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giovedì 12 febbraio 2026

Un papa quasi re

11 febbraio: San Gregorio II, papa dal 715 al 731

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Un diamante è per sempre,
Sutri è per gli Apostoli. 
Certi periodi storici hanno semplicemente avuto più successo che altri. L'Atene di Pericle, la Roma di Cesare, l'Inghilterra di Elisabetta, e così via. Non sono necessariamente periodi di gloria. Non è affatto detto che la gente vivesse meglio, allora, rispetto al millennio prima o al secolo dopo. Il motivo per cui hanno forato l'attenzione è molto più casuale di quanto amiamo ammettere. Ha a che vedere soprattutto con la quantità di fonti che ci sono arrivate – ma se ci sono arrivate forse è anche perché la gente preferiva rileggere informazioni su Cesare rispetto che su Filippo l'Arabo – insomma, è complicato. Però è quel che succede: quando pensiamo al passato, per lo più pensiamo a periodi abbastanza delimitati nello spazio e nel tempo.

Altri periodi non li conosce nessuno, tranne due o tre specialisti nei dipartimenti di Storia che ne parlano poco volentieri, con aria colpevole. Ci svegliassimo di colpo nell'ottavo secolo, ci ritroveremmo immediatamente smarriti – tanto per cominciare, nessuno ci darebbe informazioni precise sulla data, come accade a Troisi e Benigni in quel film. Era il Settecento-e-qualcosa dopo Cristo, sì, ma nessuno ancora ci dava importanza, questa mania di conteggiare gli anni a partire da un'ipotetica data di nascita di Gesù avrebbe attecchito trecento anni dopo. E comunque ci ritroveremmo immersi in un caleidoscopio linguistico abbastanza incomprensibile – ancora molto latino, ma frammisto a lingue germaniche ancora vive e non disciplinate dalla sintassi romanza, un po' di greco nei porti, e qua e là qualche dialetto dell'Asia profonda. A un certo punto capiremmo probabilmente di trovarci nell'Alto Medioevo, ma dove? quando? Persino i nomi dei popoli non combaciano. Quella che noi chiamiamo Italia, per alcuni è la Tuscia, per altri la Longobardia; molta gente parla dialetti germanici, ma a volte li chiamano ancora Unni, benché di Unni veri ormai non ce ne sia più in giro da un pezzo; a Ravenna ci sono i Romani, ovvero i Greci, insomma i Bizantini, ma nessuno li chiama così (nessuno li ha mai chiamati così). E a Roma? A Roma c'è Gregorio II, un grande papa. E allora perché non ne abbiamo mai sentito parlare? Ma certi secoli sono fatti così, sui manuali scolastici scorrono veloci come se non vi fosse successo nulla di rilevante. E invece tutto cambia continuamente, un po' per volta. Quando viene nominato, Gregorio è ancora tutto sommato un emissario dell'imperatore di Costantinopoli, che gli riconosce la massima autorevolezza in campo religioso, ma si aspetta anche che obbedisca ai suoi editti. Quando morì, quindici anni dopo, nel suo letto, dopo aver scampato a diversi tentativi di farlo fuori, Gregorio era un'autorità anche temporale: ai suoi successori lasciava un'entità che cominciava davvero ad assomigliare a uno Stato Pontificio. Anche se le cose sono un po' più complesse (sono sempre più complesse). 

Gregorio era il suo nome di battesimo, non sentì il bisogno di cambiarlo. Veniva da una famiglia romana abbastanza importante (i Savelli) e interruppe una serie di papi provenienti dall'Impero d'Oriente. È probabile comunque che la sua nomina fosse inizialmente gradita all'imperatore: Gregorio era conosciuto a corte, avendo accompagnato a Costantinopoli il suo predecessore, papa Costantino, che vi si era recato per dirimere definitivamente la questione del Concilio Quinisesto – una specie di coda burocratica degli ultimi due concili ecumenici, appunto il Quinto e il Sesto, che l'imperatore Giustiniano II aveva convocato nel 692 senza darsi troppa pena di invitare qualcuno da Roma o in generale dall'Occidente. Questo aveva portato a scontri anche aspri tra papato e impero, che vent'anni dopo erano tutt'altro che sopiti. Tra le altre cose, nei canoni del Quinisesto si cominciava a sentire una certa diffidenza orientale nei confronti delle immagini, che i romani non capivano: si proibiva ad esempio di raffigurare Gesù come agnello, il che in realtà stimolava gli artisti a rappresentazione più realistiche e meno simboliche, ma a Roma all'agnello di Dio erano affezionati. Nell'occasione, comunque, Gregorio dovette dare sfoggio di doti diplomatiche che dovettero essere apprezzate, dal momento che fu eletto papa già all'indomani della morte di Costantino. Il giorno prima non era nemmeno sacerdote, ma appena un suddiacono. Se però a Bisanzio credevano di avere trovato una pedina manovrabile, il seguito della partita li avrebbe smentiti.

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La scacchiera per altro era complessa come può accadere a metà di certe partite convolute. Perlomeno all'inizio Gregorio poteva avere la sensazione di distinguere i Neri dai Bianchi, i barbari (per lo più Longobardi) dai Romani – ma i pezzi erano completamente mescolati, i territori controllati dagli amici sparsi lungo i porti e collegati via terra da sentieri sempre meno controllabili; i nemici, sparsi nei territori interni, apparentemente inarrestabili ma a veder bene bloccati da faide interne che li stavano già dividendo. Gregorio intuiva che la situazione poteva degenerare e che Roma aveva bisogno di nuove mura, o almeno di restaurare le vecchie: non ci riuscì del tutto, ma forse si conquistò la fiducia degli abitanti, che l'avrebbero poi difeso meglio dei mattoni. La prima crisi arrivò nel 718, quando il duca longobardo di Benevento, Romualdo, riuscì a impadronirsi di alcune città bizantine, tra cui la rocca di Cuma. Gregorio di Cuma aveva bisogno; probabilmente rappresentava una proprietà fondiaria che la Curia non si poteva permettere di perdere; ma le autorità bizantine che avrebbero dovuto restituirgliela non erano in grado di aiutarlo granché: la stessa Costantinopoli era assediata dagli arabi: e benché le cronache attestano che Cuma fu riconquistata dal duca bizantino di Napoli, Giovanni, sappiamo anche che Gregorio per riaverla dovette corrispondere 70 libbre d'oro, non a Giovanni, ma ai  Longobardi di Benevento. Può darsi che siano vere entrambe le cose; Gregorio nell'occasione potrebbe aver capito che una vittoria militare non cambia necessariamente i rapporti di forza; che i Longobardi prima o poi sarebbero tornati e che oltre a Cuma valeva la pena di ottenere la loro amicizia.

Di lì a poco in effetti gli amici ufficiali – i bizantini – sarebbero diventati particolarmente esosi. Leone III Isaurico, dopo avere sconfitto gli assedianti arabi a prezzo di innumerevoli sacrifici, aveva infatti deciso che una parte importante di questi sacrifici li avrebbero pagati i sudditi italiani. Ne risultò una rivolta fiscale capeggiata proprio dal papa, il quale nell'occasione inventò un concetto destinato ad avere una grande fortuna: le tasse degli italici avrebbero dovuto servire a finanziare opere e servizi nel territorio italico – oggi lo chiamiamo federalismo fiscale, ed è buffo pensare che sia venuto in mente a un romano. Leone come la prese? In modo abbastanza sportivo, per la media degli imperatori bizantini. Scrisse ai più importanti funzionari – l'esarca di Ravenna, il duca di Roma, e altri – chiedendo se per caso non si trovava un modo di ucciderlo. La congiura fallì miseramente: gli esecutori materiali furono condannati a morte, il duca – che di Roma era il comandante militare – si diede alla fuga. Quando l'esarca, qualche anno più tardi, tentò di inviare a Roma un nuovo duca a destituire Gregorio, la sconfitta bizantina fu ancora più pesante, perché per l'occasione la città fu difesa non solo dai suoi abitanti, ma dagli stessi Longobardi di Spoleto e di altri ducati. Gregorio si era sostanzialmente reso indipendente dai bizantini, forse più di quanto lo desiderasse perché in coscienza continuava a considerare Roma come una parte dell'impero, e Leone come il suo legittimo imperatore. 

Leone dal canto suo però non faceva molto per venirgli incontro, anzi. Nel 726 emise i primi editti iconoclastici, che vietavano il culto delle immagini. Una frattura importante con la cultura cristiana del tempo, che è stata lungamente interpretata: Leone probabilmente intendeva ribadire il primato della sua figura, e magari impadronirsi delle ricchezze dei santuari che avevano prosperato grazie alla popolarità di questa o quell'icona; ma l'iconoclastia veniva anche incontro alla sensibilità dei sudditi arabi ed ebrei che Leone aveva obbligato per legge a convertirsi, se non nel cuore, almeno nelle apparenze. In Italia, di nuovo, la situazione era molto diversa, e l'iconoclastia dette un colpo fatale a un'autorità già molto labile. A Ravenna l'esarca fu linciato; a Roma una seconda congiura ducale contro il papa si risolse con la messa a morte di tutti i congiurati, duca incluso. Nel frattempo alcune città, come Sutri, si devolvevano liberamente ai Longobardi, che da barbari senzadio erano diventati, all'improvviso, i difensori delle immagini sacre. Non è chiaro quanto pesò l'autorità di Gregorio in questa rivolta che contagiò rapidamente tutti i domini bizantini della penisola; di sicuro si oppose con veemenza alle misure iconoclastiche, denunciandole apertamente come eretiche. Ma quando gli insorti cominciarono a parlare di eleggere un nuovo imperatore e di mandarlo in testa a un esercito a Costantinopoli, fece capire che no, non era il caso. Si dice che temesse i Longobardi, ma coi Longobardi Gregorio continuava a discutere, e ormai doveva trovarli più ragionevoli dei Bizantini; tanto che nel 729 riuscì a ottenere da re Liutprando la restituzione di Sutri. 

L'atto è noto come "donazione di Sutri", ed è un momento fondamentale per la storia dello Stato Pontificio, perché Sutri non viene restituita all'impero Romano, ma donata "al patrimonio degli apostoli Pietro e Paolo". Forse per la prima volta veniva messo nero su bianco che un territorio non apparteneva a un imperatore, ma alla Chiesa. Con la sua generosità, Liutprando dimostrava di aver capito quanto fosse utile avere Gregorio dalla sua parte. Era il re della Longobardia settentrionale (maior): il suo obiettivo non era qualche castello nel Lazio, ma il controllo della Langobardia minor: dei ducati centromeridionali, Spoleto e Benevento, fino a quel momento i più fedeli alleati del papa. Il papa da parte sua si trovava a sventare l'ennesima congiura bizantina nei suoi confronti, stavolta ordita dall'eunuco Eutichio che a quanto pare era stato nominato duca di Napoli con la missione prioritaria di farlo fuori. Siccome anche stavolta l'attentato andò a monte, Eutichio provò con la diplomazia, proponendo a Liutprando di puntare su Spoleto e Benevento; l'imperatore, prometteva, avrebbe riconosciuto la sua sovranità su quei territori. In cambio però Liutprando doveva passare da Roma e deporre quel papa riottoso. Liutprando non declinò la proposta: ma invece di scendere subito a Roma, prese la via larga, sottomise Spoleto e Benevento e solo a quel punto si mise in strada verso la città a cui tutte le strade portano. 

In un qualche modo, Gregorio riuscì a salvarsi anche stavolta. Le cronache lo dipingono come un novello Leone Magno, che disarmato affronta un Liutprando/Attila e lo convince con la forza della persuasione cristiana. Se anche in quel caso qualche libbra d'oro cambiò proprietario, non ci è dato saperlo; fatto sta che il re longobardo visitò la tomba degli Apostoli da pellegrino e non da conquistatore, ottenendo in questo modo il riconoscimento della sua autorità regale non solo dall'imperatore ma anche dal papa. Gregorio non era stato spodestato, ma anche il suo rapporto con Costantinopoli sembrava migliorato: addirittura fu lui a inviare un esercito contro un tale Tiberio Petasio che a Monterano si era proclamato imperatore, e a inviare la testa di tale Tiberio Petasio a Costantinopoli. Da quel momento Leone III sospese ufficialmente i tentativi di ucciderlo, e anzi in un qualche modo accettò il fatto che a Roma il potere temporale fosse ormai nelle mani di un papa. Dal canto suo, Gregorio non cedette sul fronte delle icone, anzi si rifiutò di riconoscere la nomina del nuovo patriarca iconoclasta di Costantinopoli, Anastasio. È ricordato anche come il papa che permise l'evangelizzazione dei Frisoni, avendo lui autorizzato la missione (non troppo fortunata) di Bonifacio di Magonza. Morì nel 731, lasciando una città e una Chiesa un po' più sicure di come le aveva trovate. 

martedì 28 gennaio 2025

Israele i problemi li bombarda

Io vorrei anche cambiare argomento, ma.

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Questa cosa è oggettivamente notevole.

Si potrebbe anche derubricare a goliardata; in fondo capita a tanti di scrivere sciocchezze sui muri virtuali o meno. L'importante è che gli adulti ne prendano le distanze, come immaginavo facesse immediatamente l'Unione delle comunità ebraiche italiane. La quale invece attraverso la presidente Noemi Di Segni ha reagito così: «Credo che un dolore forte faccia scrivere determinate cose, è una risposta alla distorsione che subiamo ogni giorno». Ora. In un certo senso è vero. Non può che essere un bombardamento di informazioni distorte a convincere qualche attivista a strumentalizzare il Giorno della Memoria in questo modo. Con un solo cartello è riuscito a mettersi contro Amnesty, Emergency, Médecins Sans Frontières, la Croce Rossa e l'Anpi, e chiunque conservi un minimo di buon senso e buona educazione: d'altro canto, non c'è dubbio che un dolore forte e una distorsione quotidiana possono condurre a errori monumentali. 

Come tutte le gaffes, questo cartello è molto più rivelatore di quanto vorrebbe essere. Già in parecchi hanno notato la tortuosità del messaggio, che gli esecutori probabilmente ritenevano chiarissimo (è il destino di chi si rinchiude in una bolla mediatica: ma in generale i sionisti italiani hanno sempre avuto una certa difficoltà a farsi capire all'esterno). Se Israele avesse bombardato i treni per Auschwitz... chi ha scritto il messaggio lo ignora, ma una premessa del genere crea subito un corto circuito in chi legge e tenta di raffigurarsi la situazione: perché Israele al tempo non esisteva, mentre oggi sì: ma oggi i treni per Auschwitz partono per portare studenti e turisti al museo della Shoah, un sacco di gente li ha presi e questa idea di Israele che li bombarda è abbastanza inquietante. Israele non vuole che ricordiamo la Shoah? 

Oppure – ma bisogna fare uno sforzo ucronico, che non è alla portata di tutti quelli che passano e leggono distrattamente uno striscione – bisogna immaginare che Israele esistesse almeno nel 1942, e che bombardasse i treni pieni di... prigionieri ebrei. Comunque qualcosa di paradossale, che rivela un'idea molto infantile di come si risolvono le emergenze umanitarie: bombardandole. È purtroppo lo stesso approccio che ha reso Gaza l'incubo tossico che è diventato: un luogo che Israele ha reso invivibile e che adesso non avrebbe le risorse per bonificare. È bastato richiamare un po' di gamer dal mondo libero, metter loro a disposizione bulldozer e granate, e chiamare antisemita chi faceva notare l'assurdità della cosa. Magari avrebbero fatto la stessa cosa anche con Auschwitz, non lo so. Non ci avevo mai pensato fino a ieri, ed ecco che uno stupido striscione giallo mi ha messo in testa l'idea. In fondo cos'hanno fatto gli israeliani se non passare sedici mesi a bombardare le postazioni in cui erano nascosti centinaia di connazionali tenuti in ostaggio. L'idea di Israele che risolve Auschwitz bombardandola è la trasfigurazione leggendaria della Direttiva Annibale, niente di meno. 
 
È pur vero che a volte studiando quella fase molto concitata, si ha la sensazione che i leader del sionismo non abbiano fatto tutto quello che potevano per opporsi al nazismo e alla sua soluzione finale – vedi quell'imbarazzante Accordo dell'Havaara – ma più che intelligenza col nemico, credo che a innervosire i sionisti che ripassano quella pagina tragica sia il senso di impotenza: non tanto il fatto che non abbiano quel che potevano, ma che comunque non sarebbe servito a molto. Senza gli inglesi a far fronte a Rommel in Egitto, anche il Focolaio Ebraico in Palestina oggi sarebbe una curiosità nell'angolo di una pagina di un manuale di Storia. Persino i partigiani della tanto bistrattata Anpi, ai nazisti e fascisti che rastrellavano ebrei in Valpadana hanno dato parecchio filo da torcere. Israele invece non c'era... certo, la Brigata Ebraica, cinquemila effettivi, massimo rispetto, ma l'aviazione israeliana che distrugge i treni nazisti è una fantasia erotico-storica, non molto diversa da quella di Tarantino che riscrive la Storia per uccidere Hitler in un cinema. Noi esseri umani abbiamo inventato tanti trucchi per sentirci meno soli, impotenti e irrilevanti: abbiamo inventato l'arte, la solidarietà, la società, le nazioni, le comunità di nazioni... E certo, abbiamo anche inventato l'aviazione e i bombardamenti. Qualcuno deve avere concluso che bastano queste ultime due cose. È qualcuno che evidentemente arte non me produce, in società non riesce a viverci, e anche le nazioni non sa bene come funzionano. Magari non saranno tutti gamer, ma temo che la loro formazione ideologica parta da lì, più che da qualche libro sfogliato alla svelta. 

E comunque, lasciatemi completare la premessa: se Israele avesse bombardato i treni per Auschwitz... io avrei detto: macchecc... sono pieni di ebrei!, ma perché ce l'avete tanto con gli ebrei? Li bombardate di informazioni distorte per convincerli che il mondo li odia; gli mettete contro tutti gli arabi, che sono un miliardo; li invitate a vivere in una striscia di terra circondata da nemici, li costringete a difendersi da soli e quando non ci riescono e vengono catturati, li bombardate non metaforicamente. Senz'altro Hitler aveva un'idea diversa, è fuori discussione. Ma non provate a convincermi che la vostra sia una buona idea.

venerdì 30 giugno 2023

(Come ho iniziato a) capire Nerone

30 giugno: Primi martiri della Chiesa di Roma (64)

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Col tempo purtroppo cominci a capire chiunque, perfino Nerone. Il quale Nerone, è possibilissimo che non abbia gestito al meglio il grande incendio del 64; del resto era fuori città quando fu appiccato, e anche una volta accorso non è che potesse fare miracoli. Il fuoco dilagava in dieci quartieri su quattordici, comportandosi in modi imprevisti che i Romani non avevano mai avuto occasione di osservare. Non c'era mai stato un incendio così grande in città, e la città stessa non era mai stata così grande. Col tempo ho cominciato a capire come reagiscono le persone di fronte a fenomeni che non hanno mai avuto occasione di osservare: improvvisano. Trasformano i sospetti in realtà indiscutibili, confondono i sintomi con le cause, se durante un'alluvione vedono il fiume in piena portare tanti tronchi decidono subito che l'alluvione è colpa dei tronchi, perché il Potere non pulisce i fiumi dai tronchi? È chiaro che il Potere è in combutta coi tronchi per causare alluvioni che poi costano un sacco di soldi allo stesso Potere, ma se lo fa ci sarà un motivo. Piove per mesi? È colpa degli aeroplani che lasciano le scie, chi li ha messi in cielo tutti quegli aeroplani, eh? Le epidemie sono sparse dal Potere in virtù del malvagio protocollo Tachipirina E Vigile Attesa. I terremoti si potrebbero prevedere, ma il Potere non lo vuole, insomma il Potere passerebbe il tempo a tramare alle nostre spalle, e non un complotto solo ma tanti complotti diversi, come se ogni mattina si svegliasse indeciso sulla sfiga da somministrarci: che faccio stavolta, gli mando un'inondazione, un terremoto, un'epidemia?

Tutte queste cazzate le ho sentite io nel XXI secolo; immaginate cosa potevano raccontarsi i Romani sfollati mentre si riparavano nei giardini privati di Nerone o in baracche costruite alla benemeglio dalle legioni di Nerone, con soldi che Nerone stava anticipando e che con molta fatica sarebbe riuscito a recuperare dalle casse delle province: è chiaro che l'incendio lo aveva causato lo stesso Nerone; non lo avete visto in cima alla torre? Pensavate che volesse semplicemente capire l'entità dei danni? Nooo, era lì a intonare un canto sull'incendio di Troia. Li avete ben visti i vigili demolire interi isolati – lo facevano per evitare che l'incendio si propagasse – eh, ma intanto saccheggiavano. Qualcuno avrà pure saccheggiato: anche a Messina nel 1908 i soldati che arrivarono a soccorrere gli abitanti dopo un po' non sapevano cosa mangiare, e cercavano tra le rovine. 

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Nei mesi successivi Nerone avrebbe iniziato a ricostruire Roma non solo "più grande e più bella di pria" (in realtà ci vollero molti anni perché la popolazione superasse quella pre-incendio) ma soprattutto con standard di sicurezza mai visti fino a quel momento – strade più larghe, isolati più piccoli, divieto di pareti in comune tra fabbricati diversi, uso di pietre refrattarie, limite d'altezza per gli edifici, dislocazione di idranti collegati agli acquedotti. Nel frattempo doveva comunque affrontare un'opinione pubblica che sussurrava che l'incendio l'avesse appiccato lui, per rifare Roma a modo suo. Finché non decise di deviare l'attenzione su qualcun altro: e scelse i cristiani. Lo racconta Tacito negli Annali (scritti intorno al 110). Per Tacito i cristiani furono scelti "per soffocare ogni diceria", e perché "il volgo li detestava per le loro infamie". Questa "rovinosa superstizione" era dunque già arrivata a Roma, "in cui convergono da ogni dove e trovano adepti le pratiche e le brutture più tremende". Tacito sostiene che ne morì una "quantità enorme", e che più che la responsabilità dell'incendio veniva loro imputato l'"odio contro il genere umano". Quella ordinata da Nerone è la prima persecuzione di cristiani a Roma; i supplizi sono già quelli poi ripresi dalle leggende dei santi (del resto coerenti con i supplizi inflitti dai Romani agli schiavi ribelli): prigionieri "coperti di pelli di animali selvatici" per essere sbranati dai cani, o "crocefissi ed arsi vivi come torce, per servire, al calar della sera, da illuminazione notturna". Non c'era ancora il Colosseo e quindi Nerone dava questi spettacoli nei giardini del suo palazzo, "mescolandosi alla plebe in veste d'auriga". Tacito ammette che i cristiani così torturati destavano pietà, "perché vittime sacrificate non al pubblico bene bensì alla crudeltà di uno solo". Tutto questo si legge nel famosissimo paragrafo 44 del libro XV degli Annali, e quindi potrebbe anche non essere vero.

In effetti Tacito è un autore dalla fortuna abbastanza bizzarra. In epoca imperiale era molto stimato, vedi i complimenti di Plinio il Giovane. Ammiano Marcellino si considerava un suo continuatore. Ancora Girolamo lo ammira e ci lascia un indice delle sue opere. Dopodiché nel Medioevo sparisce completamente: nessuno lo legge più, nessuno lo cita più: e questo malgrado il valore pregevolissimo della sua opera, non solo documentario ma letterario. Una spiegazione è proprio la pessima figura che aveva fatto fare ai cristiani nel paragrafo 44, che Sulpicio Severo aveva ricopiato integralmente in una sua opera all'inizio del V secolo. Insomma siccome Tacito parlava male dei cristiani, i cristiani avrebbero deciso di non leggere più Tacito. Sappiamo che altre opere vennero censurate o rimaneggiate per lo stesso motivo (il Talmud, e probabilmente anche le Antiquitates di Giuseppe Flavio). E però l'importanza del paragrafo 44 era enorme: avrebbe dimostrato che i cristiani erano già numerosi e perseguitati a Roma nel 64, appena una trentina d'anni dopo la resurrezione di Gesù; avrebbe fornito una controprova importante alle agiografie che ambientavano nel 64 il martirio dei santi Pietro e Paolo. D'altro canto nel Medioevo di tutte queste controprove non si sentiva il bisogno: che Roma fosse la cattedra di Pietro era autoevidente. Non solo il paragrafo 44 dopo Sulpicio non viene più citato da nessuno, ma tutto Tacito scompare.


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Una pagina del Laurenziano 68,2


Col Rinascimento la situazione si capovolge: Tacito diventa autore apprezzato e supercitato, anche perché la sua rassegnata adesione al regime degli imperatori suona molto congeniale agli umanisti perennemente in cerca di prìncipi da servire e riverire: è un Machiavelli prima di Machiavelli, questo Tacito, e però come fanno gli umanisti a conoscerlo e apprezzarlo, se per quasi mille anni nessuno ha conservato le sue opere? In effetti sembra che i riscopritori di Tacito siano arrivati giusto in tempo, perché se possiamo leggere qualcosa delle Historiae e degli Annales è solo grazie a due manoscritti: se avessimo perso anche quelli, niente Tacito. Forse a quel punto qualche falsario se lo sarebbe inventato: ce n'erano di bravissimi, tra gli umanisti. Da cui la doverosa domanda: siamo sicuri che nessuno se lo sia inventato? 

Per quanto riguarda i primi cinque libri delle Historiae sì, siamo abbastanza sicuri: il manoscritto che li riporta, rinvenuto in un monastero tedesco, ha tutta l'aria di una buona copia medievale dell'opera di uno storico latino che scrive "sine ira et studio" di cose avvenute non molti anni prima. E malgrado le Historiae comincino proprio dalla fine del regime di Nerone, e proseguano con un excursus sulla situazione a Gerusalemme in quel periodo (alla vigilia della distruzione del Tempio) qui Tacito ai cristiani non accenna, neanche di sfuggita. Anzi sostiene che in Giudea "tutto fu tranquillo sotto Tiberio", il che contraddice quanto leggiamo nel paragrafo 44.

Il discorso è un po' diverso per il manoscritto 68,2, oggi alla Biblioteca Laurenziana di Firenze, dove forse arrivò grazie a Giovanni Boccaccio. È un bel libro, scritto nella calligrafia tipica dei monaci di Montecassino: se fosse un falso, sarebbe un capolavoro anche in questa categoria. È il manoscritto più antico che contenga gli Annales che ci sono rimasti; lo stile somiglia a quello severo e franto delle Historiae nella prima parte, dopodiché diventa un po' più regolare, ma anche un po' sciatto verso gli ultimi libri, tra cui appunto il XV. Quest'ultimo contiene il preziosissimo paragrafo 44, già attestato in Sulpicio Severo. Che il manoscritto fosse un falso lo sospettavano già gli Illuministi nel Settecento (più per polemica anticristiana che per sensibilità filologica); nel 1878 uno studioso inglese, John Wilson Ross, sostiene di aver identificato il falsario: l'umanista quattrocentesco Poggio Bracciolini, che in effetti riscoprì e ricopiò il manoscritto 68,2. Per Ross non si limitò a riscoprirlo: lo avrebbe composto lui, su suggerimento di un cardinale che desiderava possedere un manoscritto unico e inestimabile – e lo avrebbe pagato molto bene. La ricostruzione di Ross è affascinante: spulciando nell'epistolario di Bracciolini, non solo si convince di aver trovato più di un'ammissione di colpevolezza, ma anche l'identità di un monaco tedesco invitato da Bracciolini a Firenze in quanto esperto di calligrafie medievali: la persona più adatta a ricopiare il falso Tacito. Tutto apparentemente plausibile, senonché gli strumenti che abbiamo oggi ci confermano che la pergamena del 68,2 è di qualche secolo più antica; certo, l'attenzione maniacale per i dettagli avrebbe potuto spingere Bracciolini a raschiare qualche codice medievale per scriverci sopra il suo falso d'autore, come se già immaginasse nel Quattrocento che cinque secoli dopo avremmo sottoposto i manoscritti a test col carbonio-14. È però più probabile che gli Annales siano autentici; che le oscillazioni di stile siano quelle normali di un autore; che la descrizione dell'incendio (tanto più realistica di quella degli autori successivi) sia basata su fonti scritte e orali cui solo Tacito, quarant'anni dopo l'incendio, poteva accedere. Nel suo Nerone, più verosimile proprio perché contraddittorio, è così facile riconoscere l'atteggiamento di un qualsiasi amministratore in un'emergenza: arriva magari un po' tardi, si fa prendere dal panico, poi finalmente prende decisioni anche dolorose ma sagge, le paga in termini di popolarità, cerca qualche capro espiatorio. Un ritratto tutto sommato realistico, che spiega anche come mai Nerone rimase dopo la morte un imperatore popolare e rimpianto da parte della popolazione. 

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Quel che non torna, nel racconto di Tacito, sono i cristiani. Non somigliano veramente a quelli descritti negli Atti degli Apostoli; è difficile immaginare Paolo o addirittura Pietro a promuovere l'"odio per il genere umano", in una società che malgrado la svolta tradizionalista imposta dagli imperatori giulio-claudi era ancora abbastanza tollerante dal punto di vista religioso. Tacito ha idee stranamente definite sull'origine dei cristiani: "Derivavano il loro nome da Cresto, condannato al supplizio, sotto l'imperatore Tiberio, dal procuratore Ponzio Pilato". È curioso che Tacito ricordi il nome di Pilato – personaggio secondario – ma che lo definisca "procurator" e non "praefectus", anche perché prima di fare lo storico era stato avvocato e funzionario: la differenza tra un procuratore e un prefetto doveva conoscerla bene. Laddove un cristiano di quattro secoli dopo, ad esempio Sulpicio Severo, avrebbe avuto un'idea molto meno precisa del ruolo di Pilato, ma nessun dubbio sul nome, ormai eternato nei vangeli. Insomma c'è qualche argomento per sostenere che, se pure gli Annales in linea di massima fossero autentici, il paragrafo 44 sia un'interpolazione, un'aggiunta. Questa interpolazione avrebbe potuto essere effettuata in qualsiasi momento nel Medioevo, a Montecassino, in un periodo in cui il manoscritto di Tacito interessava a pochissimi lettori, e questi pochi magari si domandavano in buona fede come mai nel loro manoscritto mancava il paragrafo di Sulpicio, così importante per la Storia del cristianesimo: finché qualcuno mentre lo ricopiava avrebbe potuto essersi detto beh, se manca perché non aggiungerlo. Ricordiamo che in quel periodo Tacito non era più il grande Tacito, ma un cronista tra tanti, il valore della cui opera risiedeva nella quantità di informazioni storiche che conteneva, insomma per un monaco aggiungere il paragrafo aveva un po' lo stesso senso che ha per noi aggiungerne uno a una voce di Wikipedia; tanto più che era un paragrafo già attestato da un altro autore, e contenente verità indiscutibili. 

Ma la modifica avrebbe potuto essere anche più minimale, e magari operata da Sulpicio o da qualche autore precedente. Forse nell'originale Tacito non parlava veramente di cristiani, ma di un gruppo molto più oltranzista e arrabbiato, di cui non ci rimane più traccia perché... Nerone li ha fatti ammazzare tutti, appunto. Forse avevano davvero appiccato uno dei tanti focolai, o più facilmente intralciato gli interventi dei vigili. Oppure non erano affatto implicati nell'incendio, ma erano colpevoli di alimentare le dicerie sulla piromania di Nerone – finché quest'ultimo non avrebbe deciso di vendicarsi rovesciando l'infamia su di loro. Quest'ultima ipotesi fino a qualche anno fa non l'avrei mai presa in considerazione, mentre oggi mi sembra fin troppo convincente, perché? Perché più conosco gli uomini e più capisco Nerone. Ormai quando sento qualcuno parlare di scie chimiche, vorrei sciargliele addosso. E i negazionisti del riscaldamento globale, mi dispiace sinceramente vederli morire di vecchiaia, invece che disidratati. Tutti quelli che si immaginano un Potere malvagio deciso a rovinargli la felicità, mi fanno venir voglia di assumerlo io, quel Potere, e mandarli a dragare i fiumi finché non affogano. Meno male che non sono Nerone: ma comincio a capire come lo si diventa.

sabato 6 maggio 2023

Che fine ha fatto Domitilla

7 maggio: Santa Flavia Domitilla (I secolo), nobildonna in disgrazia

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A Roma la prima persecuzione anticristiana in assoluto fu quella promossa da Nerone dopo il grande incendio del 64: ne parla anche Tacito, quindi siamo abbastanza sicuri che i cristiani se la videro male, perlomeno nell'Urbe: Pietro e Paolo sarebbero stati giustiziati in quel frangente.
 
Della seconda persecuzione sappiamo molto meno; per come la racconta Svetonio somiglia più a una purga di palazzo. Siamo nel 95, Tito Flavio Domiziano è imperatore da quando aveva trent'anni: ora ne ha 45 e si sente forse con le spalle al muro. Soffre di una malattia nervosa che non siamo riusciti a diagnosticargli in duemila anni – chi dice Asperger, chi epilessia, e non dimentichiamo l'intossicazione da piombo che nella città degli acquedotti doveva essere molto diffusa. 

Domiziano ha sempre amato la solitudine, ma forse a questo punto si tratta di nascondere episodi convulsivi che convincerebbero qualche cortigiano della necessità di cambiare imperatore, e dopo un secolo ormai si è capito come si cambiano imperatori a Roma. Se ti va bene ti soffocano col cuscino come Tiberio, se ti va peggio trenta pugnalate o tocca arrangiarsi da soli come capitò a Nerone, ma insomma un imperatore che si pre-pensioni fino a questo momento non si è visto, non è previsto. Non è nemmeno chiaro come funzioni la successione – in teoria lo Stato è ancora una repubblica: l'imperatore è uno stato di eccezione permanente ed è eccezionale sia il modo in cui conquista il potere, sia il modo in cui lo cede.

Domiziano a dire il vero è diventato Augusto in modo abbastanza banale, subentrando a suo fratello Tito che era molto più famoso e amato di lui. In quindici anni di regno, Domiziano deve aver riflettuto spesso su quanto sia facile farsi amare se si rimane sulla ribalta appena un paio d'anni, il tempo di fare regali a tutti, assistere i cittadini durante una pestilenza, e morirne; a Domiziano invece era capitato l'ingrato compito di chi sopravvive a oltranza, finché qualcuno non lo fa fuori.

Figli non ne ha – se ne avesse, a questo punto tramerebbero contro di lui, rendendosi popolari in qualche legione ai confini dell'impero, vincendo una scaramuccia qua o là con barbari spesse volte corrotti e compiacenti, distribuendo bottini fino a farsi acclamare nuovi imperatori. Verso il 95 pensa di aver risolto il problema della successione designando i figli di un parente, Flavio Clemente, nipote del fratello di suo padre, il grande Vespasiano. Non solo, ma la madre di questi due ragazzi – Flavia Domitilla – era figlia di un'omonima Flavia Domitilla, sorella di Tito e Domiziano, insomma questa dinastia flavia era appena arrivata a regnare su Roma e già stava cominciando ad avvitarsi su sé stessa come certe stirpi faraoniche.

Sembra comunque che tutto fili liscio: i due ragazzi crescono sani e possono avvalersi dell'istitutore più celebre di tutta la romanità, Quintiliano, che ovviamente è fierissimo di loro. Il loro padre, che nel 95 è console, non sembra particolarmente ambizioso, eppure già in primavera Domiziano comincia a sospettare: ora che la successione è definita, qualcuno a corte potrebbe esser tentato di accelerarla. Non sappiamo se il sospetto fosse nutrito da indizi o delazioni, o se ormai Domiziano fosse arrivato al punto in cui si praticano purghe preventive alla Stalin; Svetonio parla di una "tenuissima suspicione", ma è pur sempre Svetonio, oggi scriverebbe gossip su Chi. Fatto sta che in maggio Flavio Clemente viene messo a morte con altri suoi sodali; anche la moglie viene punita, ma soltanto con l'esilio in un'isola particolarmente adatta all'uopo, Ventotene. E siccome mettere in giro la voce che c'è stata una congiura sarebbe già una mezza ammissione del fatto che l'imperatore non è immortale, che insomma altre congiure sarebbero possibili, secondo Cassio Dione i sospettati furono accusati non di avere attentato alla vita di Domiziano, ma di empietà verso gli dei o "ateismo". Ai tempi era un'accusa serissima, ancorché abbastanza vaga: era passibile di condanna per ateismo chiunque si rifiutasse di sacrificare agli Dei ufficiali.

Per Cassio Dione (che però scrive già nel 200) effettivamente Flavio e la moglie non sacrificavano perché erano "deviati dai costumi dei Giudei": il che è curioso se si pensa che la dinastia Flavia è proprio quella che gli ebrei li aveva dispersi nel mondo; era stato lo stesso Tito, zio di Flavia Domitilla, a radere al suolo Gerusalemme e il suo tempio nel 70. Gli ebrei, che già prima avevano iniziato a spargersi nel bacino del Mediterraneo e nel Medio Oriente, a quel punto avevano costituito una base più consistente anche a Roma, diffondendo le loro concezioni religiose che avevano trovato proseliti in ogni classe sociale. Che poi tra le varie correnti ebraiche, i due coniugi avessero abbracciato proprio il cristianesimo, Cassio non lo dice perché magari la differenza tra cristiani ed ebrei non gli interessava; a dichiarare chiaro e tondo che Flavio e Flavia fossero cristiani ci pensa quasi un secolo più tardi Eusebio di Cesarea, che però si confonde e scrive che Domitilla era stata esiliata a Ponza. Questo ha fatto pensare che potrebbero persino esistere due Flavie Domitille diverse: non è affatto impossibile, visto che i nomi femminili si ereditavano. Leggende successive trasformano questo personaggio evanescente in una martire vera e propria, giustiziata a Terracina dopo aver convertito molti pagani a furia di miracoli. 

Ma l'importanza di Domitilla e suo marito sta nel fatto che sono gli unici martiri romani di epoca domizianea che conosciamo: e siccome riteniamo che Giovanni evangelista abbia scritto l'Apocalisse più o meno in quel periodo, descrivendo il senso di angoscia provato dai cristiani del tempo a causa di un vasto disegno persecutorio nei loro confronti (secondo molti esegeti Domiziano sarebbe la Bestia), sarebbe più che sensato trovare testimonianze di questa persecuzione su larga scala: che ahinoi, non ci sono; Flavio e Flavia è tutto quello che abbiamo.

Quando a Domiziano, pochi mesi dopo la purga sarebbe morto assassinato, come aveva previsto. Un prefetto del pretorio lo avrebbe avvisato della congiura: c'è qui il procuratore Stefano che si è procurato un biglietto con la prova, si è anche ferito a un braccio. Mentre Domiziano leggeva il biglietto, Stefano dalle bende della ferita avrebbe estratto il pugnale. Con lui termina la dinastia Flavia.

domenica 30 maggio 2021

La figlia di San Pietro, o forse no

31 maggio – Santa Petronilla martire, I secolo

Di tanti santi non ci resta che un nome sul muro. È comunque notevole quante storie siamo riusciti a inventarci, con quel nome e poco altro. L'esempio limite sono sempre le undicimila vergini di Sant'Orsola, nate tutte e undicimila da un errore di trascrizione; quanto a Santa Petronilla, a un certo punto si ritrovò su altari importanti semplicemente perché il suo nome ricordava quello di Pietro: e in seguito, per lo stesso motivo, fu accantonata. Sic transit gloria coeli.

 

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L'affresco della matrona, nella Catacomba di Domitilla.

Il nome Petronella mart[yr] si legge in quello che forse è il più antico affresco cristiano che si sia conservato, risalente al IV secolo, presso la Catacomba di Domitilla, sulla via Ardeatina. Petronilla è raffigurata mentre indica alla matrona Santa Veneranda una pergamena (le Scritture?) e forse la conduce in cielo. Tutto qui. "Petronella" però è un nome curioso. L'origine non è difficile da rintracciare: la gens Petronia era una delle più importanti famiglie Romane nel periodo repubblicano e imperiale. Oggi la ricordiamo soprattutto per quello scrittore sconcio, ma fior di senatori e latifondisti hanno portato il nome Petronius. Prima che ironizziate sulla scarsa fantasia di uno di questi Petroni che avrebbe chiamato sua figlia "Petronilla", cioè piccola Petronia, vi devo rammentare che non funzionava così, cioè i Romani non davano un vero nome alle loro figlie – o forse lo davano, ma era talmente privato che non veniva mai divulgato agli estranei, né registrato dai documenti, e quindi non lo conosciamo. In società le donne venivano chiamate col femminile del nome gentilizio del padre, che in periodo imperiale assume spesso la forma diminutiva: per cui se nascevi figlia di un Domizio eri Domitilla; se invece ti dava la vita un Petronio, eri Petronilla e stop. Se poi avevi sorelle, per distinguerti potevano chiamarti "Prima", "Secunda", "Tertia", a seconda dell'ordine dell'arrivo. Possiamo trovare l'usanza un po' barbara (in realtà furono i barbari ad abolire l'usanza), ma senz'altro ha risparmiato a generazioni di genitori quei nove mesi di discussioni. Di Santa Petronilla, assente dai più antichi martirologi, si conosceva insomma soltanto la famiglia d'origine, e nient'altro: ma a partire dal V secolo anche questo dettaglio fu rimosso, in favore di un'ipotesi più suggestiva accreditata a partire dalla Passione dei martiri Nereo e Achilleo: che il nome "Petronilla" cioè non discendesse da "Petronio", bensì da "Pietro", il primo tra gli apostoli nonché fondatore della Chiesa di Roma. Proprio a Roma, mentre esercitava il suo apostolato, Pietro avrebbe avuto una figlia, che sarebbe morta martire come lui. Ovviamente non ci sono prove, ma se è per questo anche quelle che collegano Pietro Apostolo a Roma sono molto labili.

Ne abbiamo già discusso: non c'è un solo versetto del Nuovo Testamento che affermi esplicitamente un passaggio di Pietro a Roma. Viceversa è proprio Pietro a concludere la sua Prima Lettera porgendo i suoi saluti da Babilonia. "Babilonia" ai tempi di Pietro era ancora uno dei nomi di una città reale, ovvero Seleucia-Ctesifonte sul fiume Tigri; per estensione poteva indicare tutta la regione mesopotamica, dove davvero Pietro potrebbe essersi spinto dopo dopo il suo soggiorno ad Antiochia di Siria, questo sì attestato dagli Atti degli Apostoli. E allo stesso tempo "Babilonia" potrebbe essere un riferimento in codice a Roma in quanto tronfia capitale del peccato, immediatamente decifrabile per tutti i cristiani e appassionati lettori di Isaia. Così almeno hanno voluto leggerlo nei secoli successivi i cristiani romani e in generale tutti gli autori a cui premeva insistere sul primato petrino. Certo, è curioso che Luca, l'autore degli Atti, a un certo punto abbandoni completamente Pietro e si concentri soltanto su Paolo di Tarso, che nel finale del libro arriva a Roma ed è messo agli arresti domiciliari. Se in quel periodo anche Pietro fosse già stato a Roma, Luca ce lo avrebbe detto: a meno che Pietro non fosse in quel periodo un clandestino, un ricercato, ed è possibile anche questo.

Comunque tutte le successive avventure di Pietro nell'Urbe sono contenute in testi che già la Chiesa dei primi secoli liquidava come apocrifi. La presenza di Pietro a Roma era però necessaria per giustificare il principio del primato del vescovo di Roma su tutti gli altri presuli della cristianità: ogni indizio in tal senso era prezioso. Si può immaginare quanto avrebbero apprezzato, i successori di Pietro, una sola iscrizione di epoca imperiale recante il nome dell'Apostolo: ma non la trovarono. In compenso trovarono una Petronella mart.: meglio che niente.

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L'antica Basilica di San Pietro in un'incisione rinascimentale: il primo edificio a pianta circolare dall'alto era la Cappella di Santa Petronilla, già mausoleo di Onorio.

La necessità di accostare Petronilla a tanto padre portò alla produzione di ulteriori leggende in cui San Pietro guariva la figlia da questo o quel male. Nell'ottavo secolo papa Stefano II decide che Petronilla deve riposare nei pressi del padre, sulla cui supposta tomba già in epoca costantiniana era sorta l'Antica Basilica. La traslazione viene effettivamente ordinata dal successore, papa Paolo I: le ossa attribuite a Petronilla martire vengono spostate dalla catacomba a un edificio che sorgeva a fianco della Basilica. Si trattava dell'ultimo mausoleo imperiale di Roma, quello dell'imperatore Onorio (V secolo), da lì in poi conosciuto come Cappella di Santa Petronilla.

Nel frattempo sta finendo l'ottavo secolo. Il papato deve scegliere da che parte stare tra Franchi e Longobardi, e questi ultimi danno meno affidamento, anche solo perché a Roma li conoscono meglio. Quando Carlo non-ancora-Magno arriva a Roma la prima volta, papa Adriano lo porta in visita anche alla tomba di Petronilla, la cui cappella viene ora dedicata ai re Franchi. È un piccolo gesto di enorme significato: il regno dei Franchi è adottato come un figlio dalla Chiesa, così come Petronilla è figlia di Pietro. E siccome sulla tomba di Petronilla pare fosse inciso un delfino, questo simbolo entrerebbe a far parte dell'araldica imperiale, dove sarebbe stato associato soprattutto alla contea di Vienne sul Rodano, dal XIV secolo in poi destinata all'erede al trono di Francia, conosciuto fino all'Ottocento come il "Delfino".

Petronilla insomma ha le carte in regola per diventare la patrona di uno dei più importanti regni della cristianità: e invece dal decimo secolo in poi la sua fama si eclissa. Nessun re Franco e poi francese viene effettivamente tumulato nella cappella; il nome "Petronilla" resiste ancora in quanto associato all'edificio, finché nel Rinascimento gli umanisti non decidono che doveva trattarsi di un antico Tempio di Apollo e non cominciano a chiamarlo così. Nel 1519 viene comunque demolito senza troppi rimpianti per far spazio al complesso architettonico della nuova Basilica. Nel frattempo Petronilla era tornata a essere poco più di un nome inconsueto su qualche antico documento. Cos'era successo? In breve, l'idea che Pietro avesse avuto una figlia era ormai diventata imbarazzante.

La cosa in sé non era scandalosa: nei vangeli di Marco e Luca, Gesù guarisce la suocera di Pietro, che quindi come minimo era sposato. Nella sua Prima Lettera, proprio mentre saluta da Babilonia, Pietro cita un Marco come "suo figlio", quindi non era impossibile che ne avesse avuto altri. Impossibile no, ma poco edificante per i suoi successori che dall'Anno Mille in poi insistono sempre di più sul celibato sacerdotale. È una fase in cui papi importanti come Leone IX e Gregorio VII cercano di recuperare la credibilità di un clero sempre più corrotto. I mali del secolo si chiamano simonia e nicolaismo: il primo è la compravendita di titoli ecclesiastici, molto ricercati dalle nobili famiglie che dovevano piazzare i figli non primogeniti esclusi dall'asse ereditario. Il risultato è che molti seggi vescovili anche importanti erano occupati da figli di papà non esattamente portati al sacerdozio, con una conseguente rilassatezza dei costumi che è facile immaginare. Eppure il nicolaismo era una piaga anche peggiore, e consisteva nell'abitudine dei sacerdoti a prendere concubine o addirittura a sposarsi, lasciando dunque eredi, malgrado già da secoli vescovi e padri della Chiesa lo sconsigliassero fortemente, quando non lo vietavano proprio. Questi divieti venivano troppo spesso ignorati e i preti continuavano a far figli a cui spesso cercavano di intestare parte dei propri benefici, il che minava alle fondamenta tutta l'istituzione.

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Gregorio VII, al secolo Ildebrando di Soana

Non si trattava tanto di una questione di castità (i sacerdoti non fanno voto di castità, ma appunto di celibato): a scandalizzare i laici di ogni classe sociale era il modo in cui questi chierici sposati amministravano i beni della Chiesa, badando più agli interessi famigliari che a quelli della diocesi o della parrocchia. Gregorio VII reagì alla questione con intransigenza, pretendendo che i vescovi rispettassero e facessero rispettare il principio: con il suo papato, la Chiesa fece un passo definitivo verso la trasformazione in quella gerarchia di celibi che è tuttora, un'enorme organizzazione che assorbe benefici e donazioni in ogni continente senza doverne mai cedere una parte a nessun erede legale. Ma a quel punto l'idea che il primo degli Apostoli e il primo dei Pontefici romani avesse avuto una figlia diventava scomoda da gestire. Di questa Petronilla nulla di certo si sapeva, tranne che aveva il nome del padre e in virtù di questo si era meritata una cappella tutta sua di fianco alla Basilica più importante: non un buon esempio per una Chiesa che volesse respingere il nicolaismo e il nepotismo. Già in qualche leggenda più tarda Petronilla è soltanto una figlia adottiva, o una convertita che assume il nome dell'Apostolo in modo non dissimile da come gli schiavi affrancati derivavano il loro nome da quello dell'ex padrone che li aveva liberati. La stessa Francia si dota col tempo di Santi più blasonati e storicamente attestabili come Re Luigi IX o Giovanna d'Arco.  Quest'ultima rischia per un soffio di sovrapporsi a lei anche nel calendario, dove Petronilla è festeggiata nell'ultimo giorno di maggio. Giovanna invece fu bruciata a Rouen il giorno prima, il 30 maggio del 1431.

mercoledì 26 maggio 2021

Su un'iscrizione antica, rinvenuta in un abisso

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e il naufragar m'è dolce in questo mare

immensità s'annega il pensier mio

e viva, e il suon di lei Così tra questa

e le morte stagioni  e la presente

vo comparando e mi sovvien l'eterno

infinito silenzio a questa voce

odo stormir tra queste piante io quello

il cor non si spaura E come il vento

io nel pensier mi fingo ove per poco

silenzi, e profondissima quïete

spazi di là da quella, e sovrumani

Ma sedendo e mirando, interminati

dell'ultimo orizzonte il guardo esclude

e questa siepe, che da tanta parte

Sempre caro mi fu quest'ermo colle


Misteriosa iscrizione rinvenuta sui gradini di una scalinata della Roma Inabissata dai sommozzatori della quinta missione mediterranea. Si tratta di un testo poetico in endecasillabi sciolti che gli studiosi collocano tra il XVI e la prima metà del XX secolo – l'incertezza della datazione è dovuta alla notoria scarsità di documenti in lingua italiana di quel periodo. Per dirla con le parole di Zhwng Hõu👴, capospedizione e filologo romanzo, "non capiremo mai cosa volesse dire [l'anonimo poeta], ma certo lo disse in modo sublime". 

Di seguito l'interpretazione di Qwjng Kji👩, la più apprezzata tra gli esperti. "Il testo comincia in medias res, con una congiunzione copulativa ("e il naufragar" che ci lascia intendere che il brano non sia che il frammento di una più lunga riflessione. Il poeta afferma che naufragar gli è dolce, in un mare-immensità in cui annega non soltanto il suo pensiero, ma anche il suono di "lei", una donna di cui nulla sappiamo tranne che è "viva". Si tratta probabilmente di un suono soave, forse un canto che invita il poeta a paragonare ("vo comparando") questa persona alle stagioni morte e alla presente: questa bizzarra attività comparativa, unita al persistente ricordo di "questa voce" lo conduce a ricordarsi di un "eterno infinito silenzio". L'estasi contemplativa (uno stato autoipnotico?) viene però turbata dallo stormire di qualcosa tra le fronde: il poeta, ancora perso come un naufrago nella propria coscienza, si domanda se non è lui stesso colui che fa stormire le fronde ("io, quello?"), con le estensioni fisiche di un corpo che ormai percepisce come lontanissimo. Forse lui finge di essere il vento ("E come il vento io nel pensier mi fingo"), ogni volta che per poco si instaurano silenzi, come a impedire che la profondissima quiete spazi (voce del verbo spaziare) al di là da quella, quella chi? Forse la donna di cui il poeta continua a ricordare il suono, ora in compagnia di non meglio precisati "sovrumani", figure semidivine che la proteggono. Costoro sono tuttavia come gli angeli creature allo stesso tempo superiori agni uomini e incomplete ("interminati"), in quanto forse prive dell'esperienza del peccato e della morte. Perciò forse lo "sguardo" (di Dio?) li esclude "dall'ultimo orizzonte" (quello della pienezza della vita eterna?) Lo stesso sguardo esclude la siepe su cui si è fissato il poeta, che cresce da una base molto folta ("da tanta parte"). Questa complessa meditazione avviene su un colle solitario a cui nell'ultimo memorabile verso il poeta rinnova il suo affetto". 


venerdì 22 febbraio 2019

JLB, pimpami la cattedra

22 febbraio – Cattedra di San Pietro, panca medievale incastonata in un capolavoro visionario
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Un Papa può decidere che non è più in grado di fare il Papa? Certo che può (lo prevede anche il Diritto Canonico): è infallibile. Ma un Papa che dice di non essere più infallibile, ammette di potersi sbagliare; e quindi potrebbe anche sbagliare quando dice di non essere più in grado di essere il Papa, cioè infallibile… ma può essere infallibile anche quando annuncia di non poter esserlo più? Se non è più infallibile, forse si sbaglia anche quando dice che non è più infallibile… non se ne esce. Ma è solo un passatempo per sofisti. E poi: chi l’ha detto che il Papa è infallibile?

Siccome non si registrano rivelazioni divine al riguardo, non può che essere stato un altro Papa, per definizione (chiunque altro lo avesse detto poteva pur sempre sbagliarsi). Invece Pio IX preferì parlarne al Concilio Vaticano Primo nel 1870 – lui non è che nutrisse molti dubbi in riguardo, però preferiva che nessuno ne avesse. Il giorno prima del voto una sessantina di vescovi lasciò Roma in silenziosa protesta. Ci fu anche un piccolo scisma con alcune comunità sparse tra Svizzera Germania e Paesi Bassi – i “vecchi cattolici”. Di lì a poco la Prussia dichiarò la guerra alla Francia e il concilio fu sospeso; dalla guerra dipendeva anche il destino di quel che restava dello Stato della Chiesa, di cui Napoleone III era il migliore alleato. Infallibile in materia di fede, Pio IX evidentemente non lo era quando si trattava di alleanze, perché la guerra fu subito un disastro, Napoleone scappò, Parigi issò la bandiera rossa, e il 20 settembre a Roma arrivarono i bersaglieri italiani – si sa che gli italiani hanno una vocazione per attaccare chi ha già perso contro qualcun altro. Il concilio rimase sospeso a data indeterminata: solo nel 1962, quando Papa Giovanni (VOTA BERSANI) volle aprirne un altro, ci si ricordò che era rimasto aperto tutto il tempo, come un’imposta in solaio, e lo si chiuse ufficialmente. Insomma, il Papa ha governato la Chiesa e il suo Stato per un millennio e mezzo senza sostenersi infallibile; appena ci ha provato si è trovato i piemontesi in Vaticano, forse questo potrebbe significare qualcosa, forse.

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Mi fa sempre venire in mente
l’Avvocato del Diavolo, il film,
lo so, non c’entra niente.
Comunque nemmeno Pio IX sosteneva di essere infallibile in qualsiasi cosa dicesse: il Papa lo è solo quando parla ex cathedra, dall’alto della sua autorità suprema di vicario di Cristo, a proposito dei dogmi della fede. Il problema è che il Papa di fede ne parla continuamente, ci mancherebbe, è il suo mestiere: è infallibile ogni volta? Secondo alcuni no, l’infallibilità “tecnica” sarebbe stata usata una volta sola, da Pio XII nel 1950 per proclamare l’Assunzione di Maria. Ma ci sono delle ambiguità, dei non detti, che permettono ad alcuni di considerare infallibile il Papa ogni volta che dice due cose dal balcone. L’ambiguità non è accidentale, bensì necessaria, tiene aperto alla Chiesa e ai suoi pastori lo spazio per eventuali retro-front: metti che a un certo punto si accorgono che si sono sbagliati ad es., sul Limbo: “ah sì, ma quelle erano soltanto ipotesi, mica parlavamo ex cathedra”. Per poter essere davvero infallibile, il Papa ha bisogno che la sua cattedra si veda un po’ sì e un po’ no, come certi insegnanti che un momento scherzano e il momento dopo ti stanno facendo il quinto grado – ma forse stanno scherzando ancora – no aspetta mi ha messo un quattro sul registro maledettobastardofigliodi – i Papi come tutti si riservano il diritto di cambiare idea, solo gli imbecilli non lo fanno mai, e quindi alla fine non si sa mai esattamente se stanno parlando ex cathedra o no. La cathedra del Papa non è come il martelletto del giudice, che trasforma le sue parole in sentenza dotata di valore reale, effettivo: la cathedra è come sospesa nell’aria, un po’ c’è, un po’ no, e la cosa incredibile è che molti secoli prima Gian Lorenzo Bernini già lo aveva capito.


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Zitto, muto, fermo, ci ho tante
di quelle idee in testa che
un’eternità non mi basta guarda.
Siete liberi di non credere in Dio, ma in Bernini ci dovete credere: è vissuto, ha camminato su questa nostra terra, se lui c’è stato qualunque cosa è possibile. Nuvole di pietra, orgasmi di marmo, raggi di sole di bronzo che si illuminano duecento anni prima che a qualcuno venga in mente di accendere una lampadina (il trucco sono le vetrate nascoste); ma d’altro canto Bernini girava già dei film straordinari molto prima dei fratelli Lumière, e in fondo alla Basilica di San Pietro c’è uno dei suoi migliori effetti speciali. Magari un giorno sul serio il cattolicesimo passerà di moda, non ne parlerà più nessuno, sic transit gloria coeli. Questo non significa che la Basilica smetterà di essere un luogo sacro, visto che in essa si è manifestato in tutta la sua gloria, la sua abilità, la sua versatilità e soprattutto la sua incomparabile tamarraggine, Gian Lorenzo Bernini. Ma in questo periodo la gente non ci fa caso, la gente preferisce inginocchiarsi o, al limite, guardare la Pietà di Michelangelo che è un po’ l’idea che passa dell’arte classica: una cosa dolce, che a guardarla ti intenerisci, la mamma che si espande per accogliersi un trentatreenne in grembo, e poi guarda com’è bravo coi muscoli, coi tendini, bravo bravo bravo – poi tornano a casa e si mettono vestiti Bernini, e vanno a vedere film Bernini, ma non è arte, è solo la vita in cui vivono, immaginata progettata arredata e illuminata da Bernini e dai suoi seguaci.


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Una riproduzione della cattedra originale:
 dai temi delle formelle si deduce
che è quella donata da Carlo il Calvo.
La Cattedra di San Pietro di Bernini passa quasi inosservata, eppure è immensa ed è in primo piano; ma c’è il Baldacchino davanti e poi sembra parte dell’arredo, la gente fa una certa differenza tra “arredo” e “scultura”. Bernini no, Bernini era totale: scolpiva, arredava, montava i carri delle processioni, le quinte degli spettacoli, un sacco di roba sua non ci è arrivata perché non era progettata per durare. Bernini aveva già sessant’anni quando Alessandro VII gli disse, senti, abbiamo di nuovo bisogno di te a San Pietro, in quell’officina che gli aveva già dato tanta gloria e tanti dispiaceri (gli avevano buttato giù i campanili, per invidia o perché rischiavano di venir giù da soli). Per quanto già traboccante di decorazioni e opere importanti (tra cui il suo San Longino), la Basilica continuava a sembrare troppo vuota, e probabilmente in tutto quello spazio, sotto tutto quel Baldacchino, nessuna cattedra sembrava abbastanza monumentale. Quella originale, poi, quella su cui in teoria avrebbero dovuto sedersi i facenti-funzioni-di-Cristo da Pietro in giù, era veramente poca cosa, una panca medievale appena un po’ istoriata, e prima o poi qualche occhio attento si sarebbe accorto che non era del primo secolo dopo Cristo (più probabilmente è del nono).
“Non mi posso più sedere su una cosa del genere, che figura ci faccio coi patriarchi”, disse dunque Alessandro VII. “Non potresti pimpare la mia cathedra?”


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Potrei sbagliarmi, eh? Ma non ci ho mai visto
seduto nessuno, secondo me non c’è neanche una scala dietro.
Forse non furono le sue esatte parole, ma in sostanza andò così. Nessuno poteva pimpare una cattedra meglio della Bernini Factory; se non lui chi? Borromini? bravissimo, per carità ma diciamocelo, soprattutto un architetto, sempre lì a ragionare con compassi e squadre. Bernini invece è uno stilista, Bernini è il panneggio, è tutto sbuffi e increspature, Bernini è l’effimero ma scolpito nella roccia, Bernini è l’eccesso. È il vero grande artista italiano, ma noi italiani fingiamo di non conoscerlo perché, a differenza di Michelangelo o Caravaggio, Bernini ci scorre nelle vene, Bernini è Versace – anche la Medusa è roba sua. Prese la cattedra e la montò su un tripudio di nuvole, di dottori della Chiesa, di angeli vorticanti intorno a un punto luce abbagliante, in cui nei giorni di sole a malapena si intravede la colomba stilizzata nelle vetrate. In fondo nessuno la guarda con attenzione perché come il sole è inguardabile, è impossibile, è una statua-che-abbaglia. Sai che da qualche parte lì in mezzo c’è ancora la panca medioevale, ma preferisci distogliere lo sguardo, al massimo noti il Trono che sta in cima: finalmente un vero Trono, salvo che nessun Papa credo ci sia fisicamente seduto sopra. Ma quanto era un genio Gian Lorenzo Bernini. Crollerà il cielo, verranno giù i santi infiammandosi come meteore, dovremo toglierli dal calendario, e il 22 febbraio non ci resterà che festeggiare la Cattedra di Gian Lorenzo Bernini.

lunedì 26 novembre 2018

Il santo che salvò il Colosseo, circa

26 novembre - San Leonardo di Porto Maurizio, inventore della Via Crucis, salvatore del Colosseo


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Il solito allegrone
È inutile che proviate a farmi gli auguri adesso, miei cari lettori, ipocriti, fratelli; il mio onomastico era il 6 novembre, San Leonardo abate di Limoges – e anche stavolta non se n'è ricordato nessuno. Questo Leonardo non è meno importante del primo, diciamo che gioca in tutt'altra categoria: è un predicatore francescano del Settecento, secolo finora colpevolmente snobbato da questa rubrica, come se per cent'anni non ci fossero stati santi interessanti. Non è decisamente così, però riflettete un attimo sul Settecento che conoscete, sul Settecento che avete studiato a scuola, o quello che poi vi è ricapitato sott'occhio al cinema o in tv. Non vi sembra anche voi di avere un buco? Il secolo dei Lumi, vi dicevano gli insegnanti. Sì ma gli illuministi a ben vedere erano una manciata di persone in tutt'Europa sparsi tra le corti e le caffetterie; ok, gli abbonati all'Encyclopédie erano parecchi di più, però il secolo senz'altro non è tutto lì. C'erano i libertini, questa è cosa nota, almeno un film o un libro di libertini lo abbiamo consumato. Poi verso la fine partono le rivoluzioni, e quelle le studiamo già con più interesse, ma fidatevi che se al liceo vi è capitato di saltare una cinquantina di pagine di Storia d'Italia, erano tutte tra Seicento e Settecento.
Soprattutto nella penisola sembra che non succeda nulla. E invece succedono tantissime cose, tra cui parecchie guerre che cambiano un po' la cartina – prende forma tra l'altro il Regno di Sardegna – ma alla fine della fiera tutto cambia perché non cambi nulla, più o meno finché non arriva Napoleone. Qualche sovrano effettivamente legge Voltaire e si dà arie di principe illuminato, ma è quella crosta sottile della società che segue le mode: il Paese reale, come si chiama adesso, pende ancora dalle labbra dei predicatori, come ai tempi di Bernardino tre secoli prima. Leonardo di Porto Maurizio è uno di prima scelta, otterrà persino degli incarichi diplomatici. Ma preferiamo ricordarlo per averci dato una grossa mano a salvare il Colosseo, si fa per dire. Diciamo che senza di lui il Colosseo poteva arrivarci in uno stato ancor peggiore.

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Come doveva apparire, l'Anfiteatro Flavio, più massiccio
e meno evocativo. All'inizio il "Colosso" era la grande statua
di bronzo all'esterno (Nerone?)
Un giorno il Colosseo (che poi si chiama Anfiteatro Flavio) andrà rifatto. Lo scrivo così, per abituarmi all'idea. Nulla dura in eterno, nemmeno i luoghi più sacri e appartati, e non è certo il caso di un'arena tirata su nel centro di Roma a scopi propagandistici. C'è chi dice che Vespasiano abbia voluto offrire al popolo quello che il dittatore precedente, Nerone, gli aveva tolto; secondo altri gli fu molto utile il bottino del saccheggio del tempio di Gerusalemme; impossibile non ricordare poi che fu lo stesso imperatore che mise una tassa sui gabinetti pubblici, che è poi il motivo per cui il suo nome è ancora sulla bocca di tutti duemila anni dopo. Poteva immaginarselo? Difficile, ai suoi tempi il passato non esisteva nella forma in cui esiste adesso. Esistevano miti, leggende, e pietre vecchie già un po' dappertutto, ma Roma non aveva nemmeno compiuto mille anni: e 1930 anni dopo il suo anfiteatro è ancora più o meno lì. In ogni caso l'estate scorsa si è saputo che la curva sud pende di 40 cm., quasi quanto la Torre di Pisa. Un giorno o l'altro potrebbe venir giù, non sarebbe la fine del mondo - a meno che non abbia ragione Beda il Venerabile:
Finché starà in piedi il Colosseo, esisterà anche Roma;
quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma;
quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo.
Al tempo in cui Beda scriveva le sue storie, nell'ottavo secolo in una landa lontana – l'Inghilterra – il Colosseo se la cavava ancora abbastanza bene. Era adibito a necropoli o forse a fortezza (come il mausoleo di Adriano, diventato Castel Sant'Angelo). I gladiatori non ci giocavano più dal 400: a rovinare il divertimento era stato l'imperatore Onorio. I combattimenti contro gli animali, ugualmente sanguinosi (leoni e orsi, a volte aizzati contro condannati a morte) erano proseguiti per un altro secolo; poi l'anfiteatro aveva smesso di essere tale. La vera decadenza cominciò a partire dall'847, con un terremoto catastrofico, in seguito al quale il monumento fu declassato a cava di marmo. Seguono secoli oscuri, in cui il Colosseo diventa un palazzo, anzi parte di un palazzo della famiglia Frangipane. Ma anche questa destinazione d'uso non dura più di tanto, e l'emorragia di blocchi di travertino prosegue per tutto il Cinquecento (un secolo in cui il nuovo amore per la classicità non impedì ai pontefici di saccheggiarla a tutto spiano), e buona parte del Seicento. Poi le cose cominciarono lentamente a cambiare. Forse fu anche merito del turismo. L'unica forma di turismo di massa che esistesse a quel tempo: il pellegrinaggio, soprattutto in occasione dei giubilei.

Progressivamente divenne chiaro che ai pellegrini che arrivavano a Roma per ottenere l'indulgenza plenaria bisognava mostrare pure qualcosa del periodo antico, non si poteva smontare tutto per adornare Palazzo Barberini. Quel poco di anfiteatro rimasto continuava a essere una mole impressionante, bisognava trovare un modo per sfruttarla, però cristianamente. Del resto, se il cristianesimo era fiorito sul sangue dei martiri, quale suolo ne era più pregno di quello dell'anfiteatro, dove a migliaia erano stati sbranati dalle fiere sotto questo o quell'imperatore?

L'idea era fondata soltanto sulle antiche leggende; non c'era nessuna evidenza storica o archeologica di una simile pratica. Ci mise anche un po' a passare. Le prime notizie di celebrazioni religiose nel Colosseo risalgono all'ultimo giubileo del Seicento (1675); settant'anni più tardi, Benedetto Quattordicesimo fece il salto di qualità, consacrando il Colosseo a Tutti i Martiri. Esatto, sì, il Colosseo diventò una chiesa. E meno male. Se l'idea fosse venuta un po' prima, l'anfiteatro ci sarebbe arrivato in uno stato migliore: come il Pantheon, che chiesa lo era diventato quasi mille anni prima, e la differenza si vede: è l'unica cupola antica che ci è arrivata quasi intatta.

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Consacrare un edificio è un'operazione delicata – specie se lo stesso edificio è stato in precedenza una cava di marmo, un luogo disabitato per coppiette, un castello, un cimitero, una plaza de bestias, un'arena di gladiatori. Bisogna in qualche modo resettare l'immaginario, sostituire 1700 anni di storia con qualcosa di altrettanto interessante, ma cosa? Papa Benedetto chiamò per l'occasione il miglior predicatore sulla piazza, Leonardo di Porto Maurizio, inventore di una nuova concezione di spettacolo religioso: la Via Crucis. Sacre rappresentazioni ne esistevano da secoli, ma quella standardizzata in quattordici stazioni, quella che vi ricorda immediatamente certe fresche sere primaverili, l'odore delle rose misto alla cera delle candele, quella l'ha inventata lui. Nel 1744 le quattordici stazioni diventarono quattordici edicole all'interno del Colosseo. Quattro anni più tardi a Napoli Carlo III di Borbone inviava l'ingegnere spagnolo Rocque Joaquin de Alcubierre a compiere qualche scavo alle pendici del Vesuvio, un po' più a sud di Ercolano dove già si era trovato qualcosa d'interessante. Joaquin cercava l'antica Stabia, ma lì sotto avrebbe trovato (senza accorgersene davvero) qualche traccia di Pompei. Che c'entra con Leonardo di Porto Maurizio? Niente.

È solo interessante che sia vissuto proprio negli stessi anni in cui nasce l'archeologia moderna. L'interesse che porterà ben presto studiosi e artisti a Pompei è già tipico di quel Settecento che conosciamo noi, quello illuminista e scientifico; dai dipinti delle ville pompeiane nasce anche, è superfluo dirlo, lo stile neoclassico che i vari Canova e David avrebbero imposto in tutta Europa. La forza del neoclassico sta nel suo essere insieme antico e modernissimo: il segreto è nei fanghi di Pompei, da cui si poteva estrarre un ideale di bellezza vecchio di millesettecento anni come una cosa mai vista, inedita, come la scoperta di una civiltà extraterrestre.

Più a nord, i ruderi romani non se l'erano cavata altrettanto bene. Nessun fango provvidenziale li aveva coperti: erano rimasti lì per tutto il medioevo, esposti all'incuria, ai terremoti, al piscio delle pecore e dei pastori. Per sfangare il medioevo il caro vecchio Anfiteatro Flavio le ha provate tutte: è stato cimitero ed è stato castello; senza che nessuno lo decidesse è spontaneamente diventato uno degli orti botanici più biodiversi del mondo; e per uno scorcio di secolo si è improvvisato anche basilica. Per inciso, la storia dei martiri divorati dalle belve nell'arena potrebbe davvero essere una bufala: non abbiamo nessuna prova che i cristiani venissero giustiziati così. È vero che gli schiavi giudicati colpevoli dei crimini peggiori potevano essere travestiti da eroi mitologici e finire sbranati da orsi e leoni nella tarda mattinata (quando gli spettatori più raffinati andavano a mangiare; a guardare l'intermezzo restava solo il popolino sgranocchiante); tra i condannati potrebbe anche esserci stato qualche cristiano, ma non lo sappiamo. Per fortuna che San Leonardo e il suo Papa ci credevano – o trovavano comodo crederci. Di lì a pochi anni l'archeologia si sarebbe reimpossessata anche di Roma, ma forse per il vecchio Flavio sarebbe stato troppo tardi.

Prima o poi sarà troppo tardi: nulla è per sempre, tantomeno una vecchia arena costruita per ospitare migliaia di spettatori e duelli all'ultimo sangue. Non è mica una piramide: è un monumento al chiasso, al divertimento, alla dissipazione, e prima o poi cederà al traffico, al turismo di massa, all'inquinamento. Ci sarà poi il problema di rifarlo, bisognerebbe cominciare a pensarci. Bisognerà inventare nuove leggende, i miti classici non ci bastano più, e anche le vie crucis settecentesche cominciano a segnare il tempo. Per esempio leggevo che ieri il sindaco Alemanno e sua moglie Isabella Rauti lo hanno illuminato contro la violenza sulle donne. Non sono sicurissimo di aver capito cosa significhi, in che modo l'illuminazione di un monumento possa avere una connessione con la violenza sulle donne, o in qualche modo rappresentare un modo di porsi il problema. Immagino che si tratti di una cosa postmoderna che non capisco, e non è detto che abbia un senso, ma almeno è un tentativo di inventare qualcosa di nuovo, perché qualcosa di nuovo prima o poi dovremo trovarlo, così non può mica durare per sempre. Sempre che non abbia ragione Beda.

[Questo pezzo è comparso per la prima volta nel 2012].

sabato 10 novembre 2018

Leone contro tutti

10 novembre – San Leone Magno (400 ca. – 461), papa combattente e combattuto.

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Il nome, dicono, è un destino: spero non sia il mio caso, ma fu quello per esempio di Leone Magno, che combatté per tutto il suo pontificato e qualche volta vinse. Contro i discepoli di Priscilliano, un santone che mescolava profeti e oroscopo e stava allontanando le chiese spagnole dal controllo di Roma: ma Leone lottò finché non convinse l'imperatore Graziano che Priscilliano era un eretico e uno stregone, e lo fece giustiziare. Contro i manichei, che credevano che l'universo fosse il risultato di una lotta tra Luce e Tenebre e avevano fatto breccia non solo tra i poveracci impressionabili, ma anche su intellettuali promettenti come il giovane Agostino d'Ippona; per cui a Leone non bastava confutarli dottamente: li denunciava all'autorità imperiale, che avrebbe proceduto a torturarli. Contro i monofisiti, che in Oriente predicavano la natura solo divina di Cristo e stavano portando dalla loro parte tutta la chiesa di Costantinopoli e di oriente: ma Leone s'impuntò, chiese e ottenne un nuovo concilio che mise fuorilegge pure i monofisiti. Contro i vescovi delle Gallie che credevano di potersi nominare tra loro (come in effetti avevano spesso fatto) invece di riconoscere l'autorità del vescovo di Roma, non un vescovo tra tanti ma il successore dell'apostolo Pietro. Contro la stessa lingua latina che si stava un po' rammollendo nelle cancellerie: a causa delle migrazioni certi accenti forse non si sentivano più, certe sfumature si erano perse. Servivano nuove regole per scrivere in prosa e Leone Magno se le inventò, forse improvvisando, e poi gliele copiarono per secoli, lo chiamarono cursus leonino.

L'Occidente intanto franava, gli Unni premevano sui Goti che premevano sui Vandali che in un qualche  modo si erano trovati in fondo alla catena e schizzarono sui territori dell'Impero in modo impressionante, dalla Spagna al Marocco alla Tunisia, e dalla Tunisia (via nave) di nuovo a Roma. Leone, che pochi anni prima forse era riuscito davvero a convincere Attila a non scendere a Roma, nel 455 poté solo negoziare col re dei Vandali (Genserico) i termini del saccheggio. Leone insomma combatté per tutta la sua carriera, forse per tutta la vita: a volte vinse, a volte venne a patti. Un patriarca riottoso si poteva far deporre; un vescovo ribelle si poteva ridurre a più miti consigli; contro i ribelli, in generale, non è difficile prevalere: basta metterci la tigna, alzarsi ogni mattina qualche ora prima di loro e passarla a concepire nuovi sistemi per confutarli, per perseguitarli, per accerchiarli e far terra bruciata intorno a loro. I ribelli non sono il vero problema. Magari. In fondo sono persino simpatici, ci aiutano a tenere la barra, ci danno un motivo per alzarci prima la mattina, per dimostrare che hanno torto e noi ragione, i ribelli ci servono (quegli stronzi). I veri nemici invincibili non sono certamente loro, a un certo punto Leone dovette rendersene conto. E chi sono allora? (Continua sul Post).

Le abitudini.

Contro le abitudini anche Leone lottò invano. Il Papa che aveva fermato Attila e rovesciato un intero concilio, non riusciva nemmeno a evitare che i suoi fedeli si voltassero un attimo indietro a fare un inchino a un vecchio dio pagano, il Sole, quando entravano nella sua chiesa (la vecchia San Pietro, poi demolita per costruire la nuova).

“…alcuni cristiani prima di entrare nella basilica di San Pietro apostolo, dedicata all’unico Dio, vivo e vero, dopo aver salito la scalinata che porta all’atrio superiore, si volgono verso il sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto in parte per ignoranza e in parte per mentalità pagana”.

Leone sapeva bene che quegli inchini non erano neanche più un sussulto di paganesimo, ma qualcosa di ancora più labile e residuale: un’abitudine; ma non la tollerava. Non poteva. Se cominci ad accettare che i vecchi si voltino indietro, finirà che i giovani impareranno dai vecchi, e l’abitudine non finirà mai. “Anche se alcuni intendono venerare il Creatore della luce leggiadra, e non la luce stessa che è una creatura, devono astenersi da ogni apparenza di ossequio, perché chi ha lasciato il culto degli dei, qualora trovasse tra noi simile usanza, potrebbe praticare, come incensurabile, questo elemento delle vecchie credenze perché lo vedrebbe comune ai cristiani e agli infedeli”.

Alla fine però la spuntò, direte voi. Oggi i cristiani non si inchinano più al Sole nascente, vero? Sì, ma non fu l’ostinazione di Leone a superare il problema. Alla fine la Chiesa procedette nel solito modo: visto che la gente continuava a inchinarsi a oriente, da Leone in poi si mise a costruire le chiese con l’altare orientato verso il sole del mattino. Così l’inchino pagano sarebbe passato inosservato, e dopo un po’ nessuno si sarebbe accorto che era un residuo pagano. Ne costruirono per altri mille anni, quindi potrebbe essere capitato pure a voi, di inchinarvi senza accorgervene al dio Sole. Contro i priscilliani e le loro scemenze new age si può trionfare. Sopra i manichei e il loro mondo in bianco e nero, si può stendere una passata di grigio in mille sfumature. Ma lottare contro le piccole abitudini quotidiane, quella è il combattimento che Leone stava perdendo, e forse lo perderemo anche noi. Quando crediamo che il vero nemico sia un antivaccinista o uno sciachimista, e non la persona qualunque che non riesce a differenziare i rifiuti, o a lasciare la macchina nel box lunedì mattina, che non riesce a modificare le sue abitudini. Il destino dell’uomo è nel suo nome, dicevano gli antichi, il che senz’altro fu vero per Leone Magno e sarebbe un grosso problema per me, se nel frattempo non avessi formulato un’ipotesi ancora peggiore: che il destino dell’uomo sia nelle sue abitudini.

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