Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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martedì 24 marzo 2026

Vanno tutti a sbattere contro un referendum (ma perché?)

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Il risultati di questo referendum erano così ampiamente prevedibili che li avevo preveduti persino io, due anni fa, quando ancora non si sapeva su cosa si sarebbe fatto il referendum: e però sembrava inevitabile che il Centrodestra ne organizzasse uno, e ci andasse a sbattere (ma perché?) Poi lo confesso, man mano che ci si avvicinava alla scadenza, e per molto tempo sondaggi e analisti sembravano dar ragione ai meloniani, anch'io ho dubitato: del resto mica sono un professionista. E questa è forse la cosa più interessante: che anche stavolta si sono sbagliati i professionisti. 

Se ne deducono alcune leggi empiriche sugli ultimi 15 anni di postberlusconismo (2011-2016), ovvero:

1) Chi si trova al governo dopo aver più o meno vinto una consultazione elettorale, cercherà dopo qualche tempo di ottenere un'ulteriore investitura popolare, mediante un voto che dovrebbe trasformarsi in un plebiscito: Renzi col referendum del 2016, Salvini facendo cascare il governo al Papeete nel 2019, Meloni nel 2026.

2) Tutti questi plebisciti falliscono, più o meno clamorosamente.

3) Gli esperti, i consulenti, i politologi, i sondaggisti... sono sempre tutti convinti che questi plebisciti siano una buona idea – finché non si accorgono che non lo è, ma sempre troppo tardi.

Tutti questi in fondo non sono che corollari dell'unica vera regola non scritta ma inossidabile del quindicennio postberlusconiano: (4) i leader ballano una sola stagione, e neanche tutta. Si scaldano nell'angolo mentre il leader precedente viene suonato al tappeto; irrompono pieni di fresca energia; cercano di reggere i colpi ma di solito non arrivano a fine legislatura (Meloni sarebbe la prima). Non ce l'ha fatta Grillo, non ce l'ha fatta Renzi (il più arrembante e incosciente, non aveva nemmeno vinto un'elezione legislativa), non ce l'ha fatta Salvini, non ce l'ha fatta Conte (che è quello che fin qui ne è uscito con le ossa meno rotte). Il potere logora chi ce l'ha, come per altro è giusto che sia in un periodo recessivo. È una regola abbastanza evidente, eppure ancora nessuno l'accetta. Nessuno che la politica la osservi e la commenti di professione; nessuno che la giochi ai massimi livelli. E ancora, perché? Cosa illude il leader di turno di poter sconfiggere il banco, anche quando ha numeri inferiori al precedente?

Potrebbe essere l'ombra lunga di Berlusconi? Magari non riescono a capire che lui non era un semplice personaggio, ma un uomo di potere, con interessi ben più concreti e ramificati. Berlusconi sì, sopravvisse a tante sconfitte elettorali, e non per qualche sua innata qualità, ma perché possedeva tutti i media necessari a restare sulla cresta dell'onda anche quando perdeva. E quindi, dopo tanti anni, e a Berlusconi apparentemente morto e sepolto, il problema sarebbe ancora lo stesso: non aver compreso in cosa consistesse il conflitto d'interessi. Renzi, Salvini, Meloni, devono essersi convinti che la longevità di Berlusconi dipendesse da una misteriosa unione empatica con gli italiani, e non dal mero controllo dei mezzi di propaganda. Ne deducono che questa unione empatica sia alla loro portata: basterebbe mettere gli italiani al muro, costringerli a scegliere tra loro e tutti gli altri. Messi al muro, gli italiani scelgono tutti gli altri. Berlusconi era un leader/boss: dopo di lui abbiamo visto dei leader/personaggi molto più volatili, sui quali i gruppi di potere (ma anche i semplici elettori) puntano finché danno una certa sensazione di novità – che dura al massimo quei due o tre anni, dopodiché ci sarà senz'altro qualcosa di nuovo e più interessante. 

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Da Wikipedia, i sondaggi sul referendum, mannaggia a chi li paga. 

Tutto chiaro, no? A me sembra molto chiaro. E allora perché ci cascano? Prendi ad esempio Giorgia Meloni. Non è che dovesse fare una cosa molto complicata: si trattava di contare i voti che stava prendendo. Non le percentuali – che finiscono sempre per illuderti: i voti secchi. Ci ricordiamo tutti che Giorgia Meloni vinse le elezioni del 2022. Secondo alcuni le stravinse. Quegli alcuni guardavano le percentuali. Il centrodestra guidato da Giorgia Meloni, nel 2022, prese dodici milioni di voti. Sono tanti? PD e M5S, che correvano separati, non arrivarono insieme a undici. Ecco. 

A quel punto Giorgia Meloni doveva porsi il problema: ne prenderò mai di più? O ne prenderanno gli altri? Perché ad esempio, nel 2018 il Centrodestra ne aveva presi sempre dodici milioni (persino quattrocentomila in più); PD e M5S, invece, ne avevano presi rispettivamente undici e otto. Bene. Dunque tra 2018 e 2022 cos'era successo? Che molta gente aveva smesso di votare PD e M5S. Com'era ampiamente prevedibile, considerato che PD e M5S avevano condiviso le maggiori responsabilità di governo (peraltro durante una pandemia gravissima). Questa disaffezione non aveva portato molti più voti al Centrodestra: questo Giorgia Meloni aveva tutti i dati per capirlo. Se voleva aumentare il suo bacino elettorale, doveva inventarsi qualcosa. Ma quando si è al governo è molto più difficile, no? 

Un anno fa, i più se lo saranno dimenticati, ci fu un referendum abrogativo che fu definito un "disastro" per il Centrosinistra: in effetti non fu raggiunto il quorum – com'era scontato che succedesse – e però più di dodici milioni di elettori votarono per abrogare leggi promosse e difese dal Centrodestra. Esatto, proprio dodici milioni. La stessa cifra che fin qui Giorgia Meloni non è riuscita a superare. Probabilmente in quell'occasione tramontò l'idea di un referendum sul premierato – una riforma troppo personalizzata – e però un referendum costituzionale andava fatto comunque, è come un impulso incontrollabile, una specie di bomba a orologeria innestata in ogni maggioranza di governo: e così siamo arrivati al referendum di ieri. Ora, lasciate stare le percentuali. Contate i voti secchi. Quanti voti ha preso il Sì, ieri?

13.251.848

Quindi ce l'ha fatta! Giorgia Meloni è riuscita a superarsi! Certo, bisogna anche calcolare i centristi che ufficialmente non si candideranno mai con lei (pronti a diventare una stampella non appena ce ne fosse la necessità) e persino certe frange di M5S e PD. Però, insomma, Giorgia Meloni dovrebbe avere più di dodici milioni di elettori dalla sua parte.

Il PD e il M5S ne hanno quindici. 

Fine.

Questa è l'unico risultato che andrebbe discusso – per quanto vada contro la narrazione che tutti abbiamo deciso di farci, di un Centrodestra invincibile che dovrebbe aver conquistato il cuore degli italiani: no. Dal 2016 al 2022, ha perso dei voti. Dal 2022 al 2026, non sembra averne recuperati. Gli avversari sì. Ora, è ben vero che nei prossimi mesi tutto può succedere: ma cosa può succedere che renda Giorgia Meloni più popolare di quanto lo era nel 2022, all'opposizione? Se Trump davvero fa la pace, e la benzina crolla di schianto, e non avvengono disastri naturali, e nessun altro sottosegretario si fa beccare in società con un camorrista, forse, dico forse... ma è sempre più dura, no? Se riuscisse a parlare ai giovani... è andata da Fedez. Niente da fare. Magari brevettando una legge elettorale che offra un premio di maggioranza al secondo arrivato – conoscendo i precedenti, è persino probabile. Giorgia Meloni non è stupida. Come ha potuto convincersi che lei, a differenza di Matteo Renzi, non sarebbe andata a sbattere?

C'entrano forse i sondaggi. Anche stavolta, fino a venti giorni fa, guardando i sondaggi il Centrodestra credeva di avere la strada spianata, e poi? E poi niente, all'improvviso i sondaggi hanno cambiato idea, salvo che non è possibile: qualcuno li truccava? L'unica spiegazione che riesco a trovare è la seguente: fino a venti giorni fa, la gente rispondeva a caso, più o meno quello che il sondaggista voleva sentirsi rispondere. Fino a venti giorni fa, all'italiano medio non fregava nulla di questo referendum, probabilmente non riteneva di voler votare. La vera risposta che i sondaggi avrebbero dovuto dare aa Meloni era: non ce ne frega niente del tuo referendum. E quindi i sondaggi sono soltanto la punta iceberghiana del problema, che è l'autopercezione che i questi leader hanno di sé e dell'interesse che stimolano nei cittadini. Quella bolla mediatica alla quale non riescono a sottrarsi e che li persuade di essere interessanti anche quando parlano dell'argomento meno sexy al mondo che potrebbe davvero essere la separazione delle carriere e dei CSM. 

Venti giorni fa il referendum comincia a forare l'attenzione: in quel momento l'italiano medio si informa e immediatamente si polarizza: sbilanciandosi nel modo in cui tutti potevamo prevedere che si sbilanciasse, tranne paradossalmente i sondaggisti e i commentatori politici: contro il governo. Come era successo con Renzi, e per lo stesso motivo: governare stanca. Il calo di affluenza nelle regioni meridionali, che nel 2022 erano passate sensibilmente dal M5S al Centrodestra, mi suona come una conferma. E tuttavia...

E tuttavia ogni regola in politica ha le sue eccezioni. Specie se confligge con altre ancora più generali di quelle che ho trovato io. Ad esempio ricordiamoci di questa:

5) Ogni volta che la Sinistra sembra sul punto di vincere (1919 – 1994 – 2013) il Capitale si inventa qualcosa. Questo qualcosa magari non può più essere Giorgia Meloni, ma l'unico sostituto finora escogitato (il generale Vannacci) fin qui non ha dato una gran prova di sé. Può anche darsi che alla fine Giorgia Meloni rimanga alla barra in mancanza di meglio. Così come può darsi che quel misterioso corpo stellare in perenne evoluzione – il M5S – si risvegli dopo una fase relativamente stabile e deflagri in qualcosa di imprevedibile. Altre ipotesi non mi vengono in mente, ma dopo tutto non sono un esperto. Anche se, ecco, tendo ad azzeccarci un po' più spesso. Il che non cessa di sorprendermi: di inquietarmi, persino.

sabato 21 marzo 2026

La riforma che piace ai Bassotti

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A chi vuole votare soltanto nel merito, a chi ha ponderato lungamente e ha deciso che separare le carriere è una cosa giusta (qualsiasi cosa significhi), a chi pensa che un voto a una riforma promossa da una banda di fasci non equivale a votare per la medesima banda di fasci presi dal panico che pur di recuperare qualche punto in percentuale adesso taglia soldi a sanità e istruzione per calare le accise (che rialzerà tra venti giorni), cosa posso dire?

Va bene, allora proviamoci con una dimostrazione per assurdo. Ponete che un membro del governo sia coinvolto in uno scandalo – sì, lo so, è assurdo. Che scandalo? Mah, poniamo che si scopra che fa affari con la camorre. Che tipo di affari? Uff non ne ho idea. Diciamo che è socio di un'impresa che evidentemente ricicla denaro sporco, intestata a una parente di un boss della 'ndrangheta. Che tipo di impresa? Ma tiro a caso, guardate: una bisteccheria. Mi rendo conto che queste cose non potrebbero succedere, però vi chiedo la cortesia di immaginarlo. Come reagirebbe il governo, un governo di questa repubblica? 

Ma ovviamente chiederebbe e otterrebbe immediatamente le dimissioni del tizio: voglio dire, se non siamo bambini piccoli sappiamo tutti cosa significa essere soci di un boss. Anche essere soci di un parente prossimo di un boss, che apre una bisteccheria in una città apparentemente lontana dai suoi interessi. Sappiamo tutti cos'è il riciclaggio di denaro, e quindi il tizio nel giro di poche ore si dimette e attende che l'inchiesta faccia il suo corso. Ma a questo punto vi chiedo un'ulteriore sforzo di fantasia. 

Immaginate che non succeda così. Che al governo, per una qualche congiunzione astrale, si sia installata una gang di personaggetti piagnoni e prepotenti, che approfittino del caso per mettersi a lamentare una persecuzione della magistratura nei loro confronti – sì, capisco l'obiezione: chi li voterebbe, dei simili gaglioffi? Ma mettiamo che siano i residui di una lunga battaglia culturale perseguita da gruppi industriali (ed editoriali) che pur di non far vincere un centrosinistra avrebbero promosso anche la Banda Bassotti. Sono ipotesi campate per aria, mi rendo conto: ma per favore, immaginate che a un certo punto succeda. La Banda Bassotti vince le elezioni e poi si lamenta perché i magistrati si accorgono di certi loro addentellati con la camorra. I pm che provano a indagare vengono deferiti a un'Alta Corte composta da 15 giudici: tre nominati dal Presidente della Repubblica, tre sorteggiati in base ad un elenco formato dal parlamento in seduta comune, sei giudici e tre magistrati "requirenti" estratti a sorte. Ora, lasciamo pure stare il fatto che per introdurre questa Alta Corte bisogna scalpellare un bel po' di Costituzione, e che lo stesso ministro Nordio non ci abbia ancora saputo spiegare se e dove le sentenze di questa Alta Corte siano appellabili; lasciamo stare tutto. Abbiamo una giuria formata da sei membri politici, dai quali è lecito sospettare una certa malevolenza nei confronti di un imputato che stia dando fastidio alla maggioranza di governo (partiamo dal presupposto che se al governo c'è la Banda Bassotti, al parlamento ci sia una maggioranza che la sostiene; e al Quirinale un presidente che se la fa piacere. È fantascienza, lo so). 

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E poi ci sono nove togati, invece, sorteggiati tra tutti i magistrati "che abbiano i requisiti di legge per ricoprire l’incarico". Così, completamente a caso: magistrati estrapolati improvvisamente dalle loro famiglie, dalle loro inchieste, e catapultati a Roma per giudicare dei colleghi. Che ne dite? Magari, per la legge dei grandi numeri, potrebbe ritrovarsi nell'Alta Corte un nucleo di magistrati preparati, competenti e al di sopra delle parti; ma anche dotati di sufficiente autorevolezza per reggere la pressione dei membri politici. Tutto è possibile, del resto. Ma è molto possibile il contrario: che i membri togati dell'Alta Corte non abbiano né la preparazione né il carisma per contrapporsi ai membri politici. Così alla fine un'Alta Corte del genere potrebbe essere usata, da un governo colluso con la criminalità, per bloccare ogni inchiesta della magistratura nei suoi confronti. Altri motivi per istituirla, in effetti, quest'Alta Corte, non mi vengono in mente. 

Mi si obietterà che sto esagerando, che nessun membro del governo si assocerebbe mai a malavitosi in società a scopo riciclaggio, e che nel remotissimo caso che ciò accadesse, si dimetterebbero subito, magari si autosospenderebbe tutto il governo in attesa che un'inchiesta assolutamente indipendente dalla politica facesse luce sulla questione. Che dirvi. Me ne rendo conto. Ma così come le nostre case dovrebbero essere a prova di terremoto, la nostra costituzione dovrebbe essere a prova di camorra. Se non la pensate così votate pure Sì, che altro ancora posso dirvi.  

venerdì 20 marzo 2026

Umberto Bossi, l'impostore

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Addio a Umberto Bossi, profeta della Seconda Repubblica. Se Berlusconi ne è stato il messia, Bossi è la vox clamantis che ne ha anticipato le mosse, dissodando il terreno, creando le condizioni per un successo che stava per travolgere lui per primo, e col quale ha imparato a convivere. C’è un prima e un dopo Bossi nella Storia, se non d’Italia, almeno del linguaggio politico.

Prima di lui i politici si punzecchiavano in punta di fioretto. A inizio ‘80 un ministro era finito in prima pagina per aver definito “comare” un collega. Dagli stessi giornali, poco più di dieci anni dopo, Bossi ci informava che “La Lega ce l’ha duro”. Una frattura profonda, che Bossi da solo non ha provocato, ma che confusamente aveva previsto. La vecchia retorica del pentapartito non funzionava più: così come la lingua del PCI, ancorata al mito di una rivoluzione impossibile. Umberto Bossi, quando per la prima volta ci apparve in tv, sembrava spuntato all’improvviso dal territorio, come i nani delle leggende norrene: la voce già cavernosa, l’accento nordico inconfondibile ma indefinibile (chi aveva mai sentito un varesotto?), le idee poche e apparentemente concrete, come il ceto piccolo-industriale a cui si rivolgeva: più autonomia al nord, meno soldi a Roma. Tanto bastò per portarlo nel 1987 a Palazzo Madama, unico senatore del partito che si era fondato praticamente in casa, pochi anni prima: il più grande colpo gobbo della storia della Repubblica – fino a quel momento. Perché in quella piccola industria di cui si era autonominato difensore, Bossi non ci aveva mai lavorato. Forse.

Non lo sappiamo: i suoi primi 38 anni sono uno dei misteri meglio conservati della politica italiana... (Continua su Rivista Studio)

martedì 17 marzo 2026

Un'altra riforma sociopatica

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Ho già sentito da qualche parte la solita obiezione: questa riforma la votereste, se non la proponesse questo governo. Un paradosso, che se non altro attesta una certa difficoltà non solo culturale, ma anche logico-cognitiva. Hitler ha invaso la Polonia... e se l'avesse invasa Gandhi, non vi garberebbe, questa invasione della Polonia? No, davvero, no, e non è perché ci sia antipatico Hitler. Allo stesso modo, ricordiamo, non si tratta di bocciare una riforma costituzionale perché non ci piace la maggioranza governativa che la promuove: si tratta di constatare che questa maggioranza non fa che promuovere leggi orribili – e anche questa ne ha tutta l'aria. È una riforma partorita dal grembo berlusconiano, e ne conserva i tratti genetici: un contratto che nasconde clausole vessatorie, astuzie da piazzista spacciate per grandi riforme. E sopra tutto quella grande diffidenza istintiva, pre-logica, per qualsiasi istituzione, qualsiasi corpo intermedio, qualsiasi gruppo di persone anche solo vagamente organizzato; per la società, in breve. Non dovrebbe esistere. Se malgrado tutti i nostri sforzi continua a farlo, dev'essere a causa di un complotto contro il mio interesse particolare. Berlusconi ha avuto tanti figli, ne trovate in tutti i partiti, e li riconoscete al volo, al primo sciopero: non capiscono cosa succede. I sindacati, perché esistono? I partiti, perché non si riducono ad agili comitati elettorali? Le associazioni, perché si associano?

E le correnti della magistratura? Non possono che avercela con me. 

Trent'anni di retorica scadente sul "correntismo" della magistratura (retorica promossa, ricordiamo, da un tizio che possedeva una larga fetta dei media benché i magistrati avessero dimostrato che la cosa era illegale) non dovrebbe far dimenticare al cittadino educato che l'autonomia del potere giudiziario significa che esso non deve dipendere dal legislativo e dell'esecutivo, e quindi dalle correnti che percorrono il dibattito politico; il che non significa, se non siete cresciuti a editoriali del Foglio e botte in testa, che ai magistrati non possa capitare di avere opinioni, di dividersi in correnti che le rappresentano, come del resto è inevitabile, se sono esseri umani e hanno diritti (e il diritto all'associazione, ricordiamo, è costituzionale).

Che le correnti possano degenerare in lobby e camorre è cosa senz'altro possibile – lo abbiamo tante volte visto succedere nella sfera politica, e i magistrati non sono santi – ma andrebbe dimostrato caso per caso e con prove tangibili, che di solito chi si lamenta del "correntismo" non si dà la pena di esibire. 

La cosa è resa un filo più ipocrita dal fatto che molto spesso, appunto, dietro queste accuse ci sono lobby, camorre, o comunque esponenti di partiti politici che non trovano affatto strano che la propria categoria si divida a seconda di opinioni e interessi: succede naturalmente in tutti gli ambiti del comportamento umano, perché non dovrebbe succedere ai magistrati? E perché dovrebbe compromettere proprio la loro professionalità, e non quella di altre categorie? 

Parlerò della mia piccola esperienza diretta. Appartengo a una categoria (gli insegnanti) che in teoria detiene un grande potere (i collegi docenti possono deliberare su tantissime cose) ma nella pratica non ho mai avuto la sensazione di esercitarlo perché, in linea di massima, i collegi sono immense assemblee di lavoratori che non hanno molta idea del potere che hanno, né fiducia dei colleghi con cui potrebbero organizzarsi a esercitarlo (spesso non li conoscono; nella scuola dell'obbligo i collegi riuniscono insegnanti di 5-6 plessi diversi, infanzia primaria e medie). Per cui ci si riduce quasi sempre a plebiscitare le indicazioni del dirigente e del suo staff, che almeno dà la sensazione di sapere di quel che parla. A questa situazione periclea, in cui l'assemblea diventa in sostanza la cassa di risonanza delle decisioni di un tecnico e dei suoi collaboratori, non siamo arrivati per caso: è un risultato che, se non è stato attentamente perseguito, comunque non dispiaceva a chi non si fidava della classe docente e dalle autonomie che col tempo si era conquistato.  Chi immagina un organo rappresentativo senza 'correnti', forse non se ne rende conto, ma persegue lo stesso obiettivo: i rappresentanti dei magistrati dovrebbero smettere di avere idee e opinioni e trasformarsi in automi disposti ad alzare la mano quando qualcuno propone qualcosa (qualcuno dotato di maggiore autorevolezza, in quanto nominato da un potere politico quello sì, organizzato in solide correnti). Ovviamente non andrà così, anche solo perché il CSM sarà pur sempre un parlamentino dove il voto anche di un singolo magistrato avrà peso: salvo che invece del bilancino con cui le correnti esercitavano quel peso (con gli strumenti tipici di ogni democrazia, la ricerca del consenso e il compromesso), esso piomberà in ogni discussione con la mala grazia del bossolotto estratto a caso. Siete liberi di trovarlo un progresso, ma forse dovreste smettere di leggere il Foglio – e anche di darvi tutte quelle botte in testa.

lunedì 16 marzo 2026

Giuliano venuto dal mare

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Adesso "Sacramora" è un hotel,
ovviamente. 
16 marzo: San Giuliano di Anazarbo (anche di Rimini) (200-250 circa)

Giuliano è il classico santo venuto dal mare – come spesso ne arrivavano sulle spiagge e nei piccoli porti, resti enigmatici a cui gli uomini di chiesa dovevano trovare una spiegazione. A volte il mare portava immagini – la vergine della Candelaria a Tenerife, la madonna di Barbana – in altri casi sarebbero affiorati santi completi, già inscatolati in un sarcofago, come Trofimena di Patti. Il che ci può lasciare perplessi: le icone di legno galleggiano, ma i sarcofaghi? Certo non quelli in marmo; e anche se fossero di legno, dovrebbero essere a tenuta stagna. In qualche modo comunque Giuliano di Anazarbo sarebbe approdato verso il X secolo presso Sacra Mora, una località presso Rimini dove si trovava la fonte di un'acqua curativa. Una volta sbarcato, il sarcofago diventa di colpo pesantissimo, inamovibile, rendendo vano ogni tentativo di traslarlo nel duomo. Dopo molte preghiere, il vescovo Giovanni riesce quanto meno a farlo portare nel monastero più vicino, costruito il secolo precedente su un antico tempio pagano, e intitolato originariamente a Pietro e Paolo: da lì in poi (almeno dal XII secolo) diventerà l'abbazia di San Giuliano. Nel sarcofago un abate (anche lui chiamato Giovanni) avrebbe trovato anche le informazioni necessarie per identificare i resti con quelli di un giovane di origine istriana torturato e martirizzato ad Anazarbo, in Cilicia (molto lontano dall'Istria), durante la persecuzione di Decio: Giuliano di Anazarbo, appunto, un santo di cui in occidente non si doveva sapere molto (ancora nel secolo scorso i suoi Acta non erano stati pubblicati), ma il cui nome appariva comunque sul Martirologio geronimiano del V secolo e in un'omelia di un terzo Giovanni, il Crisostomo. Bisogna però ammettere che tutte le informazioni provenienti da Rimini ci arrivano da fonti molto più tarde (1600-1700). Nell'abbazia, i pannelli sulla parte posteriore dell'altare, scolpiti nel Quattrocento da Bittino di Faenza, ci raccontano una vicenda che ritorna ossessivamente alle profondità del mare. Il corpo di Giuliano vi sarebbe stato gettato almeno due volte: la prima da vivo, infilato in un sacco contenente sabbia e serpenti (un antico supplizio riservato ai parricidi e già riciclato per esempio dall'agiografo di Sant'Ulpiano). Ripescato su un'isola del mar di Marmara – ben distante quindi dalla Cilicia – sarebbe stato posto nel sarcofago e venerato fino al X secolo, quando il sarcofago sarebbe precipitato in mare. Da qui avrebbe proseguito quindi fino alla riviera adriatica: un percorso talmente improbabile da rendere necessario l'intervento degli angeli. Questa la spiegazione ufficiale.

Gli studiosi contemporanei ne hanno una meno fantastica, ma comunque suggestiva: Giuliano non arriverebbe dalla lontana Cilicia, ma dall'altra sponda dell'Adriatico, e non scortato dagli angeli, ma imbarcato da più prosaici pirati romagnoli. Lo stesso nome "Giuliano" sarebbe da intendere come "originario della Giulia", ovvero dell'Istria. Chissà che nome aveva il martire laggiù. Viene da chiedersi quanti altri santi venuti dal mare siano il bottino di scorrerie piratesche: nell'insieme potremmo includere San Nicola (sia quello di Bari che il Niccolò veneziano), forse Fosca e Maura, e magari la sacra casa di Loreto. Questo per limitarci all'Adriatico.  


16 marzo: San Papas di Larandon, Licaonia (III secolo)

Ma credi che se mi dicessero: indossa i sandali di San Papas, con i chiodi sulla suola: e con quei sandali rincorri i cavalli da Larandon a Diocesarea, a Seleucia; credi che per te non lo farei? 

Per sentirti poi dire Ma che ci sei andato a fare a Seleucia, capoluogo dell'Isauria: e cavati quei chiodi dai talloni, che sanguini e fai schifo. Ti pigli il tetano imbecille. 

E se mi catturassero gli Uroni, e mi torturassero come padre Giovanni di Brébeuf, credi che per te non lo sopporterei? Giusto per sentirti dire: fesso, ma dovevi proprio andare in mezzo agli Uroni? Ora ti mangeranno il cuore, perché? perché devi sempre farti compatire?

Scendi da quel piedistallo, non sei un martire e lo sai. Punta la sveglia, basta alcol, mangia più verdure – uffa. 

Non voglio stare a dieta, non voglio fare i compiti. Vorrei sapere come stai, ma non so più a chi chiedere. Ci fosse una cifra da pagare, un organo da farsi asportare. Un patto da firmare. Non c'è nulla che non farei, davvero. Ma niente sembra funzionare – neanche mangiare le verdure – così  invidio i sandali di Papas. Che seguì i cavalli da Larandon a Seleucia; senza temi da correggere, o insalate da mandare giù. Viva San Papas, martire. 

mercoledì 11 marzo 2026

Un Costantino in Cornovaglia

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Il modello era Sting. 
11 marzo: San Costantino, re di Cornovaglia? apostolo degli scozzesi? (520-576).

Alla radice della leggenda di Costantino di Cornovaglia c'è poco più di un'immagine: la scena sfuocata di una storia complessa che è andata del tutto perduta. Un uomo malvagio entra in un luogo di culto e uccide due giovani che vi si erano rifugiati. Per quanto le chiese offrissero in effetti un riparo a chi era ricercato e perseguitato, la scena potrebbe essere più antica del cristianesimo. Proprio perché è slegata da qualsiasi giustificazione, sembra contenere un lampo di realtà: da qualche parte qualcuno quei due giovani deve averli uccisi davvero – così come da qualche parte un padre deve aver davvero riflettuto sull'opportunità di sacrificare l'unico figlio – e un marinaio deve essere pur tornato a casa dopo tanti anni, a uccidere i pretendenti della moglie. Tutto quello che si è incrostato intorno a queste storie, tutta la letteratura d'evasione o edificante, non può non avere preso una forma intorno a qualcosa di più antico, di autentico, che ci sfuggirà per sempre.

Nel sesto secolo il cronista Gildas rimprovera un certo re Costantino di Dumnonia per le sue malefatte, tra cui una condotta particolarmente adulterina e l'uccisione di due giovani di stirpe reale presso l'altare di una chiesa, che Costantino avrebbe eseguito travestendosi da monaco. Il cronista ne parla come di un personaggio contemporaneo, e spera che possa pentirsi e convertirsi al vero Dio. Gildas è una fonte importantissima per le vicende britanniche del sesto secolo, anche perché è una delle poche che abbiamo; qualche lettore successivo deve avere immaginato che la conversione di Costantino si sia realizzata davvero, e lo collega a un monaco della Cornovaglia che in seguito avrebbe fondato monasteri in Scozia collaborando con San Columba e Kentigern di Glasgow, per poi cadere martire nel 576, aggredito da una tribù di Pitti che stava cercando di evangelizzare. Per una coincidenza abbastanza incredibile, esistevano due popoli definiti Dumnoni: uno era stanziato proprio in Cornovaglia, mentre l'altro nella bassa Scozia. 

L'11 marzo il Martirologio romano ricordava due Costantini, nessuno dei quali è il grande imperatore romano: uno è un misconosciuto santo nordafricano, l'altro è appunto il re di Cornovaglia, che rientra in una tipologia di santi britannici che prima di diventare cristiani, fondare conventi ed evangelizzare qualche zona dell'isola... facevano i re ma soprattutto erano dei gran mascalzoni (vedi ad esempio Gwynllyw del Galles). Queste figure leggendarie segnalano il tentativo di cristianizzare miti precedenti di cui si deprecavano i costumi barbarici; se raccontate da bravi cronisti e predicatori servivano a ribadire che Dio perdona anche i peggio peccatori, purché si convertano; e non è del tutto escluso che qualche volta siano basate su personaggi realmente esistiti, despoti sanguinari e poi convertiti in seguito a crisi magari scatenate da un senso di colpa. 

Più di cinquecento anni dopo Goffredo di Monmouth, mentre mette in moto con la sua Historia regum Britanniae il carrozzone della materia arturiana, associa il nome di Costantino a quello di Artù, di cui sarebbe il successore: i due ragazzi uccisi sarebbero i figli del traditore Mordred, che a questa altezza non è ancora il figlio bastardo di Artù. Goffredo fornisce così un movente a un delitto di cui da secoli si era perso il contesto. Quando le leggende vengono rielaborate nel ciclo dei romanzi bretoni, Costantino viene per lo più escluso dal canone, forse per rafforzare l'idea che la corte di Camelot finisca con Artù e la morte del figlio patricida. Oppure perché il fatto che Costantino fosse anche nel canone dei santi creava un crossover imbarazzante, insomma cavalieri della tavola rotonda e santi del calendario non dovrebbero vivere nella stessa continuity (e invece succede spesso, nelle storie di questi re mascalzoni). Così, se qualcuno si domandava perché l'indagatore dell'occulto inventato da Alan Moore per i fumetti DC portasse un nome così apparentemente poco britannico, ecco no: è un nome che trasuda il folklore delle storie perdute. Costentyn nel dialetto della Cornovaglia, Custennin in gallese. Ma è comunque plausibile che il nome derivi davvero dal Costantinus latino, sinonimo di "grande re cristiano" (così come Cesare e Augusto erano diventati titoli onorifici degli imperatori romani). 

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