Il sogno di Fera Infèri – Federico Ghillino

Image

Eccolo, arriva, corre tra le frasche.
Ha un’arma così precisa
non capisco se sia vera o riprodotta.
È la bestia, ha gli ultimi proiettili,
quelli che rimangono prima del macello,
quelli che mi servono, per essere pericolosa.
Mi tocco le tasche di continuo.
Cerco da fuori. Poi me le frugo.
La mano cade, il braccio affonda, sento
che sto per sprofondare nella stoffa. Vado.
Dentro è ordinato, c’è pieno di strumenti,
armi per far notte, motori per la presa
del potere, afflizione del dolore, esercizio
della furia e distruzione del giudizio.
Ne faccio un proiettile: torno nel bosco.
La bestia che punta al successo
non s’aspetta un bossolo nel petto.
Muore sul colpo. Varco il macello.
 
Mio padre percorre gli uffici
gestisce le fasi del lavoro, mia madre
scuoia la carogna della bestia.
Gliela porgo, non le interessa la vicenda,
nemmeno a me, le basta un filo assottigliato
e conoscere un po’ di anatomia:
così un corpo si sfa – è un attimo.
Lascia gocciolare, aspetta fumando.
Mio padre le abbassa lo stipendio
perché è sporca, la perseguita
con un meno insanguinato in busta paga.
Lei ha smesso di pagare nei bar
cambia sempre posto, con sé
mai mancano lame più taglienti.
Mio padre mi dà un buon voto
e la coccarda per la morte più cruenta:
la mia. Carico, ma il proiettile era uno
ed ho giusto la forza di scalciare.
 
Mi sveglio intontita, fa freddo
e ho mezza faccia congelata, la finestra
è rimasta aperta. La stanza
ha tutto ciò che serve a questo vuoto:
letto sfatto, armadio aperto, pc acceso
e tanto disordine di rigetto.
Ho odore di ferro nel naso
perdo spesso sangue la mattina.
Lo so, non mi spavento più se vedo
sul cuscino una macchia mezza secca.
Mi vesto anonima, senza forma,
senza colore, spero di sembrare
stoffa che fluttua, alga che aleggia,
una bestia dal margine dell’area
che se qualcuno abbia dei dubbi
almeno abbia paura.
Prendo lo zaino, non faccio colazione
bevo un po’ d’acqua, non mi sento sicura.


(da Parabola di Fera Inféri, Prufrock spa, 2025)

*

Progetto stilisticamente indistinguibile, nel panorama poetico italiano, la Parabola di Ghillino propone una sfida continua alle capacità narrative e immaginifiche della scrittura in versi. Lo si può verificare in questo campione, che rappresenta fedelmente il libro, intanto, nel verso slogato e cantilenante su cui si regge gran parte dell’opera, e che serve, proprio, a dinamizzare la scena e insieme mantenerla coesa – appunto, a raccontarla. L’episodio onirico su cui si incentra questo testo, poi, ne facilita la ricerca spettacolare: lo scontro con la «bestia» nel «bosco», la «carogna» scuoiata, l’offerta votiva, quasi, a «madre» e «padre» sono i fotogrammi più incisivi di una narrazione che si sviluppa, però, proprio sulla forza del continuum versale (spesso in enjambement e non senza agganci fonici del tipo «pericolosa»-«continuo»-«frugo»-«affonda»). Per questo, anche all’ultima strofa, cioè al risveglio, il testo mantiene la sua freschezza: dentro e fuori dal sogno, è il dispositivo tentacolare del poema a produrre insieme l’incanto e la violenza.

A.F.P.

Aspettando – Giovanni Cianchini

Image

        Dal Kepabbaro insieme ad altri ragazzi, c’è uno con il turbante nero, un musulmano, diverso dagli altri, la barba bionda.
        All’incontro con la casa editrice che presentava una collana, a Walzer si chiudono gli occhi. La relatrice parla di una collana di libri-oggetto: niente titoli, forma quadrata, oggetti enigmatici.
        Ha un tono emozionato e sincero: lavorare per la dignità umana e della terra. Walzer pensa al suo fastidio per l’espressione eccessiva delle emozioni. Pensa che questo fastidio è un vezzo da intellettuali viziati.
        In bus andando alla stazione prova un che di cupo come di cose inutili, incontri, viaggi. Una cosa però è buona: M. gli aveva venduto un libro di un poeta morto. Capisce che lui non faceva questo per soldi ma per la memoria dell’amico morto, perché qualcuno si ricordasse. Salvarlo dall’oblio.
        In bus un uomo scende prima della sua compagna, per accompagnarla nella discesa. È incinta.


(inedito)

*

Non di rado, mi pare, la scrittura del quotidiano commette l’errore, solo in apparenza paradossale, di eroicizzare il basso, renderlo speciale proprio in quanto basso e disobbedire così alla propria natura. Non è così per questa prosa di Cianchini, dove l’universo pienamente abbassato e colloquiale che si attraversa (c’è il «bus», il «Kepabbaro», la «stazione») è fotografato senza enfasi (e col vantaggio, a proposito, di un periodare leggero e scandito), nella sua genuina frammentarietà e nella natura irrelata delle sue parti. La sequenza delle scene mostrate ha infatti il modus dell’affastellarsi nella giornata di momenti diversi per mood e altezza emotiva o intellettuale (passando appunto dal «Kebapparo» alla «casa editrice» e tornando poi «in bus»), ma soprattutto introduce in ogni quadro delle microscopiche vie di fuga, come il «musulmano» «diverso dagli altri», i «libri-oggetto», «il poeta morto», la donna «incinta». Sono sorprese attenuate, con cui questa prosa si mantiene fedele alla veste incantata e insieme incomprensibile dell’ordine diurno.

A.F.P.

Testa – Silvia Righi

Image

Me ne sono andato molto prima di te.
Dal sacro non giunge che il bene, è la cura.
Lo dicono i grani neri intorno al collo
li porto alla bocca fin da bambino.
Sono un uomo buono. La mano di mia figlia è troppo calda.
I grani stanno bruciando.
Se resisti, dio è nell’ombra.
Accetta l’amore spaccandoti in due, questo
mi hanno insegnato. Togli il nome,
essere nessuno avvicina alla grazia.
Le luci brillano come meduse morte.
I grani entrano nella pelle.

Appare in cima a una pila di crop-top
un involucro muto, sotto neon fucsia.
Ha lo sguardo estatico dei cani,
le loro pupille bagnate.
È difficile gridare al miracolo per primi
la meraviglia attraversa l’occhio
come uno spillo, davvero.
Sono la variabile. La carne che darà
testimonianza.
Non una lacrima di sangue sopra una statua.
Non la tubercolosi guarita dall’acqua.
In lei è racchiuso il male del mondo e la sua
assoluzione.

La ragazza grondante di amuleti
scintilla oscura dentro al magazzino.
L’anti-melodia dei gioielli paralizza l’aria.

Emerge dal nido dei capelli
dove il chiarore della pelle interrompe
la massa nera che si attorciglia fino al limite
del pavimento, intravedo abrasioni e segni devoti
a linguaggi di ogni tempo.
Sopra di lei la scritta monumentale
ed è troppo tardi

la bambina indietreggia persa nell’incubo che la osserva dall’alto, scivola e la testa si spacca con il rumore secco di una noce. Il sangue mi schizza in faccia. Le persone si spintonano tra zaffate di sudore. Vengo trascinato via, chiamo il suo nome, mentre la materia cerebrale lorda il pavimento, mentre la ragazza si stringe le mani sfigurate intorno alla gola e grida attraverso la carne morta della mia bambina, la loro bocca mossa da spasmi vivi, sputa, grida di essere la figlia di dio.


(da Ex voto suscepto, Pungitopo, 2025)

*

L’immaginario attraversato da Righi in questo testo sembra vivificarsi in una serie di presenze contraddittorie: da una parte il «sacro» (evocato dal «miracolo», dalla coppia «bene» e «male», dagli «amuleti», da «dio») e dall’altra il pop e il kitsch (la «pila di crop-top», il «neon fucsia»); da una parte il «chiarore», le «luci», e dall’altra il «sangue», la «massa nera», la «tubercolosi». Ed è in questo scenario vivido, ferito e chimerico (si noti anche la presenza degli animali, come «cani» e «meduse»), che si compie la vicenda dai contorni sfumati del testo: a parlare è un «uomo buono»; di fronte a lui, come preda sacrificale, la «ragazza»/«bambina»/«figlia»; in mezzo una dinamica che ha insieme i connotati del sopruso e del rito, del sopruso, anzi, che si auto-interpreta come rito di «cura», avvicinamento alla «grazia» e «assoluzione». Non è un caso che per quattro quinti il testo sia in versi e nel finale tramuti in prosa: dapprima si segue l’auto-interpretazione dell’«uomo» e delle sue supposte ragioni, poi nella chiusura si assiste nell’inermità della prosa all’evento più crudo, alla «testa» (da cui il titolo) che «si spacca» e alla fine dell’episodio («Vengo trascinato via»). In questo equilibrio tra la scena cruda e asettica e la stratificazione degli archetipi, dei nomi, nonché tra una lingua puntuale e inarcata insieme, credo, si trova la riuscita del testo di Righi, che invita il lettore a entrare in un paesaggio ben caratterizzato eppure disorientante, in cui eventi e interpretazioni degli eventi si danno insieme nella loro inafferrabile motivazione e silenziosa violenza.

A.F.P.

chiralità – Igor Antonio Lipari

Image

si può perdere la vita a seguito della lite per un parcheggio e il malfunzionamento di un caricabatteria è in grado di ingenerare una versione tascabile di disturbo da stress post-traumatico a corollario di astinenza digitale ma un’armocromia inaccurata nella scelta dell’abbigliamento ti precipiterà nell’imbuto di un maelstrom entactogeno dissociativo dalla cui prospettiva riuscirai finalmente a vedere alla luce dissezionante del sole quell’infinitesimo dettaglio che dimostra come ci sia qualcosa di profondamente inesatto nel mondo e tu e chiunque altro come avete fatto a non accorgervene prima anche se adesso che ne hai preso consapevolezza è troppo tardi per svincolarti dalle maglie del beam sweeping 5G che legano il palmo della tua mano all’antenna locale della cella e attraverso ragnatele di fibre ottiche si impennano su ponti radio fino a rimbalzare su orbite geostazionarie di satelliti per poi tuffarsi nelle profondità oceaniche lungo cavi sottomarini drogati con erbio che affondano e affondano giù fino alla terapia intensiva di R’lyeh dove immerso nel suo coma farmacologico Cthlulhu sogna di attendere il suo momento e se non presterai la dovuta attenzione proprio il tuo impercettibile strattone potrebbe essere decisivo per svegliarlo nel qual caso non ti sarà servito a niente aver notato che i tappi dei barattoli di marmellata e dei tubetti di dentifricio non si avvitano in senso antiorario come invece nell’emisfero boreale dovrebbero fare i vortici dei tornado tranno uno di recente in Oklahoma e quelli dell’acqua che si porta via i frammenti epiteliali e cheratinici della tua individualità sgretolata nello scarico del lavandino ma non sempre l’effetto Coriolis si degna di essere efficace e queste potrebbero essere prove inquietanti a sostegno della teoria della terra piatta oppure sarà stata altrettanto inutile l’agnizione che la simmetria levogira degli amminoacidi delle proteine di tutte le forme di vita conosciute induca il sospetto che le suddette forme di vita non fossero esattamente preventivate nel manuale d’uso rilasciato dal produttore – così che la chiralità ovvero la proprietà – che non può non risultarti dolorosamente familiare ogni volta che ti trovi davanti a una superficie riflettente – che impedisce a un oggetto di essere sovrapponibile alla sua immagine speculare ancora una volta resterà inspiegata

(inedito)

*

L’uso della letteratura per spiegare la realtà è una modalità antica, precedente al consolidarsi della scienza tecnologica come pratica conoscitiva primaria. In questo flusso in prosa di Lipari, che per tutta la sua lunghezza non è che una premessa “argomentativa” all’asserto finale (unico evidenziato dallo stacco del trattino), che dichiara la «chiralità» «inspiegata», sembra riattivarsi questa antica tensione, della illustrazione scientifica per via letteraria. In quanto post-mitologica e successiva a Galileo, però, la letteratura contemporanea non può assumere questo compito pacificamente, e ciò che leggiamo, perciò, non assomiglia davvero a una spiegazione – più all’indicazione della sua assenza. Questo si osserva non semplicemente nell’«inspiegata» che chiude il testo, ma, più profondamente, nelle caratteristiche generali che del testo sono proprie: l’assenza di punteggiatura e il deragliamento della sintassi confermano l’esondazione del discorso argomentativo da se stesso, l’uso del “tu” parla di un coinvolgimento in senso lato soggettivo, i termini prettamente scientifici («entactogeno», «coma farmacologico»…) appaiono straniati e le allusioni a un certo immaginario pop e internetico («Chtulu», «maelstorm», «R’lyeh», «terra piatta», «5G»…) testimoniano come il flusso sia composto da citazioni e richiami; che sia – anche – un discorso che dice del discorso.

A.F.P.

inedito – Leonardo Bachini

Image

Le ossa crescono e decrescono alberi. Poi alberi solo.

Fare un sogno che è salire al cielo.
Il vetro vederlo senza sbatterci, far uscire un moscerino, ansimante.

La solita data in ogni posto.
Non sentirsi a casa.


(inedito)

*

La tendenza alla frase nominale, all’uso di forme verbali asciutte (come il presente indicativo o infinito), nonché la frantumazione dovuta alla punteggiatura magra e alla coincidenza tra verso e sintagma, stringono questo testo di Bachini addosso alla propria torsione. Sul piano tematico, del resto, l’incipit dichiara una fluttuazione organica a svantaggio dell’umano (se le «ossa crescono» poi ci sono «alberi solo»), da cui l’umano ne esce come vaporizzato, assente (e di ciò la chiusa è la prova più chiara). Ciò a cui assistiamo, allora, è un inanellarsi di piccole scene ordinarie (per altro rese ancora più vacue dal verbo «fare»: «Fare un sogno», «fare uscire un moscerino») nelle cui maglie non sembra potersi muovere nulla, vaneggiati momenti verticali (il «sogno», il «cielo» o le «ossa» che «crescono») crollano senza emettere particolari frastuoni. Maglie strette della vuota routine, insomma, e maglie strette della griglia sintattico-versale: di qua e di là da questa linea si specchiano tema e lingua.

A.F.P.

Correre a scapicollo – Cristina Pasqua

Image

Correva a scapicollo e intanto sulla collina s’ammalorava il raccolto, s’infocavano di luce i campi, ruggivano le cicale, gracidava l’acqua nello stagno. Zolle dissodate s’aprivano per far spazio alla vita di mille e mille creature. Gli occhi si schiudevano al posto delle mani, la bocca masticava un orecchio, forse troppo pigro, e tutti gli organi, rimescolati tra loro, alludevano ad altro, facevano altro, erano altro. Correva a scapicollo e intanto il pulsare alla bocca dello stomaco gli affinava la vista, l’udito era dita scrocchiate e crepitare di fiamma, la corsa braccia mulinate a un vento che soffiava pioggia. Del perché fosse tutto così sottosopra non è dato sapere.


(inedito)

*

Un espediente classico della scrittura umoristica e surreale è il fraintendimento, oppure il prendere sul serio un luogo comune o un modo di dire, e proprio così straniarlo. In questa prosa di Pasqua, tutta la dinamica narrativa sembra per esempio essere generata dallo «scapicollo» dell’incipit, che, visto ora in certo senso letteralmente, sembra annunciare un certo snodarsi del corpo, una serie di suoi smontaggi e rimontaggi. Non c’è storia, del resto, in questo brano, e tutto pare ridursi a una corsa, appunto, in cui il corpo del soggetto si scombina («la bocca masticava un orecchio») e con esso si scombinano le parti del paesaggio («s’ammalorava il raccolto»), della fauna («le cicale» ruggiscono) e della realtà in generale («far spazio alla vita di mille e mille creature»). E contagiato dall’imposizione improvvisa di questa regola universale, poi, anche il meta-discorso sembra mostrarsi fuori fuoco: «non è dato sapere», dichiara il narratore nell’unico momento in cui si palesa – come a sconfessarsi, a intervenire solo per testimoniare la propria inefficienza.

A.F.P.

racconti nenti – Alberto D’Amico

Image

9)
Quando ho scoperto Vitorchiano, non potevo credere ai miei occhi: vi sono 8 miliardi di persone, tutti ragazzoni stipati nel bagno in attesa di un’audizione, traendo forza dalla loro invidia. Dalí era innamorato pazzo di me, e ora l’accusa è riciclaggio. Rischio fino a sei anni di carcere. E noto inoltre che i cani sono meglio delle persone, in virtù del fatto che essi festeggiano sui cadaveri dei falsi provvisori. Quando la realtà somiglia di più a una campagna di reggiseni preferisco vivere nel cuore della bellissima Tuscia.


(inedito)

*

Parte di una serie costruita tramite cut-up, questo frammento di D’Amico mette alla prova, di quel meccanismo, la capacità di generare una narrazione dissimulata che solo se guardata al microscopio può mostrare i suoi inciampi e i suoi artifici. Al lettore non è dato sapere – né è rilevante – quali tasselli vengono da dove, e gli basta concedersi al flusso straniante che attraverso micro-cuciture quelli mettono in piedi. Così, per esempio, quel «non potevo credere ai miei occhi», che fa da tramite tra «Quando ho scoperto Vitorchiano» e «vi sono 8 miliardi di persone»: l’enunciato generico (non privo di una certa stereotipia, che ritroviamo anche più avanti in «i cani sono meglio delle persone), insomma, legandosi facilmente sia destra che a sinistra della frase, riesce ad agganciare parti in realtà opposte («Vitorchiano» e gli «8 miliardi di persone») persuadendo il lettore che il discorso in verità surreale sia in qualche maniera plausibile. Allo stesso modo l’amore di «Dalì» e il «riciclaggio», o «i cani» e i «cadaveri»: la retorica e i collegamenti sintattici e ortografici sono i veri “comunicatori” del testo, e ingannano il cervello del lettore di una disinvoltura che nasconde, in realtà, un discorso del tutto esploso.

A.F.P.

Grano – Francesco Fioretti

Image

È ormai un altro, dorme sotto il letto
stregato dalle ombre degli uccelli,
nessuno parla più, è un bene che si moltiplica.

Tutti scendono una volta a guardarsi
le mani che annegano come medici nel buio
l’occhio freddo del corpo illuminato
a notte fissamente ritorna alla pastura.

Chi vive riprende i ricordi
dove li aveva nascosti con le bomboniere.
Li spolvera, li offre in dono.


(da Grano, Arcipelago Itaca, 2025)

*

Potremmo definire quella di Fioretti, qui, una lirica dell’estraniazione: la poesia parla dell’«altro», di «tutti», ma parla anche dell’esistenza del soggetto, secondo una dislocazione pronominale che ha una sua precisa tradizione alle spalle. La scioltezza con cui Fioretti disegna questa condizione, comunque, è un merito da evidenziare: l’attacco in medias res fa della dislocazione qualcosa di irrimediabile («ormai»), ma anche in certo senso onirica («dorme sotto il letto»), così come sotto una coltre onirica si muove il testo che segue. I «Tutti» della strofa successiva sono «medici nel buio» e le «bomboniere» del finale danno una tangibilità, una collocazione, a quanto di invece indicibile rimane al fondo della poesia. Onirismo nel senso, quindi, di immagini che si sostituiscono ai concetti, e anche di atmosfera vacua e impalpabile, cui risponde appunto questa disillusione di fondo, questo trovarsi in qualche modo disinnescati anche alla luce del «bene» e del «dono»..

A.F.P.

Derma – Arianna Vartolo

Image

Hai grigliato la carne il documento
di testo quel frammento di cielo terso
ripreso entro il diaframma fotografico.
                                                                   Hai provato
il dramma del tempo perso per estremi
punti o disteso misurato in denti
stretti in morsi dati o ricevuti;
in ricevute di pagamento a prova a testamento
dell’esser stati (chissà cosa dove quando).
Intanto il dolore tiene svegli
quel tanto che basta all’acqua della pasta
per arrivare a bollire.

Tutto esiste con un proprio rumore.


(da Derma, Arcipelago Itaca, 2025)

*

Rompere la punteggiatura e la sintassi vuol dire rompere il cristallo del reale. Questo sembra sembra potersi esperire dall’attacco calcolatamente disconnesso di questo testo di Vartolo, e dalla vertigine che si vede montare partendo dalla «carne» e arrivando al «cielo». Se ciò che segue è un discorso, quindi, un discorso costruito su un’impalcatura fonica che taglia obliquamente la sintassi («terso»/«perso», «dati»/«stati»…), è anche un discorso che si compie nel brillio di questa rottura. Gli elementi sono tutti quotidiani (la carne grigliata, appunto, l’acqua che bolle), e la tensione è lirica (sorretta da un solido “tu”) – ma il riverbero del «dolore» si ripercuote sull’impasto della lingua, la mette alla prova. «Tutto esiste con un proprio rumore», chiosa la gnome: poesia compresa.

A.F.P.

Trasparente – Riccardo Benzina

Image

E poi arriva agosto, i cadaveri e le farfalle. Teniamo
un’incerata sul pensiero, e le nostre leggi
che vengono in silenzio dalla stessa parte
avviluppare nel lobo frontale. Io
stavo solo facendo una vaga promessa
esistendo sotto una luna
forsennata, di bianco, lavoro
a un ronzio. Sto male… poi guarisco, mi affaccio
di nuovo al libro, Matteo, non faccio che capire quando parli
di letargo e il tuo stare in disparte mi sento vicino
al tuo impossibile, tanto
che ne scrivo. Ma
non c’è cosa che si ami e si conosca
allo stesso modo. E è vero che non son
mai fattivo, che non mi sono mai cambiato i vestiti, che sono davvero il più lontano da capire. Insieme a te passerò e passeremo alla fine del sole camminando, chiacchierando, camminando lunghe, issime ore dopo luci, date, faremo un battesimo così ingenuamente… e ci sarà modo, ogni volta, di pensare a un’arca: ne avremo intenzione, questo ricordo. Forse noi impariamo, se ripetutamente accade qualcosa. Se questo qualcosa ci stritola o garrisce. Ma uno ha bisogno di mangiare e noi non mangiamo da due giorni. Ce ne stiamo qui da soli. Madre, perché non mi hai insegnato la solitudine. A stare senza a fare a meno. Perché non la fame. Ho una parola soltanto, gigantesca, estrema come la mania, e però nessun confidente, nessuno, chi vuole ascoltarmi è morto, le orecchie non funzionano… e pietre e patrie sono confusioni, esistono mentono – davvero, io non so il loro segreto. Mi figuravo la guida delle tue mani, una carezza per sapere, il futuro un potere che poteva stonarmi, ma va bene, potevo essere bambino un’altra volta e anche aprire la porta ai nemici, creare un nuovo galateo. Sarebbe così pieno di volti il nostro immaginare, e il fumo ci entrerebbe dentro, le parole entrerebbero nel fumo e si aprirebbero. Papaveri non cifre né stupidi commenti. Comunque sto facendo non so più nemmeno cosa. Le biglie e i doppioni dormono in questi dislivelli. È la loro terapia. Comunque sì mi sono perso. Frugo in questa conoscenza minima che ho: ne cavo note, capelli. Voglia di tendere la mano a presentarmi, di fare conoscenza con tutti i qualcuno del mondo… dire: piacere!, dire: come cresce questo corpo, imbizzarrito nella sua oscenità, ripete sempre i medesimi gesti e non capisco bene cosa voglia fare. Notte lunga avanti a sé, lunga commiserazione che solleva appoggia il dito su una lista. Come cresce, come ipotizza il letto e l’epica, tornare, come cerca l’odore di cui sopra non si parla, una vecchia immagine
e consistenza di rientro dalla storia… cambia sempre
e rimane la stessa, arranca sotto al mio palato come un ritornello.
È la sottigliezza di un’idea che fatica a dileguarsi
ma comunque non si riesce davvero condividere –
e poi a lungo andare quasi ti delinea, diventa
midollo.


(da Midollo, Taut, 2025)

*

Un aspetto che a me pare sia interessante da evidenziare, in relazione a questo testo complesso di Benzina, riguarda il fatto che la scrittura esploda proprio nel momento in cui la si cerca implicitamente di focalizzare, di descrivere. A livello strutturale la deformità è evidente: il testo si apre e chiude con dei versi, ma nel centro, quando il discorso si ampia o ingolfa (o entrambe le cose), subentra la larga orizzontalità della prosa. Vediamo un «noi», scene quotidiane e modeste come passeggiare al sole e mangiare – anche se sempre tessute in una lingua attenta e diluita solo in apparenza – ma percepiamo qualcosa che non suona, e che pure è presente, e che sembra dare ordine a tutto il resto. Non a caso il modo verbale prediletto nel brano è il condizionale: tutto appare coniugato all’ipotetico: l’orizzonte esperito è un orizzonte di possibilità e relazioni, di pienezza anche oggettuale e mentale (sono appunto molte le deduzioni e i programmi), ma sono il «ritornello» sotto il palato (che rimanda al linguaggio, quindi anche alla scrittura) e «un’idea che fatica a dileguarsi» a proporsi come i rovelli, proprio, in grado di dilatare questo orizzonte. Quando diventano «midollo», perciò, lo diventano nel senso di installarsi nell’individuo in quanto modalità della vita prima ancora che espressioni o posizioni esplicite – come causa e bussola, insieme, dell’essersi «perso».

A.F.P.