Se hai un IdP RBAC in produzione e stai pensando di affiancarci OpenFGA per i permessi per-risorsa, sai già che la soluzione “facile” è farli convivere. È anche la più rischiosa.
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Quando si lavora con testi che contengono dati sensibili, una delle operazioni più comuni è l’identificazione e la gestione delle informazioni personalmente identificabili (in inglese, Personally Identifiable Information, abbreviato in PII). Si tratta di tutte quelle informazioni che permettono di risalire all’identità di una persona: nomi, indirizzi, numeri di telefono, indirizzi email, codici fiscali e molto altro.
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Se hai mai ricevuto una richiesta tipo “Alice deve poter modificare il corso 42, ma non il corso 50”, sai già dove finisce la storia. Con dei normali permessi basati sul ruolo dell’utente queste casistiche non possono essere rappresentate: Alice ha il ruolo PowerUser che le consente di operare con quei permessi su tutto l’applicativo, non abbiamo la possibilità di indicare un accesso ad una risorsa specifica.

Quando si parla di sicurezza dei container, il problema spesso nasce prima ancora del Dockerfile: nasce dalla base image. Più pacchetti porti dentro, più ampia diventa la superficie d’attacco.
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Hai Keycloak avviato con Docker, la console admin davanti, e sai cosa sono realm, client e utenti. Adesso devi collegarlo a un’applicazione vera, in questo esempio consideriamo una web application composta da un frontend React e un backend Node.js.
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Keycloak è una soluzione open source di Identity e Access Management (IAM) sviluppata da Red Hat che implementa i protocolli standard OpenID Connect, OAuth2 e SAML 2.0. Invece di costruire un sistema di autenticazione da zero — con tutti i rischi che comporta — Keycloak delega la gestione di login, registrazione, reset password, session management e SSO a un Identity Provider dedicato e battle-tested.
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Nella sicurezza cloud, due principi fondamentali definiscono come progettare sistemi resistenti alle compromissioni: il Least Privilege — ovvero concedere solo le autorizzazioni strettamente necessarie — e il Shared Responsibility Model, che definisce le responsabilità di sicurezza tra cloud provider e cliente. Comprenderli è il punto di partenza per qualsiasi architettura cloud sicura su AWS, Azure o GCP.
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Dopo aver esplorato i principi teorici del Confidential Computing, passiamo alla pratica.
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Ogni giorno, una quantità enorme di dati attraversa reti, server e dispositivi. Proteggerli è una sfida costante. La crittografia nasce proprio per questo scopo e attraverso la codifica delle informazioni, rende i dati illeggibili a chi non possiede le chiavi d’accesso. Questa tecnica tutela i dati da accessi non autorizzati, alterazioni o perdite, garantendone la riservatezza e l’integrità.
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I file JKS (Java KeyStore) sono stati per molto tempo un formato standard per l’archiviazione di chiavi e certificati in Java; tuttavia, sebbene ancora supportato per garantire la retrocompatibilità, il formato PKCS#12 (Personal Information Exchange Syntax Standard) è oggi considerato lo standard preferito e raccomandato per diversi vantaggi in termini di sicurezza, interoperabilità e supporto da parte di strumenti moderni.
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