Si è da poco concluso ad Acireale l’evento organizzato dai volontari di OpenStreetMap in Sicilia “Mappiamo le Aci”. L’iniziativa, finanziata da Wikimedia Italia, ha visto la collaborazione logistica del CAI (Club Alpino Italiano) di Acireale, della FIAB di Acireale e della Pro Loco di Acireale, con il patrocinio del Comune di Acireale.

Due giorni per mappare Acireale

“Mappiamo le Aci” si è svolto in due giornate:

  • Pre-mapping Day (16 maggio), durante il quale Antonino Faro, Coordinatore regionale della Sicilia per OpenStreetMap, ha illustrato agli enti partecipanti cos’è OpenStreetMap e come si contribuisce alla piattaforma;

  • Mapping Day (17 maggio), durante il quale è stato mappato il centro storico di Acireale, utilizzando strumenti come StreetComplete ed Every Door.
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Presentation of OSM and mapping party by the Sicily local group in Acireale, May 2026 01 di Auregann, CC BY 4.0, da Wikimedia Commons

La mappatura

I mappatori coinvolti si sono concentrati sul centro cittadino, ottenendo un livello di precisione altissimo e modificando complessivamente oltre 470 elementi.
 
 L’attenzione si è focalizzata sull’aggiunta e sull’aggiornamento delle attività commerciali del centro storico – in alcuni casi inserendo fino a 21 parametri di dettaglio per un singolo negozio – oltre a una mappatura dettagliata della Villa Belvedere e di Piazza Garibaldi.

Mappa alla mano, sono stati registrati l’ordine e la posizione degli stalli, la tipologia di raccolta differenziata dei cassonetti e persino la presenza degli schienali sulle panchine.

Informazioni libere, gratuite e alla portata di tutti

Tutte le informazioni raccolte sono completamente libere, gratuite e accessibili a chiunque voglia farne uso, dai cittadini ai turisti, fino agli sviluppatori che desiderano creare nuove applicazioni per il territorio.

Questi dati verranno inoltre condivisi con il Comune di Acireale per fornire uno strumento prezioso a beneficio della collettività e degli uffici tecnici.

A seguire riportiamo la testimonianza del CAI Giovani, che riflette sull’importanza dell’evento:

“Il Club Alpino Italiano, Sezione di Acireale, ha partecipato all’evento OSM ‘Mappiamo le Aci’, organizzato da Wikimedia Italia, a cui ha dato con piacere supporto logistico e organizzativo, offrendo per la giornata di pre-mapping la propria sede.

Grande è stata la partecipazione, in particolare del CAI Giovani Acireale, che ha contribuito attivamente alle attività della piattaforma di mappatura libera.

Per il CAI è stata un’attività prolifica, importante e soddisfacente. Molti sono i vantaggi che il Club Alpino può trarre da OSM. Oltre alla mappatura di ambienti urbani, extraurbani, montani e naturali, rappresenta un ottimo supporto come mappa digitale e strumento di orientamento durante le attività in ambiente.

Inoltre, può rivestire grande importanza come contributo tecnico per la SOSEC, il gruppo di soci CAI che si occupa della manutenzione e della tracciatura dei sentieri di tutta Italia. In particolare, sono numerosi i chilometri di percorsi curati dalla Sezione di Acireale nel territorio siciliano.

Il CAI Acireale, grato per questo ammirevole evento, è pronto ad accogliere in futuro altre iniziative simili per continuare a promuovere la formazione e l’utilizzo di OSM.”

Immagine: Foto di fine evento – Mappiamo le Aci (Acireale) (cropped) di Antonino Faro, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons

Si è concluso il laboratorio Wikimedia collegato all’insegnamento di Archeologie postclassiche dell’Università degli Studi di Padova, tenuto dalla prof.ssa Alejandra Chavarría Arnau e seguito da Marco Chemello in qualità di tutor Wikimedia.

Il percorso ha coinvolto 29 studenti ed è stato suddiviso in più fasi: un incontro di presentazione iniziale, un corso online dedicato alle linee guida di Wikipedia, un periodo di attività di contribuzione autonoma e una revisione finale con pubblicazione delle voci.

La struttura del laboratorio

Durante il primo incontro, sono stati introdotti gli strumenti di lavoro e le principali regole della piattaforma, tra cui il rispetto del diritto d’autore, i cinque pilastri di Wikipedia e l’importanza delle fonti. Gli studenti hanno poi seguito un corso online per apprendere in modo più approfondito le modalità di contribuzione all’enciclopedia libera.

Nelle settimane successive si è svolta la fase di lavoro autonomo, con la redazione dei contenuti in gruppi e la creazione delle voci nelle pagine di prova, sotto revisione dei tutor e della docente. Il percorso si è concluso con un incontro finale di revisione e la pubblicazione delle voci nel namespace principale.

Il risultato finale

Il risultato finale è stato il lavoro su 15 voci dedicate a palazzi, chiese, porte e architetture medievali di Padova: 9 voci sono state ampliate e 6 nuove voci sono state create. Tra queste figurano Palazzo Montorsi, Casa della Dogana, Palazzo dei Podestà Forestieri, Casa Olzignani, Torre dei Dotto e Porta delle Torricelle.

Il progetto ha inoltre arricchito Wikimedia Commons con oltre 100 immagini, tra fotografie realizzate dagli studenti e materiali storici utili a documentare il patrimonio architettonico cittadino.

L’iniziativa ha permesso agli studenti di sperimentare un uso pubblico e verificabile della ricerca universitaria, contribuendo al tempo stesso a migliorare la qualità delle informazioni disponibili online sul patrimonio storico di Padova, in linea con la terza missione dell’ateneo.

Maggiori dettagli sono disponibili alla pagina seguente: https://it.wikipedia.org/wiki/Progetto:Coordinamento/Universit%C3%A0/UNIPD/Archeologie_postclassiche_2025-26.

Immagine: Padova – Oratorio San Michele (cropped) di YukioSanjo, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons

Tra i vincitori del bando MAB 2026 di Wikimedia Italia c’è l’Istituto Italiano di Studi Germanici (IISG), con un progetto volto a valorizzare materiali rari conservati nel Fondo Giuseppe Gabetti. Il fondo documenta le esplorazioni groenlandesi dei primi del Novecento e le relazioni scientifiche tra l’Italia e i Paesi nordici.

Il nucleo progettuale include cartografie e tavole, anche legate a doni e presentazioni istituzionali, documentazione fotografica, riproduzioni di ritratti di personalità – esploratori, geografi, scienziati, autorità – e acquerelli di paesaggi. Tra essi, rientrano la cartografia della Groenlandia in edizione dedicata a Gabetti (Danish Geodetic Institute, 1932), donata da Lauge Koch e connessa al ciclo di spedizioni 1917-1923; l’album Erik Werenskiold – Tegninge (Gyldendal Norsk Forlag, 1937), con 24 tavole di riproduzioni di disegni: ritratti – tra cui Ibsen e Bjørnson – e illustrazioni per “Familien på Gilje” di Jonas Lie, esemplare raro, unico in Italia e presente in sole due biblioteche europee (Copenaghen e Oslo).

L’obiettivo è quello di pubblicare il corpus su Wikimedia Commons, con licenze libere. I materiali saranno inoltre accompagnati da metadati descrittivi e da dati strutturati collegati a Wikidata.

Gli eventi organizzati dall’IISG nel mese di maggio

Nel mese di maggio sono state svolte due attività collegate al progetto Wikimedia:

  • 7 maggio: giornata di studi sulla Groenlandia in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma. Una parte dell’incontro è stata dedicata alla presentazione e alla promozione del progetto Wikimedia.
  • 25 maggio: presso l’IISG si è tenuto un incontro con Camillo Pellizzari e Alessandro Marchetti, membri italiani del working group DH Wiki di DARIAH. L’iniziativa è stata dedicata a Wikidata e al data round-tripping (la sincronizzazione reciproca dei dati tra Wikidata e altri database, in modo che le correzioni e i miglioramenti possano viaggiare in entrambe le direzioni), rivolta anche a ricercatori e studiosi dell’Istituto.


Le testimonianze

Di seguito le testimonianze della dott.ssa Eleonora De Longis, Responsabile della Biblioteca e degli Archivi storici dell’IISG, e di Alessandro Marchetti, membro italiano del working group DH Wiki di DARIAH, in merito agli eventi.

Eleonora De Longis

“La giornata del 7 maggio – Global North, Global South, Global Arctic. History and Present Shocks – ha offerto una cornice preziosa per situare il progetto Wikimedia dell’Istituto Italiano di Studi Germanici dentro un dibattito più ampio sull’Artico nel nuovo ordine mondiale. Il mio intervento – The Wikimedia Project and Italy-Arctic Relations – ha provato a fare due cose insieme: spostare lo sguardo all’indietro di un secolo e in avanti, verso l’open access.

All’indietro, mostrando che il rapporto culturale e scientifico tra l’Italia e la Groenlandia non nasce con le scosse di questi ultimi anni: ha almeno un secolo, e ha avuto in Giuseppe Gabetti uno dei suoi snodi più importanti. Il cuore della comunicazione è stato il Map of North Greenland di Lauge Koch, l’imponente cartografia in diciotto tavole che il geologo danese dedicò personalmente a Gabetti nel novembre 1932 – pochi mesi dopo la fondazione dell’IISG, e nel pieno della contesa di sovranità tra Danimarca e Norvegia per la Groenlandia orientale.

In avanti, illustrando il progetto che IISG e Wikimedia Italia stanno costruendo grazie al bando MAB 2026-2028: la pubblicazione su Wikimedia Commons di una selezione organica del Fondo Gabetti – oltre duecento file in alta risoluzione, metadati strutturati su Wikidata e prosecuzione su OpenStreetMap per i toponimi storici.

Quello che emerge è una vocazione doppia. Da un lato, riportare in pubblico dominio digitale un patrimonio quasi invisibile, che raccontauna rete di scambi scientifici densissima. Dall’altro, riconoscere che quelle stesse mappe – battezzate in danese, con i toponimi indigeni Inuit spesso assenti – sono state strumento di sovranità, e che l’open access può diventare oggi un piccolo gesto di restituzione verso le comunità rappresentate.

La collaborazione con Wikimedia Italia è molto più di un sostegno: è un’infrastruttura culturale di democrazia del sapere.

Alessandro Marchetti

“L’intervento presentato con Camillo Pellizzari nasce dal lavoro sviluppato negli ultimi anni nel contesto delle attività di Wikimedia Svizzera e del working group DHWiki di DARIAH. È in questo quadro che siamo entrati in contatto con l’Istituto Italiano di Studi Germanici, e l’attività è stata proposta anche come occasione di restituzione e ringraziamento per l’ospitalità.

Abbiamo svolto una formazione con particolare attenzione ai temi di Wikidata, Wikibase e del cosiddetto data round-tripping, cioè il raffinamento reciproco dei dati tra piattaforme Wikimedia e authority file o database esterni.

Durante l’incontro sono state presentate quindi sia un’introduzione pratica all’ecosistema Wikimedia per il patrimonio culturale – con esempi relativi a Wikidata e Wikimedia Commons – sia alcune riflessioni sulle prospettive del data round-tripping e sull’interazione tra knowledge graph Wikimedia e sistemi di autorità bibliografica e archivistica.”

Immagine: Copepoda (1915) (20672486936) (cropped) di With, Carl;Hansen, H. J. (Hans Jacob), 1855-1936, No restrictions, via Wikimedia Commons

La comunità italiana di OpenStreetMap dispone da qualche anno di un punto di riferimento condiviso: un portale online dedicato, osmit.it, che si arricchisce oggi di una nuova funzionalità molto attesa.
 

Il sito si rivolge sia ai contributori già attivi, sia a chi si avvicina per la prima volta al progetto, con l’obiettivo di diventare il punto di accesso comune alle attività della comunità OSM italiana.
 
Il portale è frutto di un importante lavoro collettivo di sviluppo e revisione, che ha coinvolto volontarie e volontari della comunità.

La nuova mappa interattiva con due stili di visualizzazione

La principale novità riguarda la mappa interattiva integrata, ora disponibile con due stili di visualizzazione. Il primo è uno stile cartografico italiano, pensato per la consultazione generale del territorio, con i toponimi disponibili in italiano. Il secondo è uno stile escursionistico, dedicato a chi utilizza i dati OpenStreetMap per attività outdoor, escursioni e percorsi sul territorio.
 
Questa doppia modalità rende il portale utile non solo alla comunità dei mappatori, ma anche a chi usa concretamente i dati OSM nella vita quotidiana o nelle proprie attività all’aperto.
 
Le tile utilizzate dalla mappa sono erogate dal servizio tile.osmit.it, gestito da Wikimedia Italia e finanziato tramite donazioni. Le “tile” sono piccole porzioni della mappa che vengono caricate di volta in volta per consentirne la visualizzazione e la navigazione. Chi volesse integrare queste tile in propri progetti o applicazioni, è invitato a consultare la politica di utilizzo, che definisce i requisiti tecnici, le condizioni di attribuzione e i limiti d’uso per tutelare il servizio a beneficio di tutta la comunità.
 
Clicca qui per consultare la politica di utilizzo

Gli strumenti della comunità in un’unica interfaccia

osmit.it raccoglie in un unico spazio i principali strumenti utilizzati dalla comunità italiana: WikiOSM, LearnOSM, il Tasking Manager Italia, Estratti OSM Italia e uMap, insieme a sezioni dedicate ai nuovi mappatori, al controllo qualità della mappa e alle applicazioni mobili basate su dati OpenStreetMap.

Centralizzare strumenti e risorse abbassa le barriere per i nuovi contributori e rende più agevole l’attività quotidiana della comunità.

Un hub per tutta la comunità

Con questo aggiornamento, osmit.it consolida il suo ruolo di hub centrale per OpenStreetMap in Italia. Il portale non è solo una raccolta di link e risorse: è uno spazio comune che riflette la vitalità e la collaborazione della comunità italiana, impegnata ogni giorno a migliorare la mappa libera del mondo.
 
Chiunque voglia esplorare OpenStreetMap, iniziare a contribuire o semplicemente trovare gli strumenti giusti può partire proprio da osmit.it.

Sostieni la comunità italiana di OpenStreetMap

Dal 2016 Wikimedia Italia è il capitolo italiano ufficiale della OpenStreetMap Foundation e sostiene la crescita della comunità italiana di OpenStreetMap, sviluppando e mantenendo gli strumenti tecnici che rendono possibile la mappatura libera.

OpenStreetMap viene utilizzata ogni giorno da cittadini, enti, associazioni e organizzazioni umanitarie: con la tua donazione, potremo mantenere attivi i servizi di mappatura, sostenere le attività dei volontari, i quali continueranno a rendere disponibili dati geografici liberi e accessibili a tutti.

Immagine in evidenza: Leaflet | © OpenStreetMap contributors. Stile dei tasselli di OSM escursionistico ospitato da Wikimedia Italia.

Il Wikimedia Hackathon, ospitato quest’anno per la prima volta a Milano, ha rappresentato un momento particolarmente significativo per l’intero movimento Wikimedia.

Più di 200 partecipanti provenienti da tutto il mondo si sono incontrati per lavorare a progetti tecnici, strumenti e soluzioni a beneficio della conoscenza libera, in un clima di collaborazione, scambio e innovazione. Tra i momenti più caratteristici dell’edizione milanese anche il viaggio a bordo di uno storico tram cittadino, che ha accolto 60 wikimediani in un viaggio insolito e informale attraverso la città.

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WikiTram at Wikimedia Hackathon di Francesca Pinto (WMIT), CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons

Per l’occasione, Wikimedia Italia ha collaborato con la Wikimedia Foundation nell’organizzazione dell’evento, rafforzando ulteriormente la sinergia tra comunità locale e rete globale.

Le testimonianze dei partecipanti italiani al Wikimedia Hackathon

Wikimedia Italia ha reso disponibili sei borse di partecipazione destinate a volontarie e volontari interessati a prendere parte all’evento e a rafforzare il proprio contributo tecnico ai progetti Wikimedia, portando l’esperienza della comunità italiana in un contesto internazionale. Di seguito sono riportate alcune testimonianze di borsisti e volontari che hanno partecipato all’Hackathon.

Piergiovanna Grossi

È stato il mio primo Hackathon e l’esperienza mi ha lasciato davvero entusiasta. Ho apprezzato moltissimo l’atmosfera di collaborazione creata da persone molto diverse tra loro, provenienti da tante parti del mondo. Mi ha colpito la gentilezza e la disponibilità che ho ricevuto da tanti/e partecipanti.

Mi è piaciuto poter contribuire in modo concreto ai progetti Wikimedia e vivere un’esperienza in cui la condivisione della conoscenza e la collaborazione erano davvero al centro. Sono uscita dall’Hackathon con una sensazione molto positiva e con la consapevolezza di quanto possa essere bella l’umanità quando le persone lavorano insieme con apertura, rispetto e obiettivi comuni.

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Wikimedia Hackathon, Milano 2026, giorno 3 (00836) di Francesco Tosoni, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons

Giovanni Pennisi

Sono molto grato a Wikimedia Italia per l’opportunità che ho avuto – grazie alla borsa di partecipazione – di partecipare ancora una volta ad un importante evento internazionale, che molto fieramente era ospitato dal nostro capitolo. Queste occasioni sono perfette per conoscere nuove persone e rivedere persone con le quali si va instaurando (o si è già instaurato) un magnifico rapporto, sviluppando nuove competenze e approfondendo aspetti sia (molto) tecnici, che strettamente wiki ma anche extra e trasversali di grande impatto nella vita di tutti i giorni e sui progetti. Contribuisco quotidianamente all’universo Wikimedia e OpenStreetMap, ma farlo nella stessa stanza insieme ad altre 200 persone di tutto il mondo è una sensazione impagabile, che mi dà la carica per continuare a impegnarmi per la conoscenza libera e nell’organizzare eventi locali sul territorio, aumentando il coinvolgimento anche di esterni.

Super nabla

Un mio risultato principale durante l’hackathon è stato lo sviluppo e il dispiegamento su Toolforge di MediaWiki Accessibility Checker (accessibility-checker), uno strumento per valutare l’accessibilità delle pagine HTML, inclusi i progetti (come le voci di Wikipedia). Il tool guida gli sviluppatori e i contributori affinché i contenuti digitali siano navigabili e accessibili a tutti, in particolare agli utenti che si avvalgono di tecnologie assistive. […] Inoltre, una delle esperienze migliori è stata l’incontro con gli altri membri del mio gruppo di utenti di Indic MediaWiki Developers. Sono l’unico membro del gruppo non indiano (videśī). Ho consegnato loro alcune confezioni di Gianduiotti – dall’Italia del nord – e di cioccolato di Modica – dall’Italia del sud: chiaramente, i primi ai nordindiani; i secondi ai sudindiani.

Abbiamo scattato molte foto, alcune delle quali sono state caricate in https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Wikimedia_Hackathon_2026_by_day.

Ho consegnato al gruppo una copia di un’edizione in lingua bengalese del Giornalino di Gian Burrasca, edito da Samatat Snstha (Calcutta), una casa editrice specializzata nell’istruzione infantile e nella letteratura per l’infanzia. 
[…] Il libro era stato tradotto grazie a un finanziamento dell’Unione Europea dall’esperanto al bengalese. Ringrazio Wikimedia Italia per l’opportunità, alla prossima!

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Wikimedia Hackathon, Milano 2026, giorno 1 (00673) di Francesco Tosoni, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons

Michele Lavazza

La mia partecipazione come volontario all’Hackathon si è limitata all’accoglienza dei partecipanti alla stazione di Bovisa la sera del 30 aprile e al presidio dell’help desk nei tre giorni successivi. È sempre molto piacevole e stimolante partecipare a un evento Wikimedia in presenza. Ho conosciuto molte persone, compresi diversi membri dello staff della Wikimedia Foundation, che mi hanno raccontato cose interessantissime sul loro lavoro, ad esempio nell’ambito Trust and Safety, di cui non sapevo nulla. Trovo impressionante che, nella galassia di MediaWiki e delle sue estensioni, così tanto lavoro e di così alta qualità venga fatto in larga parte da persone che collaborano da remoto, ma è molto bello e penso utile che ogni tanto si tengano eventi in presenza come questo.

Il valore dell’hackathon

L’Hackathon 2026 di Milano conferma il valore di questi appuntamenti come spazi in cui la collaborazione tecnica si intreccia con la dimensione umana e comunitaria del movimento Wikimedia: un’esperienza resa ancora più significativa dalla partecipazione internazionale e dalla collaborazione tra Wikimedia Italia e Wikimedia Foundation.

Immagine in evidenza: Wikimedia Hackathon 2026 group photo 01 di Mike Peel, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons

Il Wikipedia Test

Wednesday, 3 June 2026 08:30 UTC

Cosa succederebbe se esistesse un semplice test per garantire che ogni nuovo progetto di legge preservi gli spazi digitali e gli aspetti della rete che ami di più?

Lo comprendiamo bene. I legislatori di tutto il mondo stanno giustamente concentrando la loro attenzione sulla regolamentazione delle grandi piattaforme commerciali per mitigare i danni attribuibili ai social media e affrontare le altre minacce presenti online. Tuttavia, nella definizione di tali normative, alcune proposte di legge rischiano involontariamente di mettere in pericolo progetti di interesse pubblico come Wikipedia. Presso la Wikimedia Foundation, l’organizzazione non profit che ospita Wikipedia e gli altri progetti Wikimedia, abbiamo riscontrato che quando una proposta di legge danneggia Wikipedia, spesso finisce per danneggiare anche altri siti web guidati dalle comunità, risorse aperte e infrastrutture digitali.

È per questo che abbiamo creato il Wikipedia test: uno strumento di public policy e una call to action pensato per aiutare i legislatori a considerare in che modo una nuova proposta di legge possa impattare negativamente sulle comunità online e sulle piattaforme che forniscono informazioni e servizi di interesse pubblico.

Il Wikipedia test si basa su un’idea chiara e diretta:

prima di approvare nuove normative, i legislatori dovrebbero chiedersi se la proposta renderebbe più facile o più difficile per le persone leggere, contribuire e/o fidarsi di un progetto come Wikipedia.

Quando nel contesto del test parliamo di “Wikipedia”, intendiamo prenderla come modello per gli aspetti migliori di Internet. Wikipedia può infatti costituire un rappresentante per quegli altri spazi online che sono aperti, rispettano la privacy e permettono a persone di tutto il mondo di condividere conoscenze utili a far progredire l’istruzione, lo sviluppo e la partecipazione civica.

Questi includono: il Progetto Gutenberg, che rende liberamente disponibili risorse educative e culturali; FixMyStreet, con i suoi forum di segnalazione pubblica che permettono ai cittadini di portare le proprie istanze all’attenzione dei rappresentanti politici; Global Voices e le sue piattaforme di citizen journalism, le quali amplificano storie rimaste taciute dai principali mezzi di informazione; e la moltitudine di repository per la condivisione di codice, di dati e di beni comuni digitali (digital commons) che aiutano la ricerca a far progredire la nostra comprensione e le nostre azioni in materia di salute pubblica, di cambiamento climatico e di Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

In sintesi, il Wikipedia test ci ricorda un principio fondamentale: quando la disciplina non riesce a prendere in considerazione le varie tipologie di piattaforme e servizi presenti online, ne risultano leggi che danneggiano involontariamente quegli spazi che offrono un’alternativa al web commerciale.

Il Wikipedia test è più di un semplice strumento di tutela: è un mezzo per promuovere una visione positiva di Internet. La nostra visione è un ecosistema digitale dove “chiunque abbia facile accesso a beni comuni digitali multilingue alimentati da un fervente panorama di contenuti in licenza libera o in pubblico dominio”. Per arrivarci, i policymaker devono supportare gli spazi online dove comunità diversificate possano costruire e gestire piattaforme per la condivisione di conoscenza nelle proprie lingue e nei propri contesti culturali. Il Wikipedia test aiuta a capire se una proposta si allinei con questa prospettiva futura, o se invece rischi di comprometterla.

Come vedrete di seguito, lo strumento di per sé è una rubrica breve e di facile utilizzo, progettata per permettere a legislatori, regolatori e soggetti impegnati nella tutela dell’interesse pubblico di porsi le giuste domande. Si tratta di considerazioni che permettono di determinare se una disciplina protegge la conoscenza e le informazioni di pubblico dominio (ossia i commons digitali) o se, in maniera più preoccupante, la minaccia.

Come tutto ciò che fa parte dell’ecosistema Wikimedia, il Wikipedia test è liberamente accessibile e condivisibile. I promotori di politiche pubbliche sia all’interno che all’esterno del movimento Wikimedia possono usare il Wikipedia test per favorire un dialogo più efficace con i legislatori. I regolatori possono usarlo per identificare per tempo potenziali criticità nel processo di stesura di un progetto di legge. E, soprattutto, non si tratta di un test a crocette: è un invito a riflettere in modo più critico, a porsi domande migliori e a entrare in contatto con chi condivide la preoccupazione di garantire che Internet possa esprimere al meglio il proprio potenziale.

In caso di dubbi, è possibile contattare il Global Advocacy team della Wikimedia Foundation. Il gruppo è disponibile a collaborare nella valutazione dell’impatto delle proposte normative e legislative, lavorando insieme per garantire i migliori risultati per tutti.

E non da ultimo, apprezzeremmo molto i vostri feedback. Siete dei policymaker in cerca di chiarezza tra questioni digitali complesse? Siete degli attivisti che cercano di integrare il Wikipedia test nel vostro lavoro? Scrivete a globaladvocacy@wikimedia.org.

Lavorando insieme possiamo fare in modo che Internet continui a essere uno spazio in cui la conoscenza possa essere costruita e condivisa da chiunque, in qualsiasi lingua, ovunque nel mondo.

Il Wikipedia test

Wikipedia test libertà d'espressione

[Libertà d’espressione] La proposta può aumentare i rischi legali o il costo di hosting per progetti di pubblico interesse guidati dalle comunità come Wikipedia?

Nel modello statunitense, per esempio, la moderazione guidata dalle comunità su piattaforme come Wikipedia, Reddit o OpenStreetMap si basa su un sistema di tutela legale degli intermediari che protegge entrambi, siti web e utenti, dalla responsabilità per i contenuti generati da questi ultimi (User Generated Content, UGC). L’esempio più noto è la Sezione 230 dell’US Communications Decency Act (CDA): un indebolimento di queste garanzie potrebbe rendere necessaria una moderazione centralizzata, compromettendo i modelli collaborativi e partecipativi basati sul contributo della comunità. Eppure, le proposte di modifica della Sezione 230 sono frequenti, al punto che abbiamo dovuto dedicarvi ben tre articoli sul nostro blog. Anche l’Electronic Frontier Foundation ha spiegato perché ciò è rilevante per Wikipedia. Nel modello eurounitario, invece, il Capo II del Digital Services Act (DSA) prevede l’esenzione della responsabilità delle piattaforme, a condizione che non siano a conoscenza di stare ospitando un contenuto illegale; una volta ricevuta una segnalazione in merito, esse sono obbligate a rimuoverlo (art. 9). L’introduzione di obblighi procedurali più articolati può rappresentare un arduo ostacolo a livello di governance interna per Wikipedia e simili, vista la loro natura profondamente diversa.

Wikipedia test accesso all'informazione

[Accesso all’informazione] La proposta può rendere più difficoltoso l’accesso all’informazione e la sua condivisione, considerando sia i contenuti in licenza libera, che quelli protetti da copyright, che quelli appartenenti al pubblico dominio?

Un ottimo esempio di norma a supporto dell’accesso a contenuti rilasciati in licenza libera è la Raccomandazione UNESCO sull’Open Science, 2021. Essa esorta i governi a riformare la normativa sul diritto d’autore e in materia di dati al fine di permettere l’accesso libero, l’utilizzo in pubblico dominio e la collaborazione per favorire la ricerca scientifica. Si tratta di una solida base per costruire quadri giuridici che intendano supportare la collaborazione e la citizen science. La Federazione Internazionale delle Associazioni e delle Istituzioni Bibliotecarie (IFLA) ha accolto positivamente questa raccomandazione, sottolineando come essa rafforzi il ruolo delle biblioteche nel garantire un accesso equo all’informazione. Se applicata correttamente, assicura che i fondi pubblici producano conoscenza pubblica, e non in contenuti a pagamento.

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[Privacy e sicurezza] La proposta può mettere a rischio la privacy degli utenti richiedendo la raccolta di dati sensibili, come età, nomi propri o informazioni di contatto di volontari e lettori di Wikipedia?

Lo UK Online Safety Act (OSA) e il Basic Online Safety Expectations (BOSE) australiano sono due esempi di leggi che minacciano la privacy degli utenti, obbligando i siti web a raccogliere età e nomi propri della propria utenza. La raccolta, il trattamento e la conservazione di tali dati sensibili aumentano il rischio di una serie di violazioni della privacy, tra cui furti d’identità, sorveglianza e molestie. Diversi giornalisti hanno evidenziato come questi obblighi possano minare l’impegno di Wikipedia a tutela dell’anonimato e della riservatezza, rendendo potenzialmente sia i lettori che i volontari meno propensi ad accedere alla piattaforma o a contribuire ai suoi contenuti.

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[Libertà d’espressione] La proposta può portare a meccanismi di sorveglianza e indurre un effetto dissuasivo che scoraggi l’utenza dal leggere o modificare Wikipedia?

La sorveglianza elettronica di massa, come quella condotta all’interno del programma “Upstream” della National Security Agency (NSA) statunitense, è stata legalmente contestata in diverse nazioni del mondo. Si tratta di una delle varie forme di sorveglianza che possono inibire la libertà d’espressione, destando timore nelle persone nel partecipare o nel contribuire a discussioni su determinati argomenti, anche su un’enciclopedia come Wikipedia.

Wikipedia test privacy e sicurezza

[Privacy e sicurezza] La proposta può rendere più rischioso accedere, modificare e condividere contenuti su Wikipedia, permettendo a governi di raccogliere dati identificativi di lettori e volontari a fini di intimidazione e ritorsione?

Lo United Nations Convention Against Cybercrime è un trattato internazionale che, qualora venisse ampiamente adottato, potrebbe essere strumentalizzato da governi repressivi per perseguire, al di là dei confini nazionali, oppositori politici, dissidenti e altri soggetti che ne contestano l’autorità, compreso chi contribuisce a Wikipedia. L’osservatorio statunitense Freedom House ha inoltre evidenziato come il trattato renderebbe più immediato per le autorità di contrasto ottenere dati e registri elettronici di aziende private, minando i diritti umani degli individui al di fuori delle giurisdizioni di tali entità.

wikipedia test linee guida wikipedia

[Libertà d’espressione] La proposta può limitare la possibilità degli editor volontari di gestire i contenuti e le linee guida di Wikipedia?

Una proposta di legge cilena del 2021 avrebbe potuto danneggiare gravemente i modelli di governance di piattaforme basate sulla partecipazione delle comunità. L’impostazione uniforme per tutte le casistiche (one-size-fits-all) prevista dal disegno di legge avrebbe imposto infatti obblighi di moderazione dei contenuti pensati per le piattaforme commerciali, inclusa la rimozione preventiva di contenuti. Ciò avrebbe causato una riduzione dell’autonomia degli editor volontari nella definizione di contenuti e di linee guida. Il Centro de Estudios en Libertad de Expresión y Acceso a la Información (CELE) ha sottolineato come tali normative rischiano di mettere a repentaglio i diritti fondamentali degli utenti, di inibire la partecipazione e di erodere la natura collaborativa di piattaforme online come Wikipedia.

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[Accesso all’informazione] La proposta può limitare la libera circolazione delle informazioni oltre i confini nazionali, limitando potenzialmente l’accesso a Wikipedia e ai suoi contenuti?

Tra il 2017 e il 2020 il governo della Turchia ha bloccato l’accesso a Wikipedia nel paese, negando a più di 80 milioni di persone la possibilità di leggere e contribuire a una fonte essenziale di informazione, rimasta invece accessibile al resto del mondo. La libertà d’espressione e l’accesso a fonti d’informazione affidabili consentono alle persone di prendere decisioni più consapevoli, di mantenere relazioni più solide e di costruire condizioni di vita sostenibili. Tale violazione dei diritti umani fu in ultima istanza condannata dalla Corte costituzionale turca, che sancì come l’accesso all’enciclopedia dovesse essere ripristinato. Da allora, l’edizione turca di Wikipedia ha ricevuto più di 150 milioni di visite al mese ed è cresciuta di oltre 474mila voci.

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Ricorda: il tuo contributo è importante. Per qualsiasi domanda, riflessione e suggerimento sul Wikipedia test, contatta il team di Global Advocacy.

Insieme possiamo promuovere e proteggere gli aspetti migliori di Internet!

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Fonte: The Wikipedia Test, traduzione del gruppo di lavoro Comunicazione e Advocacy di Wikimedia Italia

Illustrazioni di Wikimedia Foundation, CC BY-SA 4.0, tradotte dal gruppo di lavoro Comunicazione e Advocacy di Wikimedia Italia

Osservazioni sul report ECOMIC

Friday, 29 May 2026 06:21 UTC


Lettera aperta alla Direzione generale Digitalizzazione e comunicazione del Ministero della Cultura

Premessa

A nome di Creative Commons Italia, Wikimedia Italia e del Gruppo di studio sulle Politiche dell’Informazione dell’AIB (Associazione Italiana Biblioteche), con la presente vogliamo partecipare alla consultazione pubblica ed esprimere il nostro parere sul report ECOMIC in ragione del nostro ruolo nella promozione dell’accesso aperto, del riuso dei dati pubblici e della valorizzazione del patrimonio culturale digitale.

Il nostro parere si collega al più ampio quadro delle politiche europee volte alla costruzione di un’economia della conoscenza e dei dati, fondata sui principi FAIR, nonché su modelli di apertura e riuso “by default”. In ambito europeo, tale indirizzo è stato progressivamente consolidato attraverso un articolato quadro normativo, a partire dalla Direttiva 2003/98/CE sul riuso dell’informazione del settore pubblico, successivamente modificata dalla Direttiva 2013/37/UE e rifusa nella Direttiva (UE) 2019/1024 (Open Data Directive), che stabilisce il principio secondo cui i dati pubblici devono essere resi disponibili in formati aperti e riutilizzabili, anche per finalità commerciali, promuovendo innovazione, concorrenza e sviluppo del mercato unico digitale. Tale quadro è ulteriormente rafforzato da infrastrutture europee quali l’European Data Portal, che facilitano l’accesso e il riuso transfrontaliero dei dati pubblici, nonché da iniziative legate all’Open Science e alla diffusione dei dati FAIR, tra cui le politiche promosse da OpenAIRE e dalla Commissione europea e progetti quali Europeana, ARIADNE PLUS, Common European Data Space for Cultural Heritage, orientate alla condivisione, interoperabilità e riusabilità dei dati culturali secondo i principi FAIR.

In questo contesto si inserisce altresì la campagna Open Heritage Statement promossa da Creative Commons, che si indirizza all’UNESCO e incoraggia le istituzioni culturali a rendere disponibili senza restrizioni i contenuti in pubblico dominio, in modo coerente con i principi europei di apertura e riuso.

Alla luce di tali riferimenti normativi e strategici, la reportazione ECOMIC appare presentare elementi di disallineamento rispetto agli orientamenti europei sopra richiamati. A fronte di dichiarazioni programmatiche orientate all’apertura e alla condivisione, emergono infatti impostazioni che richiamano modelli autorizzatori e restrittivi, suscettibili di limitare l’effettiva riutilizzabilità dei dati culturali.

Il presente contributo intende pertanto evidenziare, in forma sintetica, i principali profili di criticità e le possibili linee di adeguamento, al fine di assicurare un pieno allineamento del progetto agli obiettivi europei in materia di open data, riuso e valorizzazione del patrimonio culturale digitale, oltre a garantire sostenibilità e un raccordo efficace con il sistema bibliotecario, anche in prospettiva di una riforma del settore.

Report ECOMIC

Se da una parte il report sembra essere orientato verso principi attigui agli obiettivi del movimento open access, dall’altra sembra rimanere ancorato a logiche conservative, non superando il paradigma proprietario costituito dalla concessione dell’autorizzazione e dalla corresponsione dei canoni per il riuso commerciale dei beni culturali.

A pagina 11, il report definisce il progetto come “un’infrastruttura culturale nazionale distribuita e cooperativa, capace di generare nuovo valore culturale, educativo, sociale ed economico attraverso la condivisione e il riuso dei dati.”

Incoraggiante sembrerebbe anche il riferimento a Europeana a pagina 26, come testimonianza dell’accelerazione del panorama europeo verso la digitalizzazione del patrimonio culturale. Ove la stessa viene descritta come  “l’infrastruttura di riferimento dell’Unione Europea per l’aggregazione e l’accesso ai contenuti culturali digitali. Promuove la diffusione di standard comuni per la metadatazione, l’accesso e il riuso, costituendo un punto di riferimento essenziale per la progettazione di un’infrastruttura federata e interoperabile come Ecomic” (sic!).

A pag. 28, si riporta che “Ecomic non impone un unico modello di gestione del patrimonio digitale, ma offre un contesto [→p. 205] abilitante plurale, dove ciascun Attore – pubblico o privato, istituzionale o comunitario – può riconoscersi, partecipare e contribuire secondo le proprie competenze e missioni”.

Allo stesso modo, a pagina 29 si dice che “questo modello si propone come superamento consapevole dell’approccio verticale e centralizzato alla gestione del patrimonio, storicamente riconducibile a quello che Laurajane Smith ha definito Authorised Heritage Discourse (AHD). L’AHD si fonda su una visione gerarchica e oggettivante della cultura, in cui la legittimità del sapere e del valore culturale è attribuita quasi esclusivamente a istituzioni centrali e figure esperte, escludendo narrazioni alternative o comunitarie.”

A pagina 42, il report parla espressamente di “apertura dei dati” e di “messa a disposizione di strumenti condivisi”, precisando che l’obiettivo è di “promuovere modelli di valorizzazione che non subordinino il valore culturale alla monetizzazione, ma lo esprimano in forme economiche, sociali e civiche tra loro complementari.”

A pagina 47, il report parla di valorizzazione, ponendosi come obiettivo quello di “trasformare i beni digitali in valore culturale, educativo, sociale ed economico attraverso il riuso e l’innovazione.”

Al riguardo, prevede tra i criteri di valutazione della riuscita del progetto “valore economico diretto e indiretto generato (ove rilevabile); Numero di imprese culturali e creative coinvolte in attività di sviluppo o riuso”.

Ad ogni modo, segnali contrari arrivano in varie altre parti del report. Già dall’incipit si intuisce la direzione del report, che viene condiviso tramite la licenza CC BY NC SA, che inibisce per l’appunto ogni uso commerciale e che si pone comunque in contrasto con il simbolo © riportato in epigrafe. A ben vedere, il report pubblicato da una pubblica amministrazione dovrebbe essere rilasciato in open access by default, trattandosi di materiale non tutelabile dal diritto d’autore e rientrando nel perimetro della direttiva PSI.

In nessuna parte del report si parla né di pubblico dominio, né di open access.

Ancora, a pagina 49, si parla della segmentazione dei portatori di interesse e si individuano:

  • segmento consolidato: enti pubblici e privati già titolari di patrimoni culturali e attivamente coinvolti nella loro gestione;
  • segmento operativo: soggetti che svolgono funzioni professionali e tecniche legate alla valorizzazione, gestione e digitalizzazione del patrimonio;
  • segmento aperto: soggetti esterni al perimetro tradizionale della tutela e della gestione, ma potenzialmente interessati a riutilizzare o valorizzare i contenuti digitali.

Se da questa previsione si sarebbe portati a pensare che il report voglia promuovere il riuso dei beni culturali anche a fini commerciali, la speranza viene stroncata a pagina 54, quando, esemplificando il segmento aperto, si parla di “Startup e PMI innovative e/o specializzate in ambiti legati (ad es.) a grafica, giochi, accessibilità, restauro, diagnostica; aziende di ogni dimensione con focus più tecnologico, che offrono servizi (ad es.) di digitalizzazione, archiviazione, realtà aumentata, intelligenza artificiale, produzione digitale, progettazione di interfacce e soluzioni gestionali per la cultura.” Le imprese commerciali sembrano essere configurate più come fornitori di servizi che come utilizzatori.

Si comprende dunque come la digitalizzazione stessa non sia pensata per favorire la libera diffusione ed utilizzazione dei beni culturali, ma unicamente a garantire la valorizzazione dello stesso dal punto di vista tecnologico, senza che ciò rispecchi in alcun modo né gli obiettivi di Creative Commons Italia e Wikimedia Italia, né tantomeno quanto previsto dalla Corte dei Conti con la delibera n. 50/2022/G del 12 ottobre 2022 e  n. 76/2023/G dell’ottobre 2023.

L’orientamento è confermato a pagina 145, quando si prevede che “I servizi per l’esplorazione dei dati, denominati Ecomic Data Hub, consentono di ricercare ed esportare i dati del patrimonio digitale in dataset riutilizzabili. L’accesso è modulato in base alle competenze e alle finalità dell’utente (…) Le policy di visibilità e protezione definite a livello di infrastruttura assicurano che l’accesso avvenga nel rispetto delle regole stabilite dagli enti titolari (….) Ecomic Data Hub democratizza l’accesso ai dati culturali, consentendo a qualsiasi tipologia di utente di interrogare il patrimonio e ottenere risorse pronte per il riuso, nel pieno rispetto delle tutele previste”.

In conclusione, il report sembra essere un passo in avanti da un punto di vista tecnico verso la digitalizzazione del patrimonio culturale, dando adito quantomeno alla necessità di superare un’impostazione unicamente analogica dello stesso. Dal punto di vista giuridico però, gli obiettivi dell’open access sembrano ancora essere osteggiati e neutralizzati dalle formule di cui sopra.

Degna di nota è anche l’assenza di qualsivoglia raccordo con un’imminente riforma del settore bibliotecario. Una “politica dell’informazione” di ampio respiro non può procedere su binari separati rispetto alla riforma legislativa di settore. È indispensabile che Ecomic 2.0 non venga percepito solo come un’infrastruttura tecnologica legata al PNRR, ma che sia esplicitamente incardinato nel nuovo quadro normativo che mira a riconoscere le biblioteche come infrastrutture essenziali e stabili entro sistemi di democrazia informativa.

Dall’analisi del testo emerge che Ecomic è strettamente figlio del PNRR e del Piano Nazionale di Digitalizzazione (PND). Esso descrive un ecosistema tecnologico e una “governance distribuita”, ma lo fa in un vuoto normativo primario: manca infatti un richiamo a quelle “Norme sul Sistema Bibliotecario Italiano” che l’AIB ha presentato proprio a fine 2025 per dare una base legislativa solida e democratica ai servizi bibliotecari. Questa omissione non è un dettaglio, poiché rischia di far apparire l’ecosistema digitale come un’iniziativa puramente ministeriale o legata a fondi temporanei, piuttosto che come parte integrante di una riforma strutturale del settore bibliotecario che sancisca il diritto dei cittadini all’informazione e alla conoscenza.

Inoltre, da una parte, il passaggio da una gestione a “silos” a un modello di ecosistema distribuito e cooperativo rappresenta certamente un elemento positivo del documento, in quanto prospetta una possibile reale valorizzazione del patrimonio culturale italiano e una convergenza sempre maggiore tra Musei, Archivi e Biblioteche, nell’ambito di una visione della trasformazione digitale avanzata e condivisibile. Il documento cita, infatti, la “governance distribuita” e pone l’obiettivo ambizioso di far sì che, entro il 2030, il 40% delle risorse digitali su D.PaC provenga da piccoli enti. Dall’altra parte, però, rimane il timore che la complessità tecnologica richiesta (API, grafi di conoscenza) possa creare un nuovo divario digitale tra i grandi istituti centrali e le biblioteche di ente locale o minori. È necessario che i servizi di conferimento dati (D.PaC) siano realmente semplificati per abbassare le barriere tecniche ed economiche per chi non ha competenze specialistiche interne.

Si rendono inoltre necessarie delle garanzie concrete sulla sostenibilità economica oltre la conclusione dei fondi PNRR: gli “strumenti stabili per la disseminazione” previsti a partire dal 2026 devono essere accompagnati da un piano di finanziamento strutturale che eviti l’abbandono delle infrastrutture territoriali una volta esaurita la spinta emergenziale dell’investimento pubblico. La trasformazione digitale non può essere equa se non si investe prioritariamente nell’alfabetizzazione digitale e nel supporto operativo costante agli attori più fragili dell’ecosistema.


 Da ultimo, occorre chiarire con maggiore dettaglio come i nuovi flussi di Ecomic si integreranno con il Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN). L’efficacia dell’ecosistema dipenderà dalla capacità di far dialogare queste piattaforme senza duplicare gli oneri operativi per i bibliotecari, salvaguardando l’autonomia e la visibilità delle singole istituzioni all’interno della “regia unica” ministeriale. Pur citando l’Istituto Centrale per il Catalogo Unico (ICCU) e piattaforme come Alphabetica, il documento non chiarisce fino in fondo come Ecomic si armonizzerà con il SBN in termini di flussi informativi quotidiani e di autonomia decisionale dei sistemi locali. Si parla di “regia unica” del Ministero della Cultura, un concetto che potrebbe entrare in tensione con il modello di cooperazione interistituzionale e di autonomia delle biblioteche previsto dalla proposta di legge AIB.

Hanno sottoscritto la presente lettera:

Capitolo italiano di Creative Commons (Chapter Lead, Deborah De Angelis)
Wikimedia Italia (Presidente, Ferdinando Traversa)
GPOLINFO (Coordinatrice, Antonella De Robbio)

Le voci più lette su Wikipedia ad aprile 2026

Tuesday, 26 May 2026 15:42 UTC

Come sempre, le voci più lette su Wikipedia riflettono il grande interesse degli italiani verso l’attualità politica, mediatica e sportiva. A guidare la classifica delle voci più lette ad aprile 2026 è Silvia Salis, protagonista di settimane che l’hanno vista imporsi tanto nel dibattito pubblico quanto nei social, mentre lo sport continua a catalizzare l’attenzione grazie ai successi di Jannik Sinner, affiancato dall’interesse internazionale suscitato dalla missione Artemis II. Con il contributo dei volontari Oltrepier e Paul Gascoigne, abbiamo raccolto e commentato le dieci voci più visualizzate su Wikipedia in italiano tra il 1° e il 30 aprile 2026.

1. Silvia Salis (499.317 visite)

A conquistare il vertice della classifica è Silvia Salis, politica ed ex martellista genovese, sindaca della sua città natale da quasi un anno e protagonista, un po’ a sorpresa, del mese di aprile. A contribuire alla sua popolarità è stato innanzitutto il DJ set di Charlotte de Witte in Piazza Matteotti, organizzato dal Comune di Genova e capace non solo di aumentare la visibilità di Salis, ma anche di trasformarla in un meme virale. Hanno inciso anche diverse interviste rilasciate a testate internazionali come Bloomberg, The Guardian e Vanity Fair, che hanno dato maggiore rilievo a una figura politica ancora relativamente giovane, ma già apprezzata per le sue capacità comunicative. Un’ascesa che l’ha resa uno dei volti più riconoscibili del centro-sinistra italiano.

2. Alexander Manninger (351.891 visite)

L’ex calciatore austriaco Alexander Manninger è morto lo scorso 16 aprile, a 48 anni, in seguito a un violento incidente stradale avvenuto mentre attraversava un passaggio a livello privo di barriere. Cresciuto calcisticamente nel Salisburgo, Manninger era noto in Italia soprattutto per la lunga esperienza in Serie A, dove aveva vestito, tra le altre, le maglie di Fiorentina, Siena e Juventus. Proprio con i bianconeri conquistò anche il campionato nel 2012, pur ricoprendo il ruolo di riserva di Gianluigi Buffon. Per anni presenza fissa della nazionale austriaca, si era ritirato dal calcio giocato nel 2017.

3. I Cesaroni (317.855 visite)

Lo scorso 13 aprile Canale 5 ha dato ufficialmente il via alla trasmissione della settima stagione de I Cesaroni, in onda fino all’8 giugno. Il ritorno della storica serie televisiva, trasmessa originariamente dal 2006 al 2014, ha riportato l’attenzione su uno dei prodotti più popolari della fiction italiana degli anni Duemila, capace di lanciare la carriera di numerosi attori e attrici, tra cui Alessandra Mastronardi e Matteo Branciamore. Quest’ultimo è tra i pochi interpreti storici presenti nella nuova stagione, insieme a Claudio Amendola, Niccolò Centioni, Federico Russo ed Elda Alvigini.

4. Nicole Minetti (301.064 visite)

L’ex consigliera regionale della Lombardia Nicole Minetti è tornata al centro della cronaca nel mese scorso per via delle vicende giudiziarie che la riguardano. Coinvolta nel cosiddetto “caso Ruby”, tra il 2019 e il 2021 era stata condannata a una pena complessiva di tre anni e undici mesi in due distinti processi per peculato e favoreggiamento della prostituzione. Successivamente aveva chiesto di scontare la pena attraverso l’affidamento ai servizi sociali, presentando poi una domanda di grazia al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La richiesta era motivata dalla necessità di assistere il figlio adottato in Uruguay nel 2023 insieme al compagno Giuseppe Cipriani. La grazia è stata concessa nel febbraio di quest’anno dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e dal presidente Mattarella, ma la notizia è diventata pubblica soltanto ad aprile. In seguito, un’inchiesta de Il Fatto Quotidiano ha sollevato dubbi sulla regolarità dell’adozione, spingendo il Qurinale a chiedere chiarimenti urgenti al Ministero della Giustizia sui presupposti della concessione. Gli approfondimenti successivi della procura di Milano sembrano però aver ridimensionato tali accuse, mentre alcuni giornali hanno pubblicato la sentenza che ha convalidato l’adozione.

5. Michal Jackson (294.254 visite)

Il Re del Pop Michael Jackson è stato recentemente celebrato dal biopic Michael, distribuito nelle sale italiane a partire dal 22 aprile. Diretto da Antoine Fuqua e interpretato da Jaafar Jackson, nipote del cantante, il film ripercorre i momenti chiave della prima parte della carriera dell’artista: dagli esordi con i Jackson 5 fino al successo mondiale del Bad World Tour. Nonostante l’enorme riscontro al botteghino – che ne ha fatto  il miglior debutto di sempre per un film biografico – la pellicola ha ricevuto anche numerose critiche. Diversi osservatori l’hanno infatti considerata un ulteriore tentativo della Estate di Jackson di riabilitare l’immagine del cantante rispetto alle accuse di abusi su minori che hanno segnato gli ultimi anni della sua vita. Tra queste, anche quelle avanzate nel 1993 dalla famiglia di Jordan Chandler, inizialmente previste nel film ma poi escluse per motivi legali.

6. Jannik Sinner (268.482 visite)

Jannik Sinner si conferma il personaggio sportivo più seguito dagli italiani. Dopo aver dominato la classifica delle voci più lette nel 2024 e nel 2025, il tennista altoatesino punta ora a un terzo anno consecutivo grazie alla recente serie di successi nei Masters 1000. Dopo la doppietta americana conquistata a Indian Wells e Miami, ad aprile Sinner si è imposto anche sulla terra battuta, vincendo i tornei di Montecarlo e Madrid e consolidando il proprio primato nel ranking ATP nei confronti del grande rivale Carlos Alcaraz

7. Anniversario della liberazione d’Italia (260.690 visite)

Le celebrazioni del 25 aprile 2026, dedicate all’81º anniversario della Liberazione d’Italia dal nazifascismo, sono state segnate da forti tensioni e da due gravi episodi che hanno oscurato il significato unitario della ricorrenza. A Roma, durante la manifestazione organizzata dall’ANPI, due partecipanti sono rimasti feriti dai colpi sparati con una pistola ad aria compressa da un ventunenne nei pressi del corteo. A Milano, invece, la presenza della Brigata Ebraica ha provocato contestazioni e scontri verbali con gruppi pro-palestinesi, fino all’allontanamento dello spezzone sotto la protezione della polizia. Due episodi che hanno alimentato polemiche politiche e mostrato come il clima internazionale e le divisioni interne abbiano finito per condizionare anche una giornata simbolo della memoria democratica italiana.

8. Péter Magyar (251.177 visite)

Le elezioni ungheresi di aprile hanno segnato una svolta storica per il Paese: Péter Magyar e il suo partito, TISZA, hanno sconfitto il governo uscente guidato da Viktor Orbán, ponendo fine a oltre quindici anni di dominio politico dell’estrema destra di Fidesz. La vittoria di Magyar è stata interpretata come il segnale di una crescente domanda di cambiamento da parte della società ungherese, stanca delle tensioni con l’Unione Europea e delle accuse di autoritarismo rivolte al governo Orbán. Prima di diventare il principale volto dell’opposizione, Magyar era considerato vicino a Fidesz. La rottura arrivò dopo lo scandalo che coinvolse la sua ex moglie, Judit Varga, costretta alle dimissioni in seguito alle polemiche sulla grazia presidenziale concessa a una persona coinvolta in un abuso su minori. Dopo quell’episodio, Magyar prese pubblicamente le distanze dal sistema politico di Orbán, denunciandone i metodi e proponendosi come alternativa riformista.

9. Rai (234.024 visite)

Anche la Rai, proprio come Sinner, è ormai una presenza fissa nelle classifiche delle voci più lette. Nonostante oltre settant’anni di storia e la crescente concorrenza delle piattaforme di streaming, il servizio pubblico continua a occupare un ruolo centrale nelle abitudini degli italiani, catalizzando quotidiamente l’attenzione di milioni di spettatori e generando un costante interesse anche su Wikipedia. Il mese di aprile ha confermato questa tendenza: tra i titoli che hanno suscitato maggiore curiosità figurano le nuove fiction Uno sbirro in Appennino, con Claudio Bisio, e Roberta Valente – Notaio in Sorrento, interpretata da Maria Vera Ratti. Pur restando appena fuori dalla top ten delle pagine più consultate, entrambe le serie testimoniano la capacità della Rai di continuare a creare attenzione attorno alle proprie produzioni.

10. Artemis II (223.974 visite)

La missione Artemis II, che nei primi dieci giorni di aprile ha tenuto il mondo con lo sguardo rivolto verso la Luna, è stata un evento storico sotto molti aspetti. Dopo il decollo del 1° aprile alle 18:35, la navicella Orion ha raggiunto l’orbita lunare, spingendosi sino alla distanza record di 406.771 km dalla Terra e raccogliendo fotografie e dati sul lato nascosto del nostro satellite. Informazioni che, oltre ad affascinare gli appassionati, costituiscono una base fondamentale per le future missioni del Programma Artemis, incluso l’obiettivo di riportare un essere umano sulla Luna entro il 2028. Uno dei momenti più emozionanti della missione è arrivato il 6 aprile, quando l’astronauta Jeremy Hansen ha annunciato la volontà dell’equipaggio di dedicare un cratere situato tra il lato visibile e quello nascosto della Luna a Carroll Taylor Wiseman, moglie del comandante della missione Reid Wiseman, scomparsa nel 2020 dopo una lunga malattia.

11. Non abbiam bisogno di parole (film) (222.992 visite) (Menzione d’onore)

Immagini:

Silvia Salis 2025 (cropped) di Rub86, CC BY 4.0, da Wikimedia Commons
 
 A New View of the Moon (cropped) di NASA, Pubblico dominio, da Wikimedia Commons

È convocata per sabato 6 giugno 2025 l’assemblea ordinaria di Wikimedia Italia. 

L’incontro inizierà alle 11:00 e si terrà in modalità ibrida, con possibilità di partecipazione in presenza a Milano, presso Spazio Macchi (via Mauro Macchi, 30), o da remoto tramite la piattaforma BigBlueButton, accessibile attraverso l’istanza Moodle dell’Associazione. L’incontro si svolgerà presso l’apposita sala riunioni online.

Per agevolare la registrazione dei partecipanti, l’appuntamento, sia in presenza che da remoto, è fissato alle ore 10:30.

L’ordine del giorno dell’assemblea dei soci di Wikimedia Italia

L’ordine del giorno dell’assemblea è il seguente:

Modalità di partecipazione

Tutti i soci di Wikimedia Italia sono invitati a partecipare, inserendo la propria firma nella lista partecipanti in wikina. Per chi fosse impossibilitato a partecipare, è possibile delegare un altro socio o un’altra socia. Per conoscere la procedura da seguire invitiamo a consultare la pagina di istruzioni per le deleghe.

Per ricevere informazioni o assistenza è possibile contattare l’ufficio di Wikimedia Italia all’indirizzo email segreteria@wikimedia.it o al numero +39 02 5656 9662.

Voci di carta, voci digitali

Thursday, 21 May 2026 14:56 UTC

Dalla carta al wiki: al Monastero dei Benedettini un’editathon sulla letteratura italiana contemporanea

Fonte: UnictMagazine

C’è un momento in cui la letteratura smette di appartenere soltanto ai libri e diventa patrimonio condiviso, aperto, accessibile a tutti. È accaduto nei giorni scorsi nell’Aula A2 del Monastero dei Benedettini, sede del Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania, dove studenti, docenti e volontari wikimediani si sono incontrati per Voci di carta, voci digitali, una giornata dedicata alla scrittura collaborativa e alla diffusione della cultura nell’ecosistema digitale

Tra filologia, Wikipedia e intelligenza artificiale, l’iniziativa ha trasformato l’enciclopedia libera in un laboratorio concreto di cittadinanza digitale e costruzione condivisa del sapere.

L’iniziativa ha preso vita a partire dal progetto WikiVerismo, un portale wiki nato nell’ambito del corso di Filologia d’autore e digitale, tenuto dalla prof.ssa Milena Giuffrida ed erogato dal Disum per gli studenti di Filologia moderna. 

Il portale è dedicato agli autori e alle opere del filone verista siciliano – Giovanni Verga, Luigi Capuana, Federico De Roberto, Luigi Pirandello – e costruito come strumento didattico e di ricerca condivisa. WikiVerismo ha rappresentato il laboratorio ideale da cui muovere verso Wikipedia: un percorso che va dalla raccolta e codifica dei testi alla scrittura enciclopedica aperta e collaborativa.

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Foto di Auregann, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons

La giornata si è articolata in due momenti. Nella prima parte Giovanni Pennisi, coordinatore regionale di Wikimedia Italia, e Giuseppe Arena, borsista dell’Università di Catania, hanno tenuto un seminario introduttivo che ha toccato diversi temi di grande attualità: il funzionamento di Wikipedia, le sue regole redazionali e le sue potenzialità come strumento di diffusione del sapere, ma anche il rapporto tra Wikipedia e l’intelligenza artificiale e le possibilità di utilizzo dell’enciclopedia libera in contesti didattici. 

Un confronto che ha messo in luce quanto sia fondamentale lavorare in modo rigoroso e scientifico sulle voci enciclopediche, affinché chiunque – studente, insegnante o semplice curioso – possa attingere a informazioni e testi affidabili, verificati e ben documentati.

Nel pomeriggio si è tenuta l’editathon vera e propria: i partecipanti, guidati dai volontari del gruppo Wikimediani in Sicilia, si sono messi al lavoro per creare e migliorare voci enciclopediche dedicate ad autori della letteratura italiana contemporanea. 

Oltre alla dimensione tecnica e contenutistica, la sessione pratica ha valorizzato anche quella umana: lavorare insieme su un testo enciclopedico significa imparare a confrontarsi, a negoziare punti di vista diversi, a costruire qualcosa di comune con metodo e rispetto reciproco. Una competenza, questa, che va ben oltre Wikipedia e che forma cittadini digitali più consapevoli.

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Foto di Auregann, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons

Questa iniziativa si inserisce in un percorso di media e digital literacy che il Dipartimento di Scienze Umanistiche ha avviato negli anni (tra gli altri con i progetti Pirandello Nazionale e Verismo Digitale), con l’obiettivo di fornire a docenti e studenti una cassetta degli attrezzi, intellettuali oltre che pratici, per comprendere il cambiamento. 

L’evento, inserito nel Percorsi di formazione e abilitazione per docenti in Discipline letterarie, diretti da Giuseppe Palazzolo nell’ambito dell’Alta Scuola per la Formazione degli Insegnanti dell’Università di Catania, ha coinvolto studenti, docenti e appassionati uniti da un obiettivo comune: restituire alle voci letterarie la visibilità che meritano nello spazio digitale condiviso.

Il comitato organizzativo è stato composto da Milena Giuffrida, Giuseppe Palazzolo, Claudia Cantale, Giuseppe Arena e Giovanni Pennisi.

Immagine in evidenza: Editathon “Voci di carta, voci digitali” Unict 2026 (cropped) di Gius.arena, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons

La voce su di me in Wikipedia

Tuesday, 7 April 2026 02:51 UTC

la voce su di me in it.wiki Sono più di vent’anni che edito Wikipedia. Ma come sapete faccio tante cose, e ogni tanto qualcuno pensa che almeno Wikipedia in lingua italiana dovrebbe avere una voce su di me. (C’è da una vita un Maurizio Codogno, ma è un ex calciatore e allenatore mio omonimo). Io non sono per nulla d’accordo, e ho cancellato più volte la voce su di me: l’ultima lo scorso settembre. Probabilmente sono uno dei pochi che di avere una voce biografica non se ne fa nulla: tanto c’è già fin troppa roba che ho scritto e di me si può sapere praticamente tutto.

Purtroppo però la scorsa settimana un utente di Wikipedia ha scoperto che io sono automaticamente “enciclopedico”, vale a dire rilevante, secondo le regole di Wikipedia, in qualità di scrittore. Per la precisione uno scrittore è ritenuto enciclopedico se lo è almeno un suo libro, e un libro è enciclopedico se è stato tradotto almeno in tre lingue, cosa che è vera per Matematica in pausa caffè. A questo punto non posso fare nulla: ok, potrei far cancellare la voce per minacce legali, ma non mi sembra il caso. Quindi la voce c’è. (Quella nel link è la versione di venerdì scorso, un giorno dopo la (ri)creazione e la segnalazione delle traduzioni di Matematica in pausa caffè; nel frattempo è stata aggiunta una mia foto)

Peccato che per fare una cosa così tanto valeva non farla, a partire dalla definizione di “scrittore” nel titolo. Ovvio, bisogna specificare in qualche modo di quale Maurizio Codogno si parla, e la mia rilevanza deriva da un libro che ho scritto: ma direi che non sono uno scrittore, al più un divulgatore. Ma tutto il corpo della voce non funziona. Ecco alcuni esempi:

  • Del resto quell’elenco è sbagliato, c’è una lingua per cui sono stati venduti i diritti di traduzione ma non è mai stato tradotto il testo.
  • Anche senza considerare i libri autopubblicati – di cui non vedrei il problema, essendo un di più irrilevante per l’enciclopedicità ma comunque esistente – mancano vari testi che ho pubblicato con case editrici vere (e per cui non ho pagato, anzi…)
  • Se guardate le altre biografie di scrittori contemporanei (quelli veri) noterete come la bibliografia non si limita a mettere titolo e anno di pubblicazione, ma aggiunge editore e ISBN. Qui niente.
  • La “biografia” scritta così è una barzelletta: a parte tutte le cose interessanti che ho fatto nella mia vita e che a questo punto si potevano anche citare, mancano almeno tre cose che ho fatto come scrittore.
  • Mancano i link ad altre parti del mondo wiki dove c’è roba mia. (Non di sola Wikipedia vive l’uomo.) I cosiddetti “interwiki” sono alla base di un’enciclopedia multimediale.

Ieri pomeriggio era finalmente stato tolto il “matematico” nella mia descrizione: che avrei fatto di rilevante in matematica? Ieri sera è stato rimesso, con la motivazione che il famigerato testo enciclopedico è di matematica. Lasciamo stare.

Burocraticamente potrei editare io stesso la voce e correggerla: basta che io indichi di essere in conflitto di interessi (e ovviamente non faccia modifiche promozionali), e usi fonti terze e non il mio sito. Il punto è che io per principio non intendo toccare quella voce che ritengo assolutamente inutile né dire quali sono le cose che mancano e quali errori ci sono: è tutto materiale che si può trovare in rete, mica sono segreti di stato. Questo è del resto uno dei più grandi guai di Wikipedia, soprattutto con le biografie di persone viventi. Anche ammettendo che una voce non venga scritta con l’unico scopo di fare o farsi pubblicità, quello che sembra l’unica cosa importante è dire “ho messo una nuova voce nell’enciclopedia!” senza darsi la pena di renderla almeno un minimo decente. Non lo si vede molto spesso perché in genere il lavoro è fatto alla rovescia, partendo da un testo prolisso e promozionale a cui qualche anima pia toglie le parti inutili e dannose: ma togliere è molto più facile che aggiungere, dato che nel secondo caso bisogna fare delle ricerche per recuperare il materiale e non è detto che la cosa sia banale. Controprova? La mia enciclopedicità è legata a quella di Matematica in pausa caffè. C’è una voce sul libro? Ovviamente no, per farla bisognerebbe come minimo cercare i dati e qualche recensione, se proprio non lo si vuole leggere. Avete presente la fatica necessaria?

PS: Non ho nessuna pregiudiziale contro l’essere presente nei siti dei progetti wiki. Per dare un’idea, quando riottenni i diritti di Matematica in relax chiesi a chi frequentava Wikisource se fossero interessati ad avere il testo: ricevuta risposta positiva (essendo il libro stato pubblicato da un editore non a pagamento esso era idoneo) ho provveduto a caricarlo e quindi da qualche anno c’è una voce su di me in Wikisource. Ma lì appunto la mia presenza come autore ha un senso: su Wikipedia, no.

Un paio di cose su Wikipedia

Thursday, 2 April 2026 02:51 UTC

È un po’ che non scrivevo di Wikipedia: il tempo è poco e le cose da fare sono molte. Dovrei anche parlare della chiusura di Wikinews, ma sarà per un’altra volta. Per il momento segnalo due articoli piuttosto diversi ma che fanno capire come 25 anni sono un bel peso per l’enciclopedia.

Il primo articolo, pubblicato su Link, è in realtà fuorviante e lo segnalo solo perché è un classico esempio di una traduzione che non ha davvero molto senso. È vero che la Wikipedia in lingua inglese ha voci francamente bizzarre per non dire peggio, ma ogni edizione linguistica ha le sue regole interne e in quella italiana queste voci sono generalmente eliminate, così come quelle di eventi che probabilmente tra una settimana saranno dimenticati. Questo non vuol dire che non ci siano voci che uno non si aspetterebbe in un’enciclopedia, come per esempio “igiene anale” (la voce sull’orientamento dei rotoli di carta igienica è stata assorbita da quella sulla carta igienica su Wikipedia in lingua italiana, ma rimane in quella in inglese e in altre 19 edizioni linguistiche). Diciamo che molto spesso gli articoli di costume su Wikipedia sono semplici traduzioni e quindi essenzialmente anglocentrici.

Più interessante quest’altro articolo di Dariusz Jemielniak (uno che di Wikipedia ne sa, oltre che essere un accademico.) Il suo punto di vista è che Wikipedia è nata venticinque anni fa da nerd ventenni, massimo trentenni (io avevo già passato i quaranta, ma si sa che sono anzyano) e ora ci sono sempre loro, diventati ormai cinquantenni e quindi pompieri da incendiari che erano. Tutte le modifiche proposte per “semplificare” fruizione e contribuzione a Wikipedia sono così state bloccate, e questo sarebbe un male. Ora, posso assicurarvi che la prima versione del Visual Editor che si voleva rendere obbligatoria per modificare le voci era una cosa del tutto inusabile. (Ora funziona abbastanza bene, ma sono passati tredici anni…) Dal mio punto di vista il problema è appunto che le nuove feature introdotte dagli sviluppatori sono spesso in versione alfa, e sono introdotte nella speranza che vengano debuggate “sul campo”: ma gli editor abituali non hanno voglia di perdere tempo, e gli utenti casuali si trovano ancora più persi. Più interessante l’altro punto portato da Dariusz, e che riguarda direttamente i lettori. Visto che ormai le nuove generazioni non sono in grado di leggere direttamente un testo complesso ma hanno bisogno di un riassuntino, così come i capi e capetti, l’idea della Wikimedia Foundation era stata quella di creare i “Simple Article Summaries”, generati per mezzo dell’IA. La comunità anglofona ha avuto una reazione contraria così violenta che dopo un giorno la feature è stata eliminata.

Parliamone un po’. Sul fatto che un riassunto breve e semplice, almeno per le voci più lette, sarebbe utile penso che tutti siamo d’accordo. E del resto la Wikipedia delle origini era molto più ruspante. E possiamo anche immaginare che un LLM bene addestrato non farebbe molte allucinazioni e soprattutto possiamo sperare che userebbe solo il testo della voce per fare il riassunto, e non aggiungerebbe altre informazioni prese chissà dove. Ma siamo sicuro di volere passare a un modello IA, quando il valore aggiunto di Wikipedia è che nel bene o nel male il materiale è generato da utenti reali? Io potrei al più accettare un pulsante che ti porti fuori da Wikipedia (anche se su un server della Wikimedia Foundation) e mi creasse lì il riassunto: ma voglio che due cose essenzialmente diverse siano in posti essenzialmente diversi. Sono anch’io un vecchio bacucco? Probabile. Ma non ce lo ordina il dottore di usare Wikipedia: possiamo sempre andare da Elonio e dalla sua Grokipedia, se proprio vogliamo essere moderni.

Wikipedia e l’IA

Monday, 3 November 2025 03:51 UTC

L’altro giorno, parlando di Grokipedia, ho accennato al fatto che Wikipedia deve per forza fare i conti con l’intelligenza artificiale. Qui provo a spiegare come io vedo la situazione. Premetto che tutto quello che scrivo riflette esclusivamente il mio pensiero, non quello della comunità di Wikipedia in lingua italiana, di Wikimedia Italia o tanto meno della Wikimedia Foundation.

Il primo punto da considerare è capire perché usare l’IA. Attenzione: non sono luddista, e non ho nulla a priori contro il suo uso. Spero però che nessuno creda davvero che gli LLM siano creativi, riuscendo quindi a scrivere qualcosa di davvero nuovo e non rimasticato (pur molto bene): d’altra parte se ci riuscissero il testo sarebbe considerato una ricerca originale (RO) che in Wikipedia è assolutamente vietata, perché tutto deve essere verificato indipendentemente. (Nota: mentre sto scrivendo c’è una curiosa convergenza tra utenti destrorsi e sinistrorsi che stanno cercando di far passare il concetto che le ricerche originali si possono usare). E taciamo sul fatto che le “ricerche originali” degli LLM sono spesso cose che non stanno né in cielo né in terra: ultimamente abbiamo avuto l’utente LugAIno che scriveva testi più o meno casuali sulla città di Lugano. Aggiungiamo poi che c’è il gtrande rischio che il testo generato, specialmente se si parla di un argomento di nicchia, potrebbe essere troppo simile alla fonte originale e pertanto essere una violazione di copyright. Non sapere quali siano le fonti non ci permette nemmeno di scoprirlo.

Da qui si passa al secondo punto: Wikipedia richiede di inserire le fonti delle affermazioni indicate, cosa che di solito non si ha con gli LLM: ci sono delle eccezioni, come Copilot e Perplexity, ma anche se loro affermano di indicare da dove hanno preso le informazioni questo non significa molto. L’altra settimana per esempio, chiedendo a Perplexity quando una chiesa milanese era stata eretta come basilica minore, Perplexity mi “citò una fonte” secondo cui il decreto relativo era stato emesso nel luglio 2025… da papa Francesco.

Ciò detto, non c’è nessuna ragione intrinseca per vietare tout court l’uso dell’IA per migliorare le voci: quello che serve è che non si copincolli il testo creato ma lo si controlli e lo si corregga dove necessario. Alcuni esempi di uso dell’IA? Il recupero di fonti (reali…) che possono utilmente ampliare quanto già scritto; la revisione di un testo in modo che sia più scorrevole; la traduzione di quanto già presente in un’altra edizione linguistica di Wikipedia (ma in questo caso ricordatevi di citarla come fonte!). L’IA è molto brava a fare il lavoro sporco, proprio perché in pancia ha una quantità enorme di informazioni. L’importante è appunto non dimenticarsi che l’intervento umano continua a essere necessario.

Il Codice Urbani vale solo in Italia

Monday, 14 July 2025 02:51 UTC

La corte di appello di Stoccarda ha confermato che il Codice Urbani vale solo all’interno dell’Italia. Il codice Urbani è quello che afferma che un’opera anche fuori copyright perché vecchia di secoli può essere soggetta a “una tutela”; questo significa che se io voglio usare un’immagine dell’uomo vitruviano di Leonardo devo chiedere a chi gestisce l’immagine il permesso, e presumibilmente pagare per il diritto di usarlo. Bene: Ravenburger aveva prodotto un puzzle con l’uomo vitruviano, il ministero della Giustizia e le Gallerie dell’Accademia di Venezia hanno fatto causa, Ravensburger ha fatto una controcausa, e il risultato è che il puzzle può essere venduto tranquillamente al di fuori dell’Italia. La Corte non si è espressa sulla legalità del codice Urbani ripetto alla direttiva copyright, né poteva farlo; in pratica ha detto “non ci curiamo di cosa fate in Italia, affaracci vostri”.

Non credo che il nostro governo cambierà posizione: questo significa che noi italiani saremo cornuti e mazziati. Chissà se chiederanno anche di oscurare le immagini di Wikipedia se ci si connette dall’Italia…

Davvero tutte le foto sono artistiche?

Thursday, 22 May 2025 02:51 UTC

È in corso di discussione alla Camera la proposta di legge 2224, presentata da due deputati di Fratelli d’Italia e due di Forza Italia, avente titolo “Modifiche alla legge 22 aprile 1941, n. 633, in materia di tutela del diritto d’autore relativo alle fotografie”. Cosa dice questa proposta? Facciamo prima un passo indietro, e vediamo cosa dice attualmente la legge sul diritto d’autore.

Ci sono due tipi di tutela delle fotografie (il termine è da intendersi in senso molto lato: ovviamente non c’è più bisogno di avere pellicola o simili per avere una foto, pensate alle foto fatte con il furbofono). Da un lato ci sono le fotografie artistiche, dove si sottintende un atto di creatività del fotografo: queste fotografie sono equiparate ai libri, nel senso che hanno la stessa tutela (il copyright scade settant’anni dopo la morte dell’autore). Dall’altro ci sono le fotografie che non hanno creatività e sono semplicemente di tipo descrittivo: questa categoria comprende anche i singoli fotogrammi cinematografici e le foto di opere d’arte. Queste immagini hanno una protezione che dura vent’anni. La proposta di legge si occupa solo di quest’ultimo tipo di fotografie, e porta da venti a settanta anni la loro protezione. In altre parole, non potremmo per esempio usare per altri sette-otto anni una foto che mostra una strada cittadina nei primi anni ’60 per mostrare come i centri storici erano intasati dalle auto.

Ribadisco: stiamo parlando di foto che per definizione del legislatore non hanno alcuna creatività, che dovrebbe essere il concetto su cui si basa tutto il diritto d’autore. A questo punto mi sa che il prossimo passo sarà la tutela degli scatti automatici, perché si dirà che c’è comunque l’autorialità di chi ha posizionato la fotocamera in quel punto e poi ha definito l’algoritmo che decide il momento in cui la foto viene scattata…

Ma c’è una cosa ancora più ironica. L’unico motivo che io vedo alla base di questa proposta di legge è che qualcuno ritiene che in questo modo i fotografi potrebbero guadagnare tanti soldi con i diritti di queste foto, che adesso possono essere usati dopo vent’anni che non sono pochi ma nemmeno troppi: come ho detto, le foto creative sono già tutelate dalla legge. Bene. Pensateci un attimo. Stiamo parlando di foto puramente descrittive, senza nulla di artistico. Se io avessi bisogno di un’illustrazione di questo tipo e dovessi pagare per usarla, farei molto prima a generare un’immagine con l’intelligenza artificiale. Il fatto stesso che questa immagine è una mera descrizione elimina a priori i problemi di una possibile violazione di copyright, e in questo modo non solo non pago nessuno ma non devo neppure aggiungere una didascalia indicante l’autore. Non so che ne pensiate voi, ma per me una legge come questa sembra solo un boomerang.

Doxxing su Wikipedia

Monday, 10 February 2025 03:51 UTC

Leggo su Slate che la Heritage Foundation, il think tank americano che sta gestendo il famoso Project 2025 che tanto piace a Trump, vuole “identificare e prendere di mira” gli utenti di Wikipedia che secondo loro “abusano della loro posizione” su Wikipedia. Il motivo del contendere dovrebbe essere il fatto che quegli utenti sono filopalestinesi.

Non entro sulla neutralità o meno delle voci in questione, che non ho nemmeno guardato. Sono almeno quindici anni che affermo che Wikipedia non può dare la verità, ma al più la verificabilità di quello che scrive (e sì, lo so che a volte non riesce nemmeno a fare quello). Quello che è proccupante è l’intimidazione degli utenti. Come sapete, anche quando nell’enciclopedia non si scrive come anonimi quello che si legge come autore è solo il nickname scelto: nel mio caso per esempio io mi firmo “.mau.”, con scarsissima fantasia. Il nickname, oltre che essere figlio della cultura di rete degli anni ’90, serve anche nel caso di testi che potrebbero generare reazioni anche sulla persona: chi scrive su argomenti delicati potrebbe quindi decidere di farlo sotto pseudonimo, cosa che non dovrebbe nuocere a Wikipedia perché si immagina che le affermazioni inserite abbiano le fonti a supporto e altrimenti verrebbero tolte, nome vero o falso che abbiano.

Io indico esplicitamente sulla mia pagina utente il mio nome e cognome, ma io non scrivo su temi caldi. Inoltre io sono da così tanti anni in rete e ho scritto pubblicamente così tante cose che trovare informazioni su di me è banale, e comunque parto sempre dal principio che tutto quello che scrivo potrà essere usato contro di me, e quindi sto attento a quello che scrivo. Ma appunto non è troppo difficile trovare informazioni su qualunque persona scriva in rete, se si cerca con sufficiente sforzo: tutto questo è il doxxing, e ne vediamo esempi tutti i momenti. Anche nel nostro piccolo circola una lista di “veri nomi di amministratori di Wikipedia in italiano” (con alcuni errori), tanto per dire.

Il fatto è che il doxxing è MOLTO pericoloso, sicuramente molto più della boutade di Musk che offre un miliardo di dollari a Wikipedia se cambierà il nome in Dickopedia. (Poi uno si può chiedere perché rosica così tanto, ma la gente è spesso strana). Io preferisco una Wikipedia poco perfetta a una Wikipedia ingessata, anche se la Heritage Foundation avesse ragione sulla mancata imparzialità di quelle voci: si comincia così e non si sa mai dove si finisce, anzi lo si sa benissimo.

L’arte s’ha da pagare

Friday, 1 November 2024 03:51 UTC

l'aceto balsamico con l'immagine del duca d'Este Bisogna dire che i giudici italiani sono coerenti. Anche nella causa per l’uso non autorizzato dell’immagine del duca d’Este su un aceto balsamico, la corte d’appello di Bologna ha dato ragione al ministero della Cultura: non importa se le immagini sono di opere ovviamente fuori copyright, e non importa nemmeno se sono semplici immagini e non gli originali: se la vuoi usare per scopi commerciali, devi avere l’autorizzazione relativa (e immagino sganciare soldi, che ce n’è sempre bisogno). Per fortuna io non ho scopi commerciali né diretti né indiretti, quindi posso lasciare l’immagine incriminata.

Avrei forse capito se l’autorizzazione fosse necessaria per evitare usi distorti, anche se si potrebbe partire con una discussione sulla possibilità o meno di parodia. Ma non pare il caso, visto che si afferma che questi beni, una volta usati per lucro, perderebbero il loro valore come beni riconosciuti e protetti dalla legge. Ma questo, almeno a mio parere, dovrebbe allora valere anche per gli usi non a fini di lucro. Peggio ancora, il Codice dei Beni Culturali nasce (lo dice esso stesso) per “preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio e promuovere lo sviluppo della cultura”, in accordo all’articolo 9 della Costituzione.

Continuo a pensare che se questa è l’idea del MiC almeno siano coerenti e vietino tutti gli usi pubblicitari del patrimonio culturale italiano, a partire dai loro. Mi chiedo solo quando qualcuno verrà a bloccare l’uso di quelle immagini su Wikipedia, visto che la licenza prevede il riuso commerciale e – fatto salvo per le opere fotografate per Wiki Loves Monuments – non mi pare proprio sia stata richiesta un’autorizzazione e qiundi non importa se quelle immagini sono solo per motivi di studio e ricerca.

Ci sono giornalisti e giornalisti

Sunday, 8 September 2024 17:03 UTC

L'IP che ha eliminato la data di morte di Schillaci Purtroppo pare che Totò Schillaci abbia avuto una recidiva del tumore al colon che l’aveva colpito. Purtroppo la mamma dei cretini è sempre incinta, e un utente anonimo oggi alle 15 aveva modificato la voce di Wikipedia sul protagonista di Italia 90, indicandone la morte. La falsa notizia è stata tolta un paio d’ore dopo da un altro utente anonimo, non prima che Repubblica scrivesse ” Addirittura il profilo di Wikipedia, come spesso accade, aveva proposto un aggiornamento di pessimo gusto annunciando la scomparsa nel 59enne proprio in data 8 settembre 2024.” (sì, la frase non ha senso: se il vandalo ha scritto oggi e l’articolo è di oggi, specificare la data non serve a nulla).

L’utente che ha inserito la morte di Schillaci è un siciliano non meglio identificabile, almeno con le informazioni pubbliche che io come tutti voi ho a disposizione. Invece si sa qualcosa di più dell’utente che ha tolto la data di morte, come potete vedere dall’immagine: si connetteva dalla sottorete pubblica del Messaggero, e presumibilmente è un giornalista. Per quel poco che può valere, voglio ringraziarlo pubblicamente.

Un’app per Wiki Loves Monuments Italia

Wednesday, 10 June 2020 22:29 UTC

Giocando con Appcelerator Titanium, un framework open source e rilasciato con licenza Apache per lo sviluppo di applicazioni mobile native a partire da una sola codebase, ho realizzato un’applicazione per il concorso Wiki Loves Monuments Italia. Trovate il codice sorgente su https://github.com/ferdi2005/monumenti.

In una settimana, è stato possibile implementare la possibilità di trovare monumenti tramite geolocalizzazione e mostrarli su una mappa, sia qualla di cercare una determinata località italiana (per esempio, Roma) e vedere i monumenti ivi presenti. In più, c’è anche una bellissima scheda per ogni monumento e un simpatico tasto refresh da premere quando ci si sposta, per esempio durante una wikigita.

La documentazione dell’API qui riportata è ferma a qualche versione fa per quanto riguarda il contenuto della risposta, ora c’è qualche parametro in più.

Backend

Ebbene, quando scrivi un’app mobile ti serve anche un backend! Ho deciso quindi di riutilizzare il mio progetto wlm.puglia.wiki ed ho esposto quindi alcune nuove simpatiche API in alcune delle nuove versioni. Quella piccola webapp prima aveva solamente la stessa funzione dell’app e dava la possibilità di trovare i monumenti vicino a sé con Leaflet + OSM, mentre ora svolge anche da backend dell’app. Per ragioni tecniche (non c’era un framework per Appcelerator Titanium), non ho potuto utilizzare OSM anche sull’applicazione mobile, quindi troverete su Android le mappe di Google e su iOS quelle di Apple, ma tutto il lavoro di geocoding è fatto da OSM, precisamente da Mapbox con OSM.

È stato duro anche trovare il modo di far funzionare l’URL di caricamento del monumento, che ora viene restituito insieme alle informazioni del monumento ed è generato miscelando informazioni dalla query SPARQL e dall’esecuzione tramite l’API parse di MediaWiki del Modulo:WLM su Wikipedia!

Trovare i monumenti

Il primo endpoint che ho messo a disposizione, un bel po’ di tempo fa già prefigurandomi l’app, è /monuments.json, che accetta come parametri sia latitude e longitude che city, per cercare invece i monumenti vicino ad una città.

La risposta è di questo tipo, il secondo array rappresenta il centro della mappa, cioé il punto al centro di tutti i risultati o, in caso di città, la localizzazione della città:

[[{"id":34746,"item":"Q61905499","wlmid":"16A6620042","latitude":"41.132779","longitude":"16.838713","itemlabel":"Non creiamo precedenti","image":null,"created_at":"2020-06-07T22:54:03.906Z","updated_at":"2020-06-07T22:54:03.906Z","itemDescription":"Scultura presso lo Stadio della Vittoria","distance":0.69212135568994,"bearing":"109.201534968318"}], [41.13698328712448,16.826640973289223]]

Più informazioni sul singolo monumento

A vostra disposizione c’è anche l’endpoint /show.json che accetta il parametro id corrispondente all’id del monumento che si ottiene attraverso la prima richiesta API. La risposta corrisponderebbe, visitando wlm.puglia.wiki/show.json?id=34746, a:

{"id":34746,"item":"Q61905499","wlmid":"16A6620042","latitude":"41.132779","longitude":"16.838713","itemlabel":"Non creiamo precedenti","image":null,"created_at":"2020-06-07T22:54:03.906Z","updated_at":"2020-06-07T22:54:03.906Z","itemDescription":"Scultura presso lo Stadio della Vittoria","distance":0.69212135568994,"bearing":"109.201534968318"}

Notare che gli ID cambiano ad ogni risincronizzazione del database e questo endpoint è stato creato esplicitamente per fornire le informazioni dall’app.

Indirizzo

Dato che il geocoding a quanto pare non funziona benissimo su iOS, ho predisposto un endpoint API del tipo /address.json che accetta il parametro id, sempre corrispondente all’id del monumento ottenuto sempre nel primo endpoint.

Per esempio wlm.puglia.wiki/address.json?id=34746 risponde:

Piazzale Vittorio Emanuele Orlando, Bari, Bari, 70132, Italy

Ringraziamenti

Siamo ormai giunti alla versione 1.1.3. 😁 Per il raggiungimento di questo risultato mi preme ringraziare i miei fidi beta tester anticipati Yacine Boussoufa e Stupeficium, ma anche il carissimo sviluppatore Titanium Michael Gangolf, che mi ha dato alcuni importanti consigli per l’applicazione

Download

Siete convinti adesso? Mentre risolvo i problemi con la burocrazia per pubblicare su iOS (magari ottenendo lo sconto della quota per il no profit), vi lascio i link per scaricare l’applicazione su Android. Notate che per utilizzare l’app è necessario avere i Google Play Services attivi.

Non dimenticate di lasciare una recensione o un commento, o di scrivermi se avete qualche dubbio!

Giù le mani da Wikipedia

Tuesday, 7 April 2020 18:09 UTC

Repubblica oggi ritorna sulle minacce di morte arrivate domenica via Twitter a Carlo Verdelli in maniera peculiare. Cito dall’articolo:

L’ultima minaccia è, se possibile, ancora più inquietante delle precedenti. Mostra lo screenshot della pagina Wikipedia relativa a Carlo Verdelli, manipolata da una mano ignota. Accanto alla data di nascita, è stata inserita quella di morte: 23 aprile 2020. E la sintesi della bio recita: “È stato un giornalista italiano, direttore del quotidiano la Repubblica”. Declinata al passato. E rilanciata su Twitter da un profilo anonimo che, nonostante le segnalazioni, risulta tuttora attivo e vomitante insulti.

(per la cronaca, oggi pomeriggio quell’account Twitter era stato cancellato). Qualcuno, leggendo l’articolo, avrà sicuramente pensato che la persona in questione aveva modificato la voce dell’enciclopedia per poi fare la schermata e pubblicarla. Bene, non è successo nulla di tutto questo, come potete vedere voi stessi guardando la pagina con l’elenco delle modifiche sulla voce. Per i curiosi, è possibile per i sysop cancellare versioni della voce che contengano insulti o bestemmie, in modo che sia impossibile vedere cosa c’è scritto: ma l’esistenza di una modifica rimane comunque visibile, con la modifica in questione con una riga sopra (strikethrough) per ricordare che qualcosa c’era stato.

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Giulio Cesare è ancora vivo e lotta insieme a noi!

Una volta i più ingenui detrattori di Wikipedia facevano una modifica, scattavano l’immagine e poi si lanciavano a denunciare gli errori dell’enciclopedia — errori che magari erano stati corretti un paio di minuti dopo, alle due del mattino. Ora evidentemente queste persone si sono un po’ più evolute, e hanno scoperto come creare una voce fasulla senza lasciare nessuna traccia. Ci ho provato io, e in cinque minuti ho prodotto uno screenshot simile a quello ora non più visibile: solo che mi sembrava macabro far morire qualcuno e ho preferito rendere ancora vivo Giulio Cesare, come vedete qui sopra. Segnalo anche ai giornalisti di Repubblica che leggere la voce del loro direttore “declinata al passato” è un semplice sottoprodotto dell’avere inserito una data di morte; avendola io tolta dalla voce sul Divus Iulius, essa è magicamente passata al presente.

Detto in altri termini, quello che è successo è l’equivalente di una busta contenente un proiettile e recapitata con la posta; con il lockdown probabilmente è in effetti più semplice mettersi al computer e falsificare una schermata. Al massimo si può chiedere alla Polizia postale di andare dal signor Twitter e chiedere i dati sulla connessione dell’utente che aveva postato lo screenshot, dati che immagino non verranno consegnati, ma nulla di più. Eppure, leggendo l’articolo, Twitter pare semplicemente essere un complice neppure tanto importante del vero sito perpetratore, il che la dice lunga sulla capacità di “leggere” un testo in rete.

(Per la cronaca, che io sappia non è stato chiesto a nessun esperto wikipediano cosa poteva essere successo. Eppure a me continuano ad arrivare richieste di persone che pretendono che io aggiusti un danno fatto a loro su Wikipedia… Si vede che non ne valeva la pena).

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Scrittura collettiva a Barbiana

Thursday, 13 February 2020 11:59 UTC

Lettera ad una professoressa fu scritto collettivamente, dall’intera Scuola di Barbiana di Don Milani – e, infatti, è proprio la Scuola intera l’autore che firma il libretto.

Noi dunque si fa così: per prima cosa ognuno tiene in tasca un notes. Ogni volta che gli viene un’idea ne prende appunto. Ogni idea su un foglietto separato e scritto da una parte sola. Un giorno si mettono insieme tutti i foglietti su un grande tavolo. Si passano uno a uno per scartare i doppioni. Poi si riuniscono i foglietti imparentati in grandi monti e son capitoli. Ogni capitolo si divide in monticini e son paragrafi. Ora si prova a dare un nome ad ogni paragrafo. Se non si riesce vuol dire che non contiene nulla o che contiene troppe cose. Qualche paragrafo sparisce, qualcuno diventa due. Coi nomi dei paragrafi si discute l’ordine logico finché nasce uno schema. Con lo schema si riordinano i monticini. Si prende il primo, si stendono sul tavolo i foglietti e se ne trova l’ordine. Ora si butta giù il testo come viene viene. Si ciclostila per averlo davanti tutti eguale. Poi forbici, colla e matite colorate. Si butta tutto all’aria. Si aggiungono foglietti nuovi. Si ciclostila un’altra volta. Comincia la gara a chi scopre parole da legare, aggettivi di troppo, ripetizioni, bugie, parole difficili, frasi troppo lunghe, due concetti in una frase sola.
Si chiama un estraneo dopo l’altro. Si bada che non siano stati troppo a scuola. Gli si fa leggere a alta voce. Si guarda se hanno inteso quello che volevamo dire. Si accettano i loro consigli purché siano per la chiarezza. Si rifiutano i consigli di prudenza.

Wikipedia “before it was cool”, nel 1967.

È proprio l’algoritmo a essere impazzito?

Sunday, 22 September 2019 16:26 UTC

Certo, gli algoritmi possono essere scritti male e dare risultati del tutto sbagliati e perniciosi.. Ma proviamo a non personificarli.

Scuola, trasferimenti di 10mila docenti lontano da casa. Il Tar: L’algoritmo impazzito fu contro la Costituzione”
eh sì, povera Costituzione…

La colpa? È come al solito “dell’algoritmo impazzito”. Così scrive la Repubblica raccontando dell’ultima sentenza del Tar del Lazio a riguardo dell’assegnazione delle cattedre ai vincitori del concorso scolastico nel 2016. A dire il vero non sono riuscito a trovare il testo della sentenza (per i curiosi, dovrebbe essere la 06606/2019 della terza sezione bis del Tar del Lazio), e la mia sensazione è che in realtà quello scritto da Repubblica sia una silloge di varie sentenze sul tema, visto che la sentenza principale arriva a fine maggio. Ma non è questo il punto importante: quello che mi preoccupa è leggere affermazioni, presumo scritte da periti (cioè “esperti”), che non stanno né in cielo né in terra. Ecco alcune di queste affermazioni con i miei commenti. Una precisazione: io sono convinto che quell’algoritmo fosse malfatto. Ma sono anche certo che le ragioni addotte per cassarlo giuridicamente non abbiano senso. Vediamo come alcune delle frasi riportate da Key4biz — che sono prese da una sentenza precedente, la n. 9224/2018 che deve semplicemente essere stata confermata da quest’ultima — vengono lette da chi ha un po’ di conoscenza del tema. Cominciamo subito:

“[…] un procedimento amministrativo, ancorché difficile o complicato, non può essere devoluto ad un “meccanismo informatico o matematico del tutto impersonale e orfano di capacità valutazionali delle singole fattispecie concrete, tipiche invece della tradizionale e garantistica istruttoria procedimentale che deve informare l’attività amministrativa, specie ove sfociante in atti provvedimentali incisivi di posizioni giuridiche soggettive di soggetti privati e di conseguenziali ovvie ricadute anche sugli apparati e gli assetti della pubblica amministrazione.”

Traduciamo dal burocratese (particolarmente pesante, come capita spesso quando non si vuole che traspaia il vero significato): occorre che qualcuno decida il risultato finale. Se siamo buoni, potremmo pensare a una verifica che sia andato tutto bene: questo è sicuramente qualcosa che deve essere fatto, ma dubito che in quel caso fosse davvero fattibile. Spero che non ci sia il retropensiero “se ci sono delle persone che controllano, loro possono aggiustare quello che serve”. Ma pensateci: cosa diavolo sarebbero le “capacità valutazionali delle singole fattispecie concrete”? Detto in altri termini, quali sono le valutazioni che non possono proprio essere fatte da un algoritmo ma necessitano un giudizio umano? E in effetti, continuando a leggere, troviamo

“un algoritmo, quantunque, preimpostato in guisa da tener conto di posizioni personali, di titoli e punteggi, giammai può assicurare la salvaguardia delle guarentigie procedimentali che gli artt. 2, 6,7,8,9,10 della legge 7.8.1990 n. 241 hanno apprestato, tra l’altro in recepimento di un inveterato percorso giurisprudenziale e dottrinario…. gli istituti di partecipazione, di trasparenza e di accesso, in sintesi, di relazione del privato con i pubblici poteri non possono essere legittimamente mortificati e compressi soppiantando l’attività umana con quella impersonale, che poi non è attività, ossia prodotto delle azioni dell’uomo, che può essere svolta in applicazione di regole o procedure informatiche o matematiche. […]”

Beh, sì: un algoritmo farebbe molta fatica a leggere un testo del genere, mi sa. Ma non capisco quali siano i problemi per cui un algoritmo non possa assicurare la partecipazione (vengono eliminati a priori tutti quelli che non hanno un R nel loro cognome?), trasparenza (non vengono elencati i punteggi ottenuti dai vari candidati?) e l’accesso (ci vuole una password per vedere i risultati?). Ma proseguiamo.

“non è conforme [alla Costituzione e alla legge sulla semplificazione normativa] […] affidare all’attivazione di meccanismi e sistemi informatici e al conseguente loro impersonale funzionamento, il dipanarsi di procedimenti amministrativi, sovente incidenti su interessi, se non diritti, di rilievo costituzionale, che invece postulano, onde approdare al corretto esito provvedimentale conclusivo, il disimpegno di attività istruttoria, acquisitiva di rappresentazioni di circostanze di fatto e situazioni personali degli interessati destinatari del provvedimento finale, attività, talora ponderativa e comparativa di interessi e conseguentemente necessariamente motivazionale, che solo l’opera e l’attività dianoetica dell’uomo può svolgere.”

Lo confesso. Ho dovuto aprire il De Mauro per scoprire cosa significasse “dianoetico”. Cosa volete, Ron Hubbard non mi ha mai detto molto. Ad ogni buon conto, il De Mauro snocciola “agg. TS filos. — discorsivo, razionale”. Insomma, l’essere umano è un animale razionale, lo diceva già Aristotele; l’algoritmo no, e infatti Aristotele nulla affermò al riguardo. Ma poi quali sarebbero le “situazioni personali” di cui si parla? Un banale “tengo famiglia”? Offerte che non si possono rifiutare? Una consapevolezza olistica? Io ero convinto che — pur con tutte le difficoltà oggettive possibili — un concorso dovrebbe essere il più asettico possibile, perché si cercano le persone migliori. Invece a quanto pare non è così. Il “funzionario persona fisica […] deve seguitare ad essere il dominus del procedimento stesso”. Qui in realtà c’è il primo punto condivisibile della sentenza: il funzionario-dominus infatti deve operare

“all’uopo dominando le stesse procedure informatiche predisposte in funzione servente e alle quali va dunque riservato tutt’oggi un ruolo strumentale e meramente ausiliario in seno al procedimento amministrativo e giammai dominante o surrogatorio dell’attività dell’uomo.”

Su questo invece non c’è nulla da eccepire, a parte l’ampollosità della prosa. Se tu, umano funzionario, non capisci un tubo di come funziona l’algoritmo che stai usando allora non stai facendo bene il tuo lavoro. Qui si apre un mondo totalmente diverso, però! Non entriamo nel merito degli algoritmi di deep learning il cui funzionamento dettagliato è inconoscibile persino da chi li ha sviluppati, e per cui ci vorrebbe un saggio a parte. Il caso in questione è infatti molto più semplice, per fortuna, e si suppone che l’umano funzionario, in qualità di animale ragionevole, possa comprendere il funzionamento dell’algoritmo. Se non ci riesce di chi è la colpa? Il tutto naturalmente a meno che il suddetto non debba semplicemente verificare a mano che le decine di migliaia di vincitori fossero stati assegnati ai posti corretti, a meno che non si chiami Marco Bussetti. Beh, no, questa è cattiveria. Se leggete l’intervista vedete che Bussetti ha dato gli onori a una funzionaria del ministero.

Ma seriamente il punto è un altro. Se la storia raccontata dall’ex ministro è vera, che l’algoritmo fosse bacato era evidente a chiunque, e pertanto bene ha fatto il Tar ad annullare i risultati della procedura e stigmatizzare chi ha preso i risultati e li ha inviati senza nemmeno dare loro un’occhiata. E non poteva allora dire semplicemente questo? Evidentemente no. Occorreva personificare l’algoritmo in modo da dare la colpa, o almeno un concorso di colpa, ad esso. Perché sono gli algoritmi a impazzire, non i programmatori che non li sanno scrivere e correggere o i funzionari che non hanno voglia di vedere cosa è successo. Troppo facile così. Alla fine è più onesta la chiusa dell’articolo di Repubblica: «A questo baco [dell’algoritmo che premiava la geografia] si sarebbero aggiunti, poi, diversi errori nell’immissione dei dati. Errori umani, non solo orwelliani.» Appunto. È troppo facile nascondersi dietro l’algoritmo per non tirare fuori le vere colpe, in questo caso di chi l’ha scritto e di chi (non) l’ha testato…

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Alessandro Baricco e il suo Game

Wednesday, 29 May 2019 02:16 UTC

Uno sguardo molto personale alla filosofia di Baricco nascosta all’interno del suo ultimo saggio

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Baricco avrà cominciato a giocare a Space Invaders, io sono più anzyano e parto da Pong. (Immagine: Wikimedia Commons, File:Pong.png)

Ho deciso di leggere l’ultimo libro di Baricco. Avevo saltato I barbari, esattamente come ho saltato tutta la sua produzione editoriale. In realtà leggevo la rubrica che teneva sulla Stampa qualche decennio fa, e ai tempi avevo stabilito che mi era bastata questa esposizione. Succede però che il tema di The Game si intreccia con altre cose su cui sto cercando di trovare una quadra. È vero che “ars longa, vita brevis”, come diceva (in greco) Ippocrate e dice (in latino) Douglas Hofstadter; però è anche vero che non è bello eliminare pregiudizialmente qualcosa, e quindi ho pensato di dedicare qualche ora della mia vita a vedere come Baricco ha voluto trattare il tema. (Spoiler: pensavo molto peggio. Non consiglierei il libro come unica voce in capitolo, ma vale la pena di leggerlo se si ha già un’idea di quello di cui si parla: se lo si prende senza preconcetti, si scopre che non tutto quello che diamo per scontato è vero).

Qui però non voglio parlare tanto del contenuto del libro — una mia recensione più o meno decente la trovate qua — quanto piuttosto della “baricchitudine”. Mi interessa insomma raccontare come io ho decodificato il suo pensiero, perché ci sono varie cose che secondo me rimangono nascoste. Per prima cosa, Baricco scrive dannatamente bene. Su questo non c’è storia. Le sue frasi si snocciolano senza sforzo, e il lettore plana amabilmente su di esse senza sforzo alcuno. (Sono molto invidioso, sì). Questo è bellissimo, ma nel caso di un saggio c’è un piccolo problema: il lettore in questione si beve tutto senza porsi alcuna domanda sulla verità di quanto scritto. Come sappiamo bene, una bugia ben proposta funziona meglio di una verità nuda e cruda. Sto dicendo che Baricco ha scritto una serie di fregnacce? No. Ne ha scritte, intendiamoci: ma andando avanti nella lettura mi sono accorto che spesso — qualche decina di pagine dopo quello che avevo rubricato come cazzata — Baricco scriveva esattamente l’opposto. L’idea che mi sono fatto è che è una palla che lui abbia scritto il libro buttando giù man mano il testo. Lì dietro c’è un lavoraccio, e la cosa mi fa incavolare ancora di più, perché sono convinto che lui abbia messo apposta buona parte degli erroracci per far fare al lettore il giro che lui voleva. Non è bello. Verso la fine lo ammette anche tra le righe, anche se non ha il coraggio di dire che i primi due capitoli sono in buona parte fregnacce e se ne esce con “è preistoria” con il consiglio di non rileggere quel testo.

Baricco è un filosofo: quindi per lui il Game ha una filosofia sottostante. Io non sono filosofo e anzi sono sempre stato una capra in filosofia: però non mi bevo il suo professarsi cartesiano con tanto di esempi, e preferisco fermarmi alla lettera. Il Game è Movimento — lo dice lui — quindi è eracliteo. Il problema è che se si parte da questo assunto occorre portarlo avanti coerentemente, cosa che Baricco del resto fa. Questo va benissimo quando concludi che la caratteristica fondamentale di questi “oltremondi” digitali sia la velocità e la leggerezza, che fanno portare a galla l’essenza delle cose anziché nasconderla in fondo come fa il nostro mondo analogico. (“Analogico” e “digitale” sono traduzioni mie, Baricco non usa mai questa terminologia, e anche questo secondo me è un segno: vuole spostare il terreno di gioco, e per farlo coglie una caratteristica diversa da quella tipicamente usata. Ottima mossa, perché costringe il lettore a rivedere tutti i suoi pre-giudizi). Questo però va molto meno bene quando decide di rinominare la post-verità “verità-veloce”, definendola come «una verità che per salire alla superficie del mondo — cioè per diventare comprensibile ai piú e per essere rilevata dall’attenzione della gente — si ridisegna in modo aerodinamico perdendo per strada esattezza e precisione e guadagnando però in sintesi e velocità». Baricco scrive molto meglio di me, ma il concetto è lo stesso che ho scritto nel capoverso precedente: «una bugia ben proposta funziona meglio di una verità nuda e cruda». L’esempio che fa, quello dei “vinili che hanno venduto più del digitale”, è paradigmatico: usa varie pagine per mostrare come quell’affermazione sia l’equivalente delle barzellette su Radio Erevan, perché quello che è successo è che nel Regno Unito in una specifica settimana le vendite di vinile hanno superato il fatturato della pubblicità collegata al download gratuito in digitale, e conclude che sì, la frase non rappresenta i fatti, ma permette però di scoprire tante cose. Palle. Le cose le scopri solo se stai ancora pensando come una persona pre-Game e vai a sfrucugliare. Anche la sua affermazione che in fin dei conti il termine “post-truth” esisteva già nei casi delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e nel doping di Armstrong non funziona: nel secondo caso non è nemmeno post-verità ma semplice negazione, e ai tempi della scenetta di Colin Powell il termine era stato usato una sola volta dieci anni prima in un libro che non era stato filato praticamente da nessuno. (Il secondo libro, che aveva anche il termine nel titolo, uscì l’anno successivo, e fu comunque filato poco).

Questa difesa baricchiana della post-verità, che funziona indipendentemente dai fatti, ha ovviamente una sua origine ben precisa, che si riassume in una parola: narrazione. (“Storytelling”, se siete molto anglofoni. Però questo è uno dei pochi casi in cui il termine italiano è riuscito a mantenere una certa qual forza). Baricco è un campione di narrazione, per negarlo occorre avere davvero una bella faccia tosta. Ha anche ragione quando afferma che non è necessario partire dai fatti per ottenere una bella narrazione: millenni di epica dovrebbero averlo reso chiaro. Però non può incrociare i flussi e applicare al mondo gli stessi schemi di un oltremondo ante litteram qual è la narrativa! Ok, l’ha fatto, e sono ragionevolmente certo che giocasse sul fatto che non se ne sarebbe accorto nessuno, né tra i suoi fan che si sarebbero bevuti tutto né tra i detrattori che invece l’avrebbero stroncato a priori e quindi senza un vero confronto sul testo. Ecco: forse questa sì che è verità-veloce!

Un’ultima nota, tecnica ma anche personale. Baricco ha cinque anni più di me, quindi siamo praticamente della stessa generazione. Però abbiamo vissuto una vita diversissima. È vero che io non sono un nativo digitale, ma sono attaccato a una tastiera da quando avevo quindici anni: faccio quasi parte del gruppo dei pionieri del digitale — attenzione: non dell’élite di cui lui parla: al più, esagerando, dei tecnici nascosti dietro le quinte . Baricco ha fatto un bel lavoro per entrare “da vecchio” nell’oltremondo: ma qualcosa rimane sempre. Ho sorriso quando ho letto «È la postura in cui sto scrivendo questo libro. [Non quella in cui, probabilmente, lo state leggendo: onore al libro cartaceo, che ancora resiste a qualsiasi mutazione].» Stavo naturalmente leggendo il libro nella postura uomo-schermo, quello del furbofono dove ho la copia in formato ePub. Possiamo poi dibattere se la versione elettronica di questo libro sia o no una mutazione e se le note che ho preso sullo smartphone siano la stessa cosa di quelle che una volta si scrivevano a matita sulle pagine: però quell’inciso è la prova che forse non tutto è ancora così liscio come lui cerca di convincerci…

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È sempre colpa di Wikipedia

Thursday, 16 May 2019 10:58 UTC

Per esempio, Wikipedia non spiega che informazione e conoscenza sono due cose distinte.

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Informazione e conoscenza non sono necessariamente correlate (da https://en.wikipedia.org/wiki/File:DIKW_(1).png )

Grazie (?) ad Antonio Pavolini ho scoperto questo articolo di Linkiesta: «La generazione Wikipedia è ignorante. E vota politici ignoranti». Occhei: solito titolo acchiappaclic che poi viene declinato nel corpo dell’articolo con l’ormai onnipresente effetto Dunning-Kruger e la citazione di Wikipedia come simbolo del male. Di per sé nulla per cui varrebbe la pena passare una mezz’oretta a scrivere un commento, nemmeno per rimarcare come con ogni probabilità la gente non guardi nemmeno Wikipedia per farsi la propria opinione totale definitiva, ma prenda qualcosa di orecchiato qua e là. Come dicevo sopra, la parola “Wikipedia” è semplicemente usata come acchiappaclic.

C’è però un passaggio dell’articolo che a mio parere è molto più interessante per comprendere come l’intelligencija si ponga davanti alla cultura. Cito:

Sono questi gli effetti, anch’essi paradossali, dell’età dei social e di Wikipedia. La disponibilità immediata di informazioni a vantaggio di chiunque non ha portato, come si credeva, a un generale accrescimento della cultura e della capacità critica. Al contrario, ha favorito il conformismo e la chiusura intellettuale e ha reso disponibile non una conoscenza diffusa ma una nociva infarinatura un tanto al kilo.

Ecco. Una frase come quella mostra un fraintendimento tipico, di cui ho scritto con Paolo Artuso nel nostro Scimmie digitali. Perché mai avere più informazione dovrebbe portare a una maggiore cultura? Se la cosa vi pare sensata, provate a pensare alla quantità di informazione contenuta nei computer. Direste forse che essi siano acculturati? La piramide DIKW spiega molto bene il concetto. La conoscenza si basa sull’informazione, ma è separata da essa. Le informazioni sono i mattoni che noi dobbiamo prendere e assemblare per formare la nostra “casa della conoscenza”, più o meno sgarrupata a seconda delle nostre capacità e del materiale che troviamo. Ma i mattoni da soli non bastano: come minimo ci vuole della malta per tenerli insieme. Fuori di metafora, la malta è la nostra materia grigia che deve essere messa in moto per comprendere le informazioni che vediamo, confrontandole magari tra di loro per avere un’idea di quali probabilmente sono errate — per tutta una serie di ragioni, dal basarsi su dati errati all’essere state create apposta per confondere. Naturalmente azionare la materia grigia è sempre un’operazione costosa: semplicemente un tempo si tendeva a essere conformisti seguendo quello che diceva il prete o il segretario del partito, mentre adesso ci sono più conformismi tra i quali scegliere… no, il verbo “scegliere” non funziona bene, perché richiede comunque fatica. Meglio “prenderne uno”.

Quello che forse potremmo dire è un’altra cosa: che la generazione Wikipedia pensa di dover avere una propria opinione su tutto, cosa che in effetti in passato non capitava, o almeno non capitava pubblicamente. Ma anche su questo io ho dei dubbi. Mi pare che più che esprimere opinioni ci si limiti a rilanciare pedissequamente quello che si trova in giro e piace, dai gattini agli insulti contro Laura Boldrini, dalle frasi leziose in stile Baci Perugina alla foto della prima pagina del libro su Matteo Salvini. Non parlerei nemmeno di infarinatura di conoscenza, insomma: non si sta superando il livello “conoscenza”. Io sono pessimista e temo che dovremo convivere con questo nuovo modo di agire, ma in ogni caso la disponibilità o meno di informazioni è irrilevante in questo contesto. Cultura capacità critica, se proprio le volete, ve le dovete gestire da voi.

P.S.: L’articolo originale di Justin Kruger e David Dunning è del 1999: prima che nascesse Wikipedia, ma soprattutto prima che Internet diventasse così pervasiva. Non diamo proprio tutte le colpe alla rete.

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Un applauso ad Axel Voss

Wednesday, 27 March 2019 21:34 UTC
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Facciamo tutti un applauso al nostro caro amico Axel Voss (su forza, vi voglio sentire forte), che dopo anni di lavoro, ieri è riuscito a far approvare la sua tanto sognata direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale europeo!

Gli intenti della riforma non sono così malvagi: aveva lo scopo di riordinare il diritto d’autore in modo uniforme in tutta Europa, che però è stato già mancato perché si tratta di una direttiva e non regolamento, soggetta all’interpretazione dei singoli stati, che cambierà irrimediabilmente qualche cosa (piccola o grande) rispetto ai contenuti iniziali.

Wikipedia si è oscurata ben due volte contro la riforma, ma è servito solo a sensibilizzare l’opinione pubblica, perché il vero problema di questa riforma sono gli articoli 11 e 13 (ora hanno cambiato numerazione, ma non è importante). Wikipedia potrebbe esserne anche esclusa, ma il problema è costituito proprio dal contenuto di questi articoli. 

L’art. 13 parla di censura coff coff filtro preventivo per la verifica delle violazioni di copyright sulle piattaforme che contengono materiali caricati dagli utenti (in pratica è stata fatta per colpire Youtube, ma dato che Youtube questo tipo di filtro ce l’ha già e comunque non ha problemi a procurarsene uno, andrà a colpire solamente i provider più piccoli che non hanno a disposizione questo tipo di sistemi).

L’articolo da cui non si salva nessuno, neanche Wikipedia, è l’11. Non sono ancora riuscito a capire come abbiano fatto a sognarsi un’idiozia del genere, eppure siamo qui a discuterne, purtroppo. L’art. 13 parla di “link tax” e mira, praticamente, a chiedere una tassa ai servizi come Google News, pretendendo un pagamento per i piccoli, brevi estratti degli articoli giornalistici che vengono visualizzati. Ovviamente Google ci guadagna miliardi di miliardi di miliardi di euro su quei brevi snippet. Sono così tanti i soldi che guadagna che ha già chiuso Google News in Spagna (a causa di una legge simile approvata qualche tempo fa dal parlamento spagnolo) e spero che lo chiuda in tutta Europa, in modo che le lobby dell’editoria che hanno voluto questa riforma (perché, non illudiamoci, pressione c’è stata da entrambe le parti) possano raggiungere il loro scopo ed invece di riempirsi le tasche, si ritrovino con il -60% di visualizzazioni dei loro articoli. 

Ciò che spetta ai creatori dei contenuti deve essere assolutamente versato, ma questa è un’esagerazione da cui (al massimo, ma credo proprio no) guadagneranno pochi e guadagneranno poco, per perderci tutti insieme. 

Io ho già i popcorn pronti.


Che poi, dicono mercato unico digitale europeo, ma internet è mondiale…

Wiki Loves Monuments in Chiesa

Friday, 22 February 2019 18:21 UTC

Qualcuno (e ho in mente anche qualche nome) starà storcendo il naso leggendo questo titolo. Invece, è proprio così, la mostra di Wiki Loves Monuments ha fatto tappa presso la parrocchia Santissimo Sacramento di Bari.

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I ragazzi della parrocchia hanno fatto un lavoro splendido: non solo hanno allestito i pannelli senza chiedere nessun aiuto, ma hanno partecipato all’incontro di presentazione della mostra dimostrando di essere molto interessati all’argomento.

L’incontro è servito a due cose. La prima parte è stata dedicata a Wiki Loves Monuments, la seconda invece sul lato più morale che c’è dietro la filosofia dei progetti Wiki, parlando anche del valore del sentimento cristiano della condivisione che si può ritrovare in Wikipedia. Ha partecipato anche l’assessora alle politiche giovanili Paola Romano.

Il web non è cattivo. Internet ha usi buoni ed usi cattivi. Uno di questi usi, all’insegna della condivisione con gli altri, è Wikipedia e porta davvero giovamento a tutti. Il valore del tempo che si usa sul web è determinato da cosa effettivamente si fa e si possono fare cose molto cattive e molto buone.

Assessora Paola Romano

Tutto si è chiuso con una visita alla mostra, anche da parte dei parrocchiani, e la promessa di organizzare a Marzo un corso su Wikipedia per i ragazzi dalla 2ª media in poi. Non trovate che sia stupendo quando mondi che possono sembrare lontani si intrecciano?

Bari aderisce a Wiki Loves Monuments

Sunday, 17 February 2019 11:43 UTC

Nuntio vobis gaudium magnum, da febbraio 2019 l’amministrazione comunale cittadina aderirà al concorso Wiki Loves Monuments, rilasciando un’autorizzazione come previsto dal Codice dei Beni Culturali.

Sono tanti i monumenti che non possono partecipare al concorso a causa di queste limitazioni burocratiche. Da oggi, però, ci sono sessanta monumenti partecipanti in più. Eh, già! Mi toccherà inserire su Wikidata, il progetto che ospita i dati dei monumenti partecipanti e non al concorso, tutte le statue, i busti e gli altri tipi di monumenti censiti dal comune di Bari all’interno della catalogazione generale, andando ad individuare le coordinate e spesso anche l’indirizzo preciso di ogni singolo monumento.

Questi sacrifici però si possono fare, perché dal 2019 consentiranno alle bellezze della nostra città di essere diffuse nel mondo o almeno durante le mostre itineranti con il premio locale Puglia 😀

Speriamo anche che servano a convincere quelle cape toste (non è latino ma dialetto barese) del Polo Museale della Puglia a partecipare a questa bellissima iniziativa che dal 2012 diffonde il patrimonio culturale italiano a livello internazionale.

Nel frattempo il buon Afnecors ha disegnato il nuovo logo di Wiki Loves Puglia.

Direttiva europea sul copyright: fatti e opinioni

Tuesday, 10 July 2018 19:12 UTC

Smontiamo un po’ di luoghi comuni

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Copywrong, di GDJ — https://openclipart.org/detail/219802

Ora è terminato tutto il cancan sulla votazione all’Europarlamento per decidere se la direttiva per il copyright sul mercato unico digitale era a posto così e pronta per il trilogo, oppure sarebbe stato opportuno discuterla in plenaria. È arrivato forse il momento di mettere qualche puntino sulle i, presentando i temi del contendere in modo spero chiaro. Ho scelto esplicitamente di separare la prima parte (i fatti, scritti nel modo più neurto possibile) dalle mie opinioni, che sono personali e non necessariamente condivisibili. In questo modo spero possiate farvi un’idea un po’ più chiara dei temi della contesa.

Cominciamo da una premessa, anzi due. È doveroso che il lavoro creativo sia giustamente rimunerato: nessuno tra coloro che hanno espresso il loro parere contrario alla direttiva afferma che si può copiare liberamente materiale prodotto da altri senza il loro esplicito permesso (ed eventualmente pagando i diritti d’autore: sono due cose distinte). In generale, quando parliamo di copyright ammettiamo implicitamente che ci debba essere stato lavoro creativo. Ricordo però che almeno in Italia gli autori non hanno quasi mai il copyright sulle proprie opere. Se non ci credete, prendete un libro, un disco o un film e vedete cosa c’è scritto vicino alla ©. Naturalmente il titolare dei diritti (quello dopo il ©, appunto) paga l’autore per avere il diritto di pubblicare l’opera: sono le royalties, il compenso per la cessione dei diritti economici d’autore (per la legge italiana, i diritti morali — vale a dire la cosiddetta proprietà intellettuale — è inalienabile). E anche nel caso in cui i diritti siano pagati a forfait una volta per tutte e non in percentuale sugli acquisti, è vero che se l’editore non guadagna abbastanza poi non potrà più pubblicare; quindi in futuro ci perderà anche l’autore. Ricordiamoci però che non è vero che il copyright è degli autori. Ah: ricordiamoci anche che “copyright” è una parola ombrello, e ci sono tantissimi diritti, economici e no, che possono essere gestiti ognuno separatamente. In Italia per esempio il diritto morale — quello che dice “quest’opera è mia” — è inalienabile: la proprietà intellettuale rimane a te e basta. Invece in teoria uno potrebbe cedere a un editore i diritti per la pubblicazione della propria opera in versione cartacea ma non elettronica, oppure tenersi quelli per un’eventuale trasposizione cinematografica o teatrale (tecnicamente “opere derivate”; anche la traduzione lo è, il che significa che non si può tradurre un libro senza che il detentore dei diritti sia d’accordo).

Passando agli articoli della direttiva, notiamo che rispetto alla sua formulazione iniziale è stata rimossa l’eliminazione di un diritto di copyright. Il cosiddetto diritto di panorama dà la possibilità a tutti (e quindi toglie al creatore dell’opera il copyright relativo) di fotografare monumenti e palazzi sulla pubblica via e fare un uso commerciale di queste foto (gli usi personali erane già ammessi). Ora il diritto di panorama è possibile solo in alcune nazioni europee — l’Italia non è uno di questi; inizialmente era stato concesso, nel testo finale non se ne parla piú. L’articolo 11 invece aggiunge un nuovo diritto di copyright (“ancillary copyright”). Lo spirito della direttiva è che un aggregatore di notizie (si prendono titolo e un pezzetto di testo su un certo tema da più fonti) cadrebbe sotto il copyright di chi ha scritto le notizie originali, anche se ciascuno dei vari pezzi può essere usato singolarmente per il diritto di citazione. In informatica esiste già qualcosa di simile, i diritti sulle basi di dati, cioè sul lavoro fatto da chi ha messo insieme un certo numero di informazioni in modo creativo. Ricordo comunque che gli articoli presenti nell’aggregatore non possono già ora contenere il testo originale completo o comunque oltre il diritto di citazione perché in tal caso si violerebbe il copyright, e che il semplice hyperlink — la stringa che comincia con http:// e che una volta cliccata porta al sito remoto — sarebbe rimasto liberamente usabile. Infine l’articolo 13 non modifica la normativa sul copyright: ciò che è lecito o vietato continuerebbe a esserlo allo stesso modo. Quello che cambia è il modo in cui il copyright viene verificato. Ora lo è a posteriori: se io titolare di copyright trovo che tu sito hai un’opera sotto copyright ti ordino di toglierla. Con la direttiva sarebbe stato per default a priori: chi riceve dei contenuti deve verificare preventivamente che non siano sotto copyright, stringendo accordi con i vari detentori di diritti. La regola avrebbe previsto varie eccezioni, tra cui Wikipedia e GitHub, anche se la sua formulazione non era così chiara: Wikipedia è sì un progetto non-for-profit ma permette l’uso commerciale del materiale in essa contenuto, e quindi non è detto che l’eccezione sarebbe stata valida.

Fin qui i fatti. Spero che su di essi possiamo tutti essere d’accordo. Da qui in poi arrivano le mie opinioni, che potete accettare o no ma vi prego di leggere lo stesso. Cominciamo dal fondo, cioè dall’articolo 13. Ho forti dubbi che un controllo a priori funzioni su tutto il materiale sotto copyright, a meno naturalmente che si parli di Google che si memorizza tutto e se lo tiene in pancia. Come è possibile per un piccolo titolare di copyright fare accordi con tutti i siti che accettano file caricati dagli utenti? Consegna il materiale preventivamente, sperando che non vada in giro? (No, non basta avere una firma digitale sui contenuti. Basta sostituire un singolo frame del film oppure aggiungere un decimo di secondo di silenzio o ancora modificare leggermente la copertina per avere una checksum diversa senza modificare in pratica il contenuto). Viene chiesto di fare un controllo sui metadati? Vale la stessa cosa che ho detto qui sopra: semplicemente i motori di ricerca per recuperare i file piratati (ce ne sono, ce ne sono…) mostreranno anche i file che hanno leggere variazioni sul nome. Si chiederà ai piccoli siti di pagare Google per il servizio di controllo copyright? Spero proprio che non si voglia dare loro i soldi per pagare la Google Tax. Resto insomma dell’idea che sarebbe molto meglio far funzionare meglio la regolamentazione attuale a posteriori. Se io con un semplice Google Alert trovo ogni settimana nuovi siti che hanno una copia piratata dei miei libri, che ci vuole a un editore per fare la stessa cosa? Un’ultima cosa: immagino che i nostri giornali elimineranno tutte le foto “prese da Internet” nelle loro gallerie, il che in effetti non sarebbe un male… oppure pagheranno Facebook per il diritto di usare il nostro materiale. Ho controllato le condizioni d’uso: «Quando l’utente condivide, pubblica o carica un contenuto coperto da diritti di proprietà intellettuale (ad es. foto o video) in relazione o in connessione con i nostri Prodotti, ci concede una licenza non esclusiva, trasferibile, conferibile in sottolicenza, non soggetta a royalty e globale per la trasmissione, l’uso, la distribuzione, la modifica, l’esecuzione, la copia, la pubblica esecuzione o la visualizzazione, la traduzione e la creazione di opere derivate dei propri contenuti». Se non lo sapevate, sapevàtelo. (Se volete il mio parere, le frasi in grassetto non dovrebbero esserci. Ma visto che ci sono mi guardo bene dal pubblicare su Facebook qualcosa che valga davvero la pena. Per quanto riguarda questo specifico post, l’ho lasciato apposta con una licenza libera che permette anche l’uso commerciale, quindi non ci sono problemi di sorta.)

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Ah già, questa non era la direttiva contro le fake news, quindi un testo come questo non sarebbe comunque stato toccato

Per l’articolo 11, io ritengo idiota che una raccolta automatica di brani di news senza nessuna creatività — è fatta automaticamente, in fin dei conti… — sia considerata un’opera protetta da copyright e quindi si vogliano chiedere soldi a Google News. Presumo che a questo punto Google farebbe come in Spagna e saluterebbe tutti, ma questo non è un mio problema. Detto questo, non ho nulla in contrario a priori al fatto che gli editori cerchino di farsi dare qualche soldo dagli Over The Top per concedere loro il privilegio di mandare traffico verso i loro siti. Sappiamo tutti che lo spirito della direttiva era questo. Bene. Allora scrivete questa direttiva in modo più specifico, e soprattutto indicando specificatamente cos’è un aggregatore di notizie e non dicendo “non si può fare nulla tranne queste nostre benigne eccezioni” (vedi il testo dell’articolo 13). Per quanto mi riguarda un aggregatore (a) contiene qualcosa in più di titolo e catenaccio della notizia stessa — quindi tutti i giornali che vivono di clickbait possono tirare un sospiro di sollievo — e (b) non contiene un testo originale. Quest’ultima parte serve per distinguere una rassegna stampa di approfondimento (per me ok) da una mera raccolta (che è sì fuori copyright, ma per cui gli editori possono chiedere soldi all’aggregatore). Poi resto dell’idea che se Google e amici dessero metadati invece che soldi saremmo tutti più felici, ma questa è un’altra storia.

Resta il punto più spinoso e proprio per quello generalmente messo sotto il tappeto dai media: il diritto di panorama. Io non riesco davvero a capire perché se c’è un edificio pubblico che tutti possono vedere mentre passano per la strada non sia possibile fotografarlo, quindi farne un’immagine a scopo didascalico e non artistico, senza il permesso di chi ha progettato quell’edificio. Come direbbe Magritte, “Ceci n’est pas un palais”, non foss’altro che perché è a due dimensioni e non tre —è qualcosa di diverso da un modellino, tanto per dire, e la foto ha comunque un contesto. Eppure non è così. Bontà loro, i nostri governanti al momento permettono le foto senza fini di lucro, di cui però Wikipedia non se può fare nulla. Altre nazioni sono molto più generose e ammettono il diritto di panorama, anche se a dire il vero l’europarlamentare Jean-Marie Cavada e i suoi amici avevano già tentato nel 2015 di abolirlo ovunque nell’UE, per evitare «che i monopoli americani come Facebook e Wikimedia sfuggano al pagamento dei diritti ai creatori» (lo ha detto lui, al limite potete lamentarvi della mia traduzione fatta ad occhio senza che io parli francese). Detto in altri termini, il concetto di diritto d’autore per queste persone è qualcosa del tipo “se vuoi regalare il tuo lavoro creativo, fa’ pure, non te lo impediamo; ma devi avere la possibilità di impedire qualunque riuso anche indiretto del tuo materiale senza che ti paghino per il disturbo”. Il mio concetto, e credo quello della maggior parte dei wikipediani, è “il lavoro creativo è sacro, ed è giusto che chi lo faccia abbia il diritto di farsi pagare per il riuso; ma la documentazione del lavoro creativo dovrebbe essere libera per chiunque, e se qualcuno riesce a farci dei soldi buon per lui”. (Nota a margine: Arnaldo Pomodoro ha dato a Wikipedia una licenza esplicita per postare immagini di una qualunque sua opera esposta in un ambiente pubblico. Presumo che abbia compreso che è tutta pubblicità). Per la cronaca, il concetto degli Over The Top dovrebbe essere qualcosa tipo “regalaci il tuo materiale: a te non serve, ma noi sappiamo come farci dei soldi su, soldi che ci teniamo tutti noi”.

Se siete arrivati fin qui, dovrebbe esservi chiaro che il problema per me non è il concetto copyright, ma la sua applicazione attuale, che non è più a favore dell’autore salvo in pochi casi eccezionali. Sarebbe per esempio interessante sapere quanti iscritti alla SIAE ricavino più di 13000 euro l’anno (mille al mese più tredicesima, come un operaio specializzato) di royalties. Il guaio è che la narrazione è nelle mani di chi in effetti sul copyright ci guadagna eccome, anche se autore non è, e quindi non vuole che si stia a pensare a cosa succede davvero. Ecco, cercate invece di azionare il cervello.

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Wikipedia, l’enciclopedia libera, si è auto-oscurata nella sua edizione italiana per protestare contro la riforma del copyright nel mercato unico digitale europeo

Il 5 luglio 2018 il Parlamento europeo in seduta plenaria deciderà se accelerare l’approvazione della direttiva sul copyright. Tale direttiva, se promulgata, limiterà significativamente la libertà di Internet.

Anziché aggiornare le leggi sul diritto d’autore in Europa per promuovere la partecipazione di tutti alla società dell’informazione, essa minaccia la libertà online e crea ostacoli all’accesso alla Rete imponendo nuove barriere, filtri e restrizioni. Se la proposta fosse approvata, potrebbe essere impossibile condividere un articolo di giornale sui social network o trovarlo su un motore di ricerca. Wikipedia stessa rischierebbe di chiudere.

La proposta ha già incontrato la ferma disapprovazione di oltre 70 studiosi informatici, tra i quali il creatore del web Tim Berners-Lee (qui), 169 accademici (qui), 145 organizzazioni operanti nei campi dei diritti umani, libertà di stampa, ricerca scientifica e industria informatica (qui) e di Wikimedia Foundation (qui).

Per questi motivi, la comunità italiana di Wikipedia ha deciso di oscurare tutte le pagine dell’enciclopedia. Vogliamo poter continuare a offrire un’enciclopedia libera, aperta, collaborativa e con contenuti verificabili. Chiediamo perciò a tutti i deputati del Parlamento europeo di respingere l’attuale testo della direttiva e di riaprire la discussione vagliando le tante proposte delle associazioni Wikimedia, a partire dall’abolizione degli artt. 11 e 13, nonché l’estensione della libertà di panorama a tutta l’UE e la protezione del pubblico dominio.

https://meta.wikimedia.org/wiki/SaveYourInternet

La comunità italiana di Wikipedia

Questo è il testo integrale del comunicato, unica pagina visibile su Wikipedia in lingua italiana. Tutto quanto viene riportato è a parere non solo mio veritiero (checché ne dicano gli editori) e l’unica cosa da fare è agire per evitare che tutto il web subisca gravi danni. Proposte come la link tax hanno creato solo danni ovunque siano state approvate.

È possibile dunque contattare il proprio rappresentante all’europarlamento e far sentire la propria voce e la propria opinione.

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Aggiornamento: Ecco come hanno votato i vari europarlamentari.

Il grande giornalismo d’inchiesta

Tuesday, 8 May 2018 07:42 UTC

Tutto pur di pubblicare qualcosa di diverso

Ieri Valentino Di Giacomo ha scritto sul Mattino, vale a dire uno tra i principali quotidiani italiani, un articolo il cui incipit è

«Angelino Sempreinpiedi», ministro dei record. Il titolare della Farnesina, Alfano, con 1836 giorni consecutivi alla guida di un dicastero comanda infatti questa particolare classifica nella storia della Repubblica italiana. Mai nessuno ci era riuscito per così tanti giorni.

Come capita spesso nel Belpaese, gli altri giornali si sono affrettati a copiare la notizia, perché vuoi mica rimanere dietro gli altri e perdere preziosi lettori: ecco così Il Giornale, TGCom, Tiscali News, Il Fatto Quotidiano, HuffPost, TodayTPI

Quest’ultimo in realtà non deve fare parte di questa lista della vergogna: è l’unico infatti il cui redattore ha azionato il cervello e ha specificato “della seconda Repubblica”. Vi ricordate del divo Giulio? Andreotti è stato ministro nei seguenti governi (courtesy of Wikipedia, naturalmente):

Totale: 4909 giorni consecutivi (4910 se contiamo anche l’ultimo), di cui 2565 consecutivi allo stesso ministero. (Angelino è passato dagli Interni agli Esteri con Gentiloni).

Tra l’altro, già l’anno scorso Salvo Toscano sul Foglio scriveva

Due certezze in questi anni: Alfano e la sua poltrona. Sempre al governo, ministro più longevo della Repubblica.

La mia domanda a questo punto è molto semplice. Abbiamo un certo numero di italici giornalisti che non è capace di fare quello che sarebbe il suo mestiere, cioè scrivere notizie non dico importanti ma almeno suffragate da dati nemmeno poi difficili da trovare, oppure siamo solo di fronte a un banale caso di piaggeria nei confronti di Angelino Alfano?

P.S.: mi segnalano che già venerdì scorso, su Propaganda Live (trasmissione de La 7) era stato segnalato questo “record”. Ci sarà bene un motivo perché da anni io non mi fido di qualunque cosa venga raccontato dai nostri media: per fortuna non sono un complottista e non credo che sia tutto un diabolico piano per rimbesuire i cittadini. Lo sono già lo stesso.

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