futuro. Potrebbe farlo anche ora, se solo si permettesse di perdere tempo in una relazione, ma lei di tempo da perdere non ne ha affatto. Men che meno con un capellone palesemente squattrinato che, come minimo, è ancora convinto di sfondare nel mondo della musica inseguendo un sogno adolescenziale, oppure di poter fare il poeta. Per lei andrebbe meglio un avvocato, o un architetto, insomma, qualcuno di concreto, con la testa sulle spalle.
La voce elettronica dell’interfono la distoglie dai suoi pensieri, il treno è arrivato alla sua fermata. Ridestata dalla sua trance si affretta a scendere prima che le porte si chiudano, e si guarda intorno, cercando con lo sguardo il Poeta, chissà se è sceso anche lui, le sembrava di si, eppure niente più musica ad alto volume nei paraggi. Non sa nemmeno perché lo sta cercando, in realtà, è certa che non lo rivedrà più, e sicuramente non è stato un amore a prima vista. Quelle cose succedono solo nelle commedie romantiche, o ai ragazzini.
Cassie si avvia per le scale in salita, sicura di se come sempre, eppure, non potrebbe sbagliarsi più di così.