Eccolo, arriva, corre tra le frasche.
Ha un’arma così precisa
non capisco se sia vera o riprodotta.
È la bestia, ha gli ultimi proiettili,
quelli che rimangono prima del macello,
quelli che mi servono, per essere pericolosa.
Mi tocco le tasche di continuo.
Cerco da fuori. Poi me le frugo.
La mano cade, il braccio affonda, sento
che sto per sprofondare nella stoffa. Vado.
Dentro è ordinato, c’è pieno di strumenti,
armi per far notte, motori per la presa
del potere, afflizione del dolore, esercizio
della furia e distruzione del giudizio.
Ne faccio un proiettile: torno nel bosco.
La bestia che punta al successo
non s’aspetta un bossolo nel petto.
Muore sul colpo. Varco il macello.
Mio padre percorre gli uffici
gestisce le fasi del lavoro, mia madre
scuoia la carogna della bestia.
Gliela porgo, non le interessa la vicenda,
nemmeno a me, le basta un filo assottigliato
e conoscere un po’ di anatomia:
così un corpo si sfa – è un attimo.
Lascia gocciolare, aspetta fumando.
Mio padre le abbassa lo stipendio
perché è sporca, la perseguita
con un meno insanguinato in busta paga.
Lei ha smesso di pagare nei bar
cambia sempre posto, con sé
mai mancano lame più taglienti.
Mio padre mi dà un buon voto
e la coccarda per la morte più cruenta:
la mia. Carico, ma il proiettile era uno
ed ho giusto la forza di scalciare.
Mi sveglio intontita, fa freddo
e ho mezza faccia congelata, la finestra
è rimasta aperta. La stanza
ha tutto ciò che serve a questo vuoto:
letto sfatto, armadio aperto, pc acceso
e tanto disordine di rigetto.
Ho odore di ferro nel naso
perdo spesso sangue la mattina.
Lo so, non mi spavento più se vedo
sul cuscino una macchia mezza secca.
Mi vesto anonima, senza forma,
senza colore, spero di sembrare
stoffa che fluttua, alga che aleggia,
una bestia dal margine dell’area
che se qualcuno abbia dei dubbi
almeno abbia paura.
Prendo lo zaino, non faccio colazione
bevo un po’ d’acqua, non mi sento sicura.
(da Parabola di Fera Inféri, Prufrock spa, 2025)
*
Progetto stilisticamente indistinguibile, nel panorama poetico italiano, la Parabola di Ghillino propone una sfida continua alle capacità narrative e immaginifiche della scrittura in versi. Lo si può verificare in questo campione, che rappresenta fedelmente il libro, intanto, nel verso slogato e cantilenante su cui si regge gran parte dell’opera, e che serve, proprio, a dinamizzare la scena e insieme mantenerla coesa – appunto, a raccontarla. L’episodio onirico su cui si incentra questo testo, poi, ne facilita la ricerca spettacolare: lo scontro con la «bestia» nel «bosco», la «carogna» scuoiata, l’offerta votiva, quasi, a «madre» e «padre» sono i fotogrammi più incisivi di una narrazione che si sviluppa, però, proprio sulla forza del continuum versale (spesso in enjambement e non senza agganci fonici del tipo «pericolosa»-«continuo»-«frugo»-«affonda»). Per questo, anche all’ultima strofa, cioè al risveglio, il testo mantiene la sua freschezza: dentro e fuori dal sogno, è il dispositivo tentacolare del poema a produrre insieme l’incanto e la violenza.
A.F.P.










