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Da oggi a Formello ci si sposa “all’Etrusca”. Matrimoni civili ricostruiti sul modello dell’antica Etruria da archeologi e rievocatori: una proposta inedita nel Lazio

 

Una cerimonia nuziale ricostruita filologicamente, nei dettagli, secondo la tradizione etrusca, che si integri al rito civile: questa la proposta elaborata dall’associazione di promozione sociale Amici del Museo dell’Agro Veientano, affidataria da marzo 2017 del servizio di gestione dell’omonimo spazio museale. Un’offerta finora inedita nel Lazio ma accessibile, da oggi, a tutti coloro che vogliano contrarre matrimonio a pochi chilometri da Roma, sul suolo del Comune di Formello.

Il progetto sfrutta la deliberazione n. 108 del 09.08.2016, secondo la quale è possibile celebrare le nozze civili in tutte le aree demaniali del Comune. Sabato 8 luglio, ore 18:30, nel cortile della storica dimora di Palazzo Chigi, fulcro dell’accoglienza turistica formellese,  verrà dato un saggio del matrimonio etrusco attraverso la messa in campo di una rievocazione storica, in collaborazione con il progetto Anticae Viae: un uomo, abbigliato secondo la moda dell’epoca, attenderà l’arrivo del corteo nuziale e della sua promessa sposa, con cui convolerà a nozze secondo il rituale utilizzato dagli Etruschi oltre 2500 anni fa.

Lo scopo dell’iniziativa è duplice: dal punto di vista “spaziale”, la valorizzazione del territorio di Veio e dell’Ager Veientanus, ricco di luoghi potenti e significativi; dal punto di vista “temporale”, la rievocazione e la diffusione di usi e costumi dell’affascinante civiltà etrusca, che già riecheggiano nei reperti contenuti nel Museo dell’Agro Veientano. Il fine ultimo, che è poi il traguardo finale dell’associazione, è quello di dare vita a un turismo sostenibile sul territorio, richiamando curiosi e interessati da Roma e dai paesi limitrofi.

Il matrimonio etrusco, ricostruito finemente da archeologi professionisti ed abili rievocatori storici, sarà dunque alla portata di tutti e potrà essere svolto in un bosco, una grotta, un cunicolo o il prato intorno a una cascata, ma anche al centro del Paese o presso lo stesso museo etrusco, luoghi d’elezione per celebrare nozze originali in un ambiente non asettico come quello delle sale comunali, ma anzi pregno di storia e di cultura.

Il matrimonio potrà essere completato con la cerimonia della promessa di matrimonio, caratteristica e densa di simboli, da svolgere il giorno prima delle nozze. Originale anche “l’addio al nubilato” etrusco, un divertente incontro fra amiche negli spazi del MAV, tra sessioni di acconciatura antica e racconti sulla femminilità e sulla sensualità dei nostri antenati, così lontani nei tempi, così moderni e vicini nei gesti e nelle mode.

 

Sarcofago.degli.sposi.Villa.Giulia.VIsec.a.C.

 

Per maggiori informazioni sui matrimoni a tema etrusco:

matrimoni.amicimav@gmail.com

 

Per ulteriori dettagli sull’evento “Veio. Il fascino della Frontiera Etrusca”

https://www.facebook.com/veiofrontieraetrusca/

 

 

 

Agro Veientano, matrimonio, museo dell'agro veientano, palazzo chigi, Senza categoria, Turismo sostenibile, Usi e costumi, veio, Visite guidate

Veio. Il fascino della Frontiera Etrusca. Una tre-giorni di viaggio spazio-temporale attraverso l’Agro Veientano, alla riscoperta di un popolo e di un territorio da valorizzare

 

 

 

Veio. Il fascino della Frontiera Etrusca.

50 km a piedi in tre giorni –7, 8 e 9 luglio-, percorrendo l’Ager Veientanus, a nord di Roma in direzione di Veio, sulle orme dell’antica civiltà etrusca: ecco il progetto di valorizzazione territoriale proposto dal neonato sodalizio di rievocazione storica sorto dalla collaborazione fra l’associazione di promozione sociale Amici del Museo dell’Agro Veientano, il progetto Anticae Viae, e l’associazione giovanile Libera_mente. Il gruppo partirà da Trevignano e, marciando, approderà a numerose località ed aree archeologiche della zona, attraversando  tre parchi regionali e visitando quattro musei inseriti nel sistema MANEAT, di cui il Comune di Formello è capofila. Lungo la strada, una serie di attività di diversa tipologia –dalle visite guidate, agli allestimenti scenici, dai laboratori didattici, agli spettacoli e alla teatralizzazione- attraverso le quali i visitatori potranno apprendere differenti aspetti della società etrusca.

In questo viaggio spazio-temporale i pellegrini comprendendo la storia del proprio territorio, di cui rappresentano gli attuali fruitori, si spoglieranno progressivamente delle loro vesti contemporanee, indossando per contro quelle degli antichi Etruschi. All’arrivo a Palazzo Chigi di Formello, i sodales, ormai divenuti uomini del passato, prenderanno parte a un matrimonio celebrato secondo l’usanza dell’antica Etruria. La sposa, accompagnata da un nutrito corteo nuziale, raggiungerà il marito nel cortile, dove i due si giureranno eterno amore durante una cerimonia filologicamente ricostruita. L’ultimo tratto del cammino collegherà Formello e il suo Museo con la Città di Veio, dove i viaggiatori, infine, torneranno alla loro dimora ancestrale.

I camminatori invitano chiunque lo desideri ad unirsi al pellegrinaggio o ad attenderli nei luoghi toccati dalla marcia, che sia per affidare loro una missione speciale durante il tragitto, o per apprendere le tradizioni dell’antica Veii, per scambiarsi un saluto, offrire dell’acqua o, perché no, scattarsi una foto con loro. Si informa, tuttavia, che si tratta di  una marcia e non di una passeggiata organizzata, in cui si riceve un servizio. Amici MAV, Anticae Viae e Libera_mente declinano, pertanto, ogni responsabilità su chi, indipendentemente, deciderà di seguire i marciatori che attraversano il territorio e informano che l’andamento della camminata non sarà tarato sulle capacità medie di chi seguirà il gruppo. Chiunque volesse unirsi alla marcia, deve quindi: essere indipendente per quanto riguarda cibo e acqua, responsabile verso se stesso e verso i minori che porta con sé, avere cura di dotarsi di calzature ed equipaggiamento adeguato ed essere consapevole dei propri limiti fisici o di salute, in un lungo precorso e soprattutto durante giornate calde come quelle previste.

 

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PROGRAMMA

 

7 luglio 2017, venerdì: TREVIGNANO ROMANO (Rm) – MONTEROSI (VT) – MAZZANO ROMANO (VT), 25 km circa, difficoltà medio-facile (Attraversamento del “Parco dei Due Laghi” e del “Parco del Treia”)

TREVIGNANO ROMANO

ore 8.00: rito augurale presso il locale Museo Civico Etrusco Romano

ore 8:15: incoronamento viaggiatori

ore 8:30: partenza della marcia

MONTEROSI

ore 11.30: arrivo viaggiatori

Ore 12.00: sosta presso il lago

MAZZANO ROMANO

ore 17.30-18.00: arrivo a Mazzano Romano

ore 18.00: rito presso il locale MAVNA (Museo Archeologico Virtuale di Narce)

ore 18.30: partenza da Mazzano Romano con gruppi locali

AGRITURISMO CASALE SUL TREJA

ore 19.30: arrivo Casale sul Treja (Mazzano Romano)

ore 21.00: storytelling marcia, musica, cena e giochi etruschi

 

8 luglio 2017, sabato:  CASALE SUL TREJA – FORMELLO (Rm), 14 km circa, difficoltà facile (attraversamento “Parco del Treja” e “Parco di Veio”)

CASALE SUL TREJA

ore 09.00: partenza per Campagnano Romano (Rm)

CAMPAGNANO ROMANO

ore 11.00: arrivo al Museo Civico Archeologico di Campagnano, rito

ore 13.00: arrivo nella Valle del Sorbo (Formello). Sosta, pranzo gruppo, riposo

ore 16.40-17.00: partenza per Formello

FORMELLO

ore 18.30: arrivo marciatori presso il Museo dell’Agro Veientano

ore 19.00: arrivo corteo sposa, rievocazione di celebrazione di un matrimonio etrusco

ore 21.00: racconti etruschi

 

9 luglio 2017, domenica: FORMELLO (Rm) – VEIO (Isola Farnese, Comune di Roma, XV Municipio), 10 km circa, difficoltà facile

ore 09.00: partenza da Formello

ore 16.00: arrivo dei marciatori all’antica Città di Veio, Area Archeologica di Portonaccio (con apertura straordinaria a cura della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale)

ore 17.30: rievocazione di rito presso il Santuario di Portonaccio

 

 

Manuela Giammarioli

Ufficio Stampa e Comunicazione “Veio. Il fascino della Frontiera Etrusca” e

Amici del Museo dell’Agro Veientano

 

Agro Veientano, Donne, Iconografia, Senza categoria, Turismo sostenibile, Usi e costumi, veio, Veio Quotidiana

“Veio Quotidiana”, puntata n.9: “Le Etrusche: ma quante idee per la testa!” Acconciature e altre fanaticherie per capelli, nell’antichità

Ma quanto erano vanitose, le donne etrusche? Abbiamo già parlato, in alcune delle puntate precedenti di Veio Quotidiana, di quanto fossero attente alla propria immagine, che curavano nei dettagli: non tralasciavano nulla, dall’abbigliamento al trucco, da meravigliosi gioielli agli accessori di tendenza più amati anche oggi, come scarpe e cappelli.

In realtà, raramente il popolo d’Etruria indossava copricapi: tuttavia, come abbiamo visto, la tebenna femminile consentiva di coprire la testa con un lembo del tessuto. Ma le Etrusche erano belle soprattutto senza copricapi, anche perché davvero degna di nota è la loro cura per i capelli: con lo studio dei volumi e delle forme delle capigliature, si dimostrano vere antesignane dello stile che sarà poi tipico della moda italiana.

acconciatura IV secolo tomba dell'orco tarquinia
Tipica acconciatura del IV secolo a.C., dettaglio della Tomba dell’Orco, Necropoli dei Monterozzi, Tarquinia

Scrive Giustiniano Nicolucci, autore de “Antropologia dell’Etruria”, che i capelli degli Etruschi sono “non sempre neri, ma talora castagni e anche biondi. Neri sono in alcune pitture chiusine, tarquiniensi e vulcenti; castagni in altre, biondi in alcune figure muliebri di Tarquinia, ma qui sembra che il biondi esprimesse più un effetto di luce, che non il vero colore dei capelli che nella testa sono brunastri, mentre sono biondi o rossastri i capelli che pendono o volano dietro il capo”, giacché, come scrive Fabretti nel Glossarium Italicum, “si può osservare spesse volte, principalmente ne’ capelli lunghi delle donne, che nella testa stessa che non faccia penetrare il lume essi sembrano essere d’un core tutto scuro, mentre le parti che ne pendono, o sono innalzate un po’ sopra la testa, se illuminati dai raggi del sole, brillano d’uno splendore rossastro”.

Le chiome venivano ammorbidite spalmandovi oli e pomate importate dall’Oriente e venivano utilizzate anche tinte, come dimostrano, fra l’altro, le pitture murali nella Tomba dei Leopardi a Tarquinia. La tintura veniva effettuata con sostanze naturali ad hoc: un miscuglio di iperico, lenticchie, salvia e capelvenere serviva a rendere più scuri i capelli tendenti al grigio, mentre feccia di aceto con olio di lentisco e succo di mela cotogna e ligustro costituiva il mix adoperato per ottenerne la schiaritura.

http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Museo_archeologico_nazionale_di_Chiusi
Donna etrusca, Museo Archeologico Nazionale, Chiusi

Nella moda delle acconciature, specie quelle visibili nei monumenti più antichi, risulta molto presente  l’influsso della Grecia arcaica (e, come in quest’ultima, di influenze orientali). Nell’antichità era di tendenza “il lungo”: la moda maschile voleva capelli ondulati fluenti sulle spalle, con sulla fronte e ai lati del  viso piccoli ricci tenuti da un cerchio metallico, e barba lunga, riccia e ben curata finché, nel V secolo a.C. (quando venne meno l’uso del cappello), si impose il modello greco, con barba e capelli corti. Anche per le donne, fra l’VIII e il VI secolo a.C., andavano i capelli lunghi, lasciati ricadere liberi sulle spalle, coprendo anche le orecchie. Essi erano talvolta legati con una coda o intrecciati dietro le spalle. Più tardi, subentrò la moda di tagliare i capelli più corti e verso il VI o V secolo a.C., pur mantenendo i tipici boccoli laterali, le donne cominciarono a preferire pettinature raccolte a corona in cima alla nuca: le chiome erano modellate a forma di spirale e talvolta tenute insieme da cuffie o retine. Nel V secolo a.C. comincia, inoltre, l’uso del greco “cecrifalo”: un’acconciatura in cui i capelli sono raccolti in un lembo di stoffa annodato in diversi modi. Sempre dal V secolo a.C. vengono inoltre utilizzate corone di rose, corone di foglie metalliche e trecce annodate intorno alla nuca: accessori a go-go!

http://www2.cnr.edu/home/araia/body.html
Busto di giovane donna etrusca,  IV-III sec. a.C., Metropolitan Museum of Art, New York

Molto utilizzata, nel IV secolo a.C., era l’acconciatura che prevedeva due grosse ciocche di capelli che si separavano dalla sommità del viso formando due boccoli che ricadevano lateralmente, fra II e I secolo a.C. , invece, va per la maggiore lo “chignon”. A volte, dalla sommità del capo partiva una lunghissima treccia, e a volte i  capelli venivano raccolti in tante treccine sottili.

Si pensa che gli Etruschi, così come i Greci e i Romani, utilizzassero qualcosa di simile ai moderni arricciacapelli: essi sapevano, infatti, abboccolare le chiome con ferri e spirali in metallo!

Le acconciature delle Etrusche, inoltre, erano spesso arricchite con nastri e gioielli quali spilli (tùtulus) d’osso d’avorio e spirali d’oro o di bronzo. E anzi Giulio Giannuzzi, ne “La donna etrusca tra mito e realtà”, scrive “Tutte le donne di cui abbiamo una immagine certa, dalla dolce e malinconica Gioconda della Tomba dell’Orco, conosciuta con il prenome Velia, a Persefone della Tomba Golini, dai biondi capelli svolazzanti, a tutte quelle che sono rappresentate sul loro sarcofago, hanno i capelli, il collo, i polsi carichi di diademi, di collane e di bracciali”.

Quanta voglia di piacere, da parte delle donne etrusche, trapela da questa considerazione! Dagli affreschi della Tomba dei Leopardi e del Triclinio, a Tarquinia, la donna etrusca è abbigliata in modo molto appariscente per partecipare ad occasioni pubbliche come giochi atletici, concerti e balli: sulla tebenna indossa un mantello ricamato e in testa azzarda addirittura una parrucca bionda!

Dunque, le Etrusche non disdegnavano neppure le parrucche, e non rifiutavano certo di mettersi in mostra, e anche con una certa spavalderia!

E voi, che farete per l’estate? Sarete appariscenti, con un colore deciso, o lascerete il sole schiarire naturalmente le vostre chiome? Taglierete i capelli, per rendere l’asciugatura più pratica, o li lascerete lunghi, così da poterli legare più agilmente?

Mentre decidete, io vi do appuntamento alla prossima puntata di Veio Quotidiana!

 

Manuela Giammarioli

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Fonti:

http://www.treccani.it/enciclopedia/pettinatura_%28Enciclopedia-Italiana%29/

https://books.google.it/books?id=oMQpAAAAYAAJ&pg=PA58&lpg=PA58&dq=etruria+capelli&source=bl&ots=Ix1ZvFE8zL&sig=UbNPc_DhXgjV-w5fEJUYObhlo5w&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwji5aPm_oPUAhUXOsAKHboWCIUQ6AEILzAC#v=onepage&q=biondi&f=false

http://www.artestoriatarquinia.it/1989_Bollettino/Giannuzzi%20Giulio%20_%20LA%20DONNA%20ETRUSCA%20TRA%20MITO%20E%20REALTA.pdf

http://www.specchioromano.it/fondamentali/Lespigolature/2007/MARZO/Tutti%20i%20trucchi%20delle%20donne%20etrusche.htm

http://www.glietruschivt.altervista.org/vita_e_costumi_12.html

http://www.battifolle.it/etruschi.html

http://www.benessere.com/bellezza/arg001/storia_acconciature.htm

http://makeupartistgiorgia.blogspot.it/2014/02/storia-dellacconciatura-gli-etruschi.html

http://ilmondodiaura.altervista.org/ETRUSCHI/etruschiabbigliamento.htm

http://www.larth.it/la-moda/

http://www.sapere.it/enciclopedia/acconciatura.html

 

Agro Veientano, L'Agro Veientano, cos'era?, museo dell'agro veientano, Senza categoria, Usi e costumi, veio, Visite guidate

“L’Agro Veientano, cos’era?”-Puntata n. 3-La “Variante Veientana” della Via Francigena (secoli V-XIII) L’Agro Veientano nel Medioevo

Fig. 1 pellegrino

 

Quando nel 2010 è stato istituito il percorso della moderna Via Francigena, tracciato turistico devozionale che conduce a Roma dall’Europa centrale, avevo già ragionato sulle fasi dell’incastellamento nell’Agro veientano, definendo la presenza di alcuni siti “precoci”, databili tra VIII e IX secolo e legati all’impianto della Domusculta Capracorum (fattoria papale di enorme estensione che aveva il suo fulcro nella chiesa di S. Pietro in Capracozio) e altri “regolari” databili tra X e XI secolo.

Questi erano per me a loro volta suddivisi in “privati, cioè fondati da nobilotti locali che volevano condurre con se intere famiglie di contadini che ancora abitavano in villaggi poveri, e “monastici”, fondati cioè da importanti monasteri romani, proprietari di terre intorno all’antica Veio: come fossero diffusi nello spazio del territorio veientano ancora non era chiaro, e cercavo una connessione tra di essi.

Quello che appariva chiaro erano le tempistiche: appena fondati i centri più grandi (Formello e Isola), quelli più piccoli finirono sotto il loro controllo, in un gioco di forze tutto legato ai rapporti tra Chiesa e chiese.

Poi l’istituzione della Via Francigena generò in me una critica costruttiva: non si può scrivere a tavolino una strada senza ricostruire dove passasse veramente quella antica!

Sono partito dunque dall’analisi della Via Cassia, che sembrava il percorso ufficiale antico, e delle sue caratteristiche francigene nel tratto laziale e, nell’ultimo tratto analizzato, proprio quello veientano, non sono riuscito ad individuare molte informazioni, direi praticamente nessuna, lasciando una lacuna che, per appartenenza, mi sono sentito in dovere di provare a riempire.

Il territorio dell’antica Città di Veio, ormai dominato e colonizzato dai romani, nella metà del II secolo a.C. venne solcato dal tracciato consolare della Via Cassia: questa, concepita probabilmente come strada di lunga percorrenza verso il cuore dell’Etruria, non passava da Veio, ormai pseudo abbandonata, e razionalizzava alcuni tratti della viabilità precedente.

 

Baccano, l'antica via consolare romana Cassia
La Via Cassia nella Valle di Baccano, Campagnano di Roma

In prossimità della Città, una a N ed una a S vennero poi, nel I secolo d.C., impiantate due mansiones, stazioni di posta lungo il percorso, una al IX miglio (ad nonas, all’incrocio tra Cassia e Clodia, e non lontano dalla confluenza con la Trionfale) e una al XXI (baccanae, all’incrocio con la Via Amerina), e lo sfruttamento di queste due strutture per i primi secoli dell’impero è certificato dalla continuità di vita nei materiali e nelle testimonianze storiche: a partire dal IV secolo entrambe, nei loro pressi, ospitano strutture funerarie cristiane (Baccano anche una Basilica Martiriale dedicata al Vescovo Alessandro) a dimostrazione di un’affermazione nel territorio del nuovo culto cristiano ma anche di quanto questo andasse ormai per la maggiore anche per i viaggiatori.

Complici alcune vicende climatiche e naturali, e l’abbandono della cura del Lago di Baccano la mansio di Baccano venne trascurata in favore del nascente Burgus Baccani (noto solamente da fonti del XI secolo) e mai analizzato archeologicamente, se si escludono alcuni sporadici rinvenimenti paleocristiani; stessa sorte per ad nonas e le sue catacombe, il cui ruolo, spostato poco a N lungo la Cassia durante la tarda antichità e l’alto medioevo, venne ereditato dal borgo di S. Giovanni in nono, e poi da “La Storta”.

Nel mezzo nessun rinvenimento degno di nota tra V e XII secolo su un percorso di 18 km.

Sappiamo però che le due località furono sempre considerate tappe del cammino da e per Roma lungo la Cassia, e sono molte le fonti in merito, tutte note e già più volte citate come quella di Sigerico del 990, dato che si contrappone fortemente con quelli delle altre tappe laziali del cammino, brulicanti di edicole e tituli, di castelli e di monasteri.

Fig. 3 Via FRancigena secondo Sigerico
Via Francigena secondo Sigerico

 

Nel IV secolo la comunità cristiana veientana si dotò di un altro luogo di sepoltura, quello della Catacomba di Monte Stallone, e chi la utilizzava aveva, per ragioni sociali, religiose ed economiche, un rapporto diretto con la viabilità principale e dunque con le due mansiones: questo percorso, che continuava a collegare alla Cassia le falde meridionali di Monte Aguzzo, ricche di rinvenimenti per i quali attraverso la ricerca stiamo abbassando la cronologia almeno fino al V secolo (dal III secondo le ricognizioni inglesi), potrebbe essere stato preferito dalla popolazione locale durante le invasioni gote e durante il successivo abbandono del tratto di Via Cassia.

Fig. 4, coperchio di sepolcro, V secolo d.C., Loc. Selvapiana, Formello
Coperchio di sepolcro, V secolo d.C., località Selvapiana, Formello

Un lungo silenzio nella documentazione, interrotto solo dalla citazione dell’anno 700 circa di Veio (Beios) da parte dell’Anonimo Ravennate tra le tappe già menzionate (quindi un’indicazione di come Veio, ricordata dal cosmografo, fosse da considerare di nuovo un punto di passaggio) ci conduce alla fondazione della Chiesa di S. Pietro della Domusculta Capracorum, inaugurata nel 780 alla presenza di tutta la Curia Romana, mobilitata per l’occasione da Papa Adriano I.

La Chiesa si trova esattamente presso un incrocio, tra la via delle catacombe di IV secolo e una strada di origini molto antiche, collegava la zona di Monte Aguzzo con la Valle del Tevere, e la Flaminia, a Prima Porta, l’attuale Via di Santa Cornelia; l’elemento più interessante di tutta questa ricerca risiede in questa fondazione e in questo tratto di tracciato, che oggi è percorso da migliaia di pellegrini ogni anno!

Inizialmente fui portato a pensare che fu la fondazione della Chiesa (posita in Territurio Vegentano) a deviare la via, ma poi mi resi conto che Adriano I non fece altro che appropriarsi di un percorso che sarebbe stato, di li a poco, invaso pacificamente da pellegrini franchi (dopo la conquista di Pavia, sempre nel 774), portando un’anticipazione lungo il percorso della gloria di Roma, riutilizzando marmi antichi e trasportandovi le spoglie e le reliquie di 4 papi della prima cristianità, tra cui quelle dello stesso Pietro: per i pellegrini era irrinunciabile “farci un salto”!

Fig. 5 ricostruzione assonometrica della Chiesa di S Pietro a Capracorum
Ricostruzione assonometrica della Chiesa di S. Pietro a Capracorum

Di questo stesso periodo poi sono due insediamenti che mi hanno chiarito tutta la faccenda, Ponte S. Silvestro e Ponte Veneno: se per il primo, un titulus o parrocchia che da il nome ad un ponte che ancora attraversa il Cremera nella valle del Sorbo, abbiamo poche notizie e sporadici rinvenimenti che possiamo adattare all’VIII-IX secolo, per il secondo, sono riuscito non solo a ricostruire una fase altomedievale dalla documentazione degli scavi di inizio ‘900, ma anche ad ipotizzare il nome di Ponte Veneno, nome che rimaneva tra le pieghe della documentazione storica, associato alle pertinenze di Isola Farnese, e si tratta dell’insediamento altomedievale di Veio-Piazza d’Armi.

Questi due insediamenti richiamano direttamente l’idea di un attraversamento del Cremera, connessi alla viabilità che conduceva dalle due stazioni di posta alla S. Pietro Veientana, e mi piace pensare, in assenza di fonti certe, che fu in questo momento che il Cremera in questo tratto mutò il nome in Valchetta, indicando che la sua natura adesso fosse quella di essere attraversato, quasi come se il tracciato conducesse ad un luogo più sicuro dietro alle sue ripide sponde.

Le vicende del IX e dell’inizio del X secolo ci portano in scenari ancora critici, con alcune destabilizzazioni interne al governo papale e le invasioni saracene che determinarono un significativo black out nel sistema delle domuscultae, e Capracorum non fece eccezione, anzi forse subì un assalto diretto, stando ad alcune tracce di distruzione e abbandono rinvenute negli scavi inglesi degli anni ’60: la popolazione che, tranne sporadici casi, ancora viveva sparsa nelle campagne, venne radunata dalla piccola ma influente nobiltà locale in piccoli castelli, spesso manieri o fortificazioni che avevano una chiesa e un abitato povero (tuguri, grotte, e poco altro), e poi, successivamente, da più organizzati monasteri (S. Paolo Fuori le Mura e SS. Cosma e Damiano) che fondarono insediamenti più grandi, rispettivamente il Castrum Formelli e Insula de Agella alla fine del X secolo, quasi in concomitanza con il passaggio di Sigerico, proprio lungo quella strada che ormai era probabilmente, da considerarsi quella principale.

Fig. 6 incastellamento nell'Agro Veientano
Incastellamento nell’Agro Veientano

Forse è possibile che la Cassia fosse ancora percorsa, ma da chi avesse davvero molta fretta! Sono note quattro torri del XII secolo su questo tratto di strada, due a N e due a S, le prime due a controllo dell’ingresso alla valle del Sorbo dalla Cassia, e due all’ingresso sulla stessa consolare dalla Variante Veientana presso La Storta e La Giustiniana (incroci Cassia-Braccianese e Cassia-Trionfale).

Il pellegrino che cercasse un riparo, cibo, preghiera e delle cure durante il cammino sceglieva probabilmente il percorso dell’ospitalità, non sempre clemente, come dimostra la leggenda della Pellegrina Spagnola in viaggio verso Roma e legata al Castello di Grottefranca: ella, rapita dal Castellano, il Cretese Cretonis, venne segregata, e forse anche seviziata, ma le sue preghiere alla Madonna le valsero la salvezza sotto forma di un Angelo che non solo la liberò, ma invocando un fulmine abbattè repentinamente il castello.

Sono leggende, per di più molto antiche e giunteci di seconda o terza mano, ma nascondono molte verità, come quella dell’abbandono repentino dei piccoli siti, entrati subito sotto l’influenza dei castra maggiori e delle loro pievi, proprio a vantaggio di questi ultimi: negli ultimi anni del XIII secolo gli Orsini poi fecero il loro prepotente ingresso nel territorio Veientano e, il caso di Formello è più noto da scavi e ricerche, ampliarono i borghi maggiori, forse volutamente spopolando e disarmando le difese dei piccoli castra, che potevano costituire luoghi di minaccia fortificata per nemici che si avvicinassero.

Quasi in concomitanza di questa dinamica ci fu un evento che cambiò nuovamente le sorti di questo tratto di via: il Primo Grande Giubileo indetto da Bonifacio VIII del 1300.

Fig. 7 affresco pellegrini, XII secolo, S. Maria del Parto, Sutri
Affresco pellegrini, XII secolo, S. Maria del Parto, Sutri

Dante Alighieri lo visse in prima persona, quasi sicuramente per aver intrapreso come moltissimi il cammino in quell’anno, e ne rimase impressionato a tal punto che è noto che il suo viaggio, ambientato proprio tra il Venerdì Santo e la Pasqua del 1300, non sia altro che un cammino diverso, anche critico se vogliamo, rispetto alle masse che si misero in moto (non a caso appena può il Sommo Poeta descrive i dannati e gli ospiti del Purgatorio sempre in fila, come i pellegrini che giungevano a Roma per lavarsi la coscienza!).

In quell’occasione, o comunque a partire da quella, la Via Cassia sembra rivitalizzata, con la nascita di nuove osterie, alberghi e luoghi di sosta: nel nostro tratto se ne contano almeno cinque che possono essere fatte risalire al XIV secolo.

Il territorio Veientano tornò così ad essere marginale rispetto ai grandi flussi e forse, complice la Peste Nera di metà ‘300, subì una battuta d’arresto demografica, con la popolazione che si concentrò nei centri di Formello e di Isola, ben dominati dagli Orsini, che misero a grano tutto il territorio, ed in questo momento vengono realizzate le mole di Formello e di Isola, imponendo le loro leggi feudali su un’area che forse aveva visto passare i più grandi, da Carlo Magno a Federico Barbarossa, da Sigerico a Dante stesso, e tutti gli altri, Papi, servi, vassalli, crociati, preti scalzi e semplici fedeli.

Le tracce rimaste nella documentazione sono nulle, in parte per la quasi totale assenza di documenti per Formello fino alla metà del XVI secolo, in parte per l’assenza di informazioni di carattere toponomastico, tutte legate al lavoro nei campi e ad una serena vita di oppressione feudale, per questo mi astengo dall’affermare con certezza che questo fosse il tracciato ufficiale, rimanendo cautamente sulla considerazione di una variante breve, cioè tra due tappe consecutive, al percorso ufficiale, anche se un piccolo appiglio me lo dedico quasi personalmente: nel borgo di Formello, nella parte più antica dell’abitato vero e proprio, vi è la Chiesa di S. Michele Arcangelo, il cui impianto sembra essere di XII secolo, ma che stando ai documenti era censita a Formello già dai primi anni dell’XI, e che porta nel nome una delle mete fondamentali del cammino, quel S. Michele Arcangelo e il suo Santuario Garganico in Puglia al tempo stesso méta e nuova partenza, per la Terra Santa.

Campanile Santangelo
Chiesa di S. Michele Arcangelo, XII secolo, Formello

Oggi, dopo anni di abbandono, la Chiesa è stata “adottata” dall’Archeoclub di Formello che ha messo in piedi un sistema virtuoso di raccolta fondi grazie al quale, in accordo con tutti gli enti coinvolti, sta riportando alla luce tutto il repertorio di affreschi quattrocenteschi, meravigliosi, anche se un po’ tardi per i miei gusti, ed infatti spero sempre che il bisturi del restauratore distratto faccia un piccolo danno, ma ci permetta di rivedere le storie che potevano essere impresse su quei muri che ospitarono per tre secoli le preghiere del popolo formellese, ma anche di crociati e pellegrini.

In questo mese di Maggio del 2017, dopo una prima conferenza nella prestigiosa sede della Fondazione Besso a Roma, affronterò questo tema in due appuntamenti il venerdì 26: il primo in un convegno internazionale dal titolo “Fascinazione Etrusca. Viaggiatori, artisti, archeologi, letterati e avventurieri in Etruria fra Medioevo e l’inizio del ‘900”, presso la Chiesa di S. Francesco a Capranica (dalle 9.30), il secondo a Mazzano Romano, nella sede del MAVNA (Museo Archeologico Virtuale di Narce), in cui dalle 18.00 approfondirò il tema anche sul territorio Falisco.

Maggio Francigeno e Veientano!

Michele Damiani

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Museo dell’Agro Veientano: nuove ricerche sulla Tomba Campana. In occasione della Giornata dei Musei, un racconto su un “vero falso” dell’archeologia ottocentesca

In occasione della Giornata Internazionale dei Musei organizzata dall’International Council of Museums (ICOM), Il Museo dell’Agro Veientano affronta il tema  prescelto per il 2017, “Musei e storie controverse: raccontare l’indicibile nei musei”, con un’esposizione incentrata sulla Tomba Campana, uno storico “vero falso” dell’archeologia ottocentesca.

La mostra “La Tomba Campana: un vero falso?”curata dalla direttrice del MAV Iefke Van Kampen, verrà inaugurata alle ore 12:30 di sabato 20 maggio presso la sala Ward-Perkins di Palazzo Chigi, a Formello, e presenterà alcuni materiali inediti e ancora mai analizzati, frutto di una campagna di pulitura da parte della Soprintendenza, eseguita nel 1981, che potrebbero contribuire ad inquadrare meglio il monumento.

Alcuni pannelli illustreranno le nuove ricerche, frutto della collaborazione tra il Museo e l’Istituto Reale Neerlandese a Roma, già al centro del primo appuntamento del ciclo di conferenze “Vista su Veio” 2017/2018, con la tesi specialistica dell’olandese Eline Verburg.

La Tomba Campana, datata in base al corredo e alle sue pitture alla fine del VII sec. a.C., con l’annuncio del rinvenimento dato nel 1843 dal Marchese Campana, fornisce uno spunto per una riflessione sul “falso” nei musei su come raccontare questo “indicibile” in un’esposizione. Come è stato scoperto molto tempo dopo, infatti, i pezzi del corredo sono veri, ma il loro assemblaggio è frutto dell’abile inganno del Marchese…

La mostra sarà visitabile gratuitamente fino al 15 luglio 2017, negli orari di apertura del Museo.

Manuela Giammarioli

 

 

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“Veio Quotidiana”, Puntata speciale per la Festa della Mamma, n. 8 “In famiglia con gli Etruschi: il ruolo della donna nella società e nella famiglia”

Abbiamo già più volte parlato del ruolo della donna nella società etrusca, importante al punto che alcuni studiosi hanno ipotizzato che fosse basata sul matriarcato. F. Altheim scrive che “mentre a Roma, il pater familias era l’uomo, in Etruria era la donna”.

Decisamente, se noi donne avessimo potuto scegliere in che epoca dell’Antichità nascere, avremmo dovuto scegliere l’antica Etruria: avremmo goduto di una condizione che era pressoché unica nel mondo mediterraneo. Le donne etrusche erano, infatti, istruite e piuttosto libere:  non sapevano soltanto tessere e filare, ma partecipavano insieme ai mariti ai banchetti e ai simposi, così come a tutte le altre occasioni di vita pubblica e mondana, quali le corse di cavalli, i giochi ginnici e gli incontri di pugilato, e mettevano spesso bocca negli affari trattati dal consorte.

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Sarcofago degli Sposi, VI sec. a.C, Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Fondamentale era anche il ruolo della donna come madre, che condivideva con il marito l’autorità sui figli: molto spesso, nelle epigrafi, si ritrova il nome materno accanto a quello paterno. Il nome delle donne etrusche era preceduto dal prenome, il che faceva sì che la donna si identificasse con una sua personalità e peso all’interno della famiglia, mentre le donne romane, pur se di una certa importanza, rimanevano genericamente “una Claudia” o “una Cornelia”. La struttura dell’onomastica etrusca prevedeva: il prenome, più il nome della famiglia (gentilizio) e, in epoca più tarda, anche il cognome (un soprannome), il patronimico e a volte il matronimico (nome e cognome della madre e del padre). Dunque le donne d’Etruria, anche da sposate, mantenevano il nome della propria famiglia. I romani, invece, non è che fossero proprio gentili con le loro dolci metà: tutt’al più, scrivevano sulle loro tombe “domum servavit”, ossia “è stata una buona servetta nella mia casa”… che gentlemen!

Di tutt’altra considerazione godevano le donne etrusche, che potevano tramandare il proprio cognome ai figli, soprattutto fra i ceti più abbienti: al contrario dei Romani, che ricordavano solo il nome della “gens” delle donne, esse erano dunque chiamate con il loro “nome proprio”, sintomo della stima e considerazione che in cui venivano tenute e che fece loro guadagnare il disprezzo da parte dei Romani. Le donne e gli uomini, all’interno della famiglia, avevano ruoli e compiti differenti, ma ugualmente importanti; le etrusche avevano dei propri beni, schiavi ed attività e, quando gli aristocratici loro mariti morivano in guerra, ne ereditavano le ricchezze e il potere, così come avverrà, più tardi, per le donne romane d’età imperiale.

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Sarcofago di Larthia Seianti, 150-130 a.C.,  Firenze, Museo Archeologico Nazionale

Le donne etrusche di un certo rango –che sono per l’appunto quelle di cui si sta parlando, perché le donne “del popolo”, ovviamente, non dovevano godere di certi privilegi- potevano partecipare alla vita politica ed esercitavano davvero il potere a proprio vantaggio, come nel caso dell’aristocratica Tanaquilla, la quale convinse il marito a trasferirsi a Roma e, successivamente, ebbe un ruolo preponderante nel favorire la carriera del marito che, alla fine, divenne Re con il nome di Tarquinio Prisco e, dopo la sua morte, favorì la carriera del genero Servio Tullio. Del resto, “Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”, diceva Virginia Woolf, o, per dirla come i Latini, “Dotata animi mulier virum regit” (“Una donna dotata di spirito sostiene il marito”).

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Particolare della Tomba dell’Orco, IV sec. a.C., Necropoli dei Monterozzi

Ma la donna etrusca non era solo una donna mondana, che amava prendersi cura della propria bellezza, partecipare agli eventi e alla vita politica del suo tempo: era anche l’angelo del focolare, come dimostra la quantità di mestoli, stoviglie, vasi e piatti rinvenuti negli scavi. E le Etrusche non si accontentavano mica di roba da quattro soldi! Esigevano manufatti di prima qualità, che venivano acquistati dai migliori mercanti etruschi o commercianti italici e greci che si rifornivano in grandi empori.

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Le “mamme” del Museo dell’Agro Veientano di Formello, V sec. a.C.

In assenza di fonti letterarie non possiamo essere certi dell’apporto e del ruolo della donna nell’educazione dei figli, ma non è difficile immaginare che, in quanto ad affetto, abbiano dato ai figli tutto ciò che potevano come, del resto, le mamme di ogni epoca.

 

In merito a questo argomento, abbiamo però una traccia importantissima in un reperto del territorio veientano: l’Alfabetario di Formello.
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Tumulo Chigi, Monte Aguzzo, Formello
Rinvenuta negli scavi di fine ‘800 nel tumulo Chigi (Monte Aguzzo), questa anforetta di bucchero presenta incise alcune formule alfabetiche greche, una formula magica (tipo abracadabra dell’epoca) e la dedica. In questa emerge il ruolo della madre, che si chiama Ania, che dona il vasetto (‘achapri’) fatto dal vasaio o incisore Velthur, al figlio Venel.
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Trascrizione dell’alfabetario di Formello
Quanta modernità in questo rapporto! Ania si preoccupava che il figlio conoscesse le lingue straniere e si formasse per diventare un uomo all’altezza del proprio ruolo (ricordiamo che il Tumulo Chigi era il sepolcro dei rappresentanti della Gens Pepuna, una delle famiglie più potenti della Veio della metà del VII sec a C.).
Purtroppo sembra che il ragazzo, forse un po’ gracile e debole, venne a mancare in giovane età, ma la dedizione materna di questa donna è pervenuta fino a noi superando i millenni.
Oggi questo oggetto è conservato presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, ed è stato uno dei punti di partenza per la comprensione della misteriosa  lingua etrusca, ma non possiamo dimenticare la sua provenienza veientana e formellese, e la sua natura, un dono di educazione.

E voi, che farete per la Festa della Mamma? Venite a trovare tutte le mamme del Museo dell’Agro Veientano! Abbiamo organizzato visite gratuite con focus su questo tema e, per i vostri bimbi, laboratori in cui verranno creati splendidi doni per voi! Per info e prenotazioni: didattica.amicimav@gmail.com

 

Manuela Giammarioli

 

Fonti

http://storia-e-mito.webnode.it/products/la-donna-etrusca/

 

http://www.antoniobrancadoro.it/etruschi/etrus3.htm

 

http://www.taccuinistorici.it/ita/news/antica/usi—costumi/Famiglia-etrusca.html

 

http://ilmondodiaura.altervista.org/ETRUSCHI/FAMIGLIA.htm

 

http://www.summagallicana.it/lessico/e/Etruschi.htm

 

http://ilmondodiaura.altervista.org/ETRUSCHI/etruscadonna.htm

 

Agro Veientano, museo dell'agro veientano, Senza categoria, Turismo sostenibile, Usi e costumi, veio, Veio Quotidiana

“Veio quotidiana”, puntata n. 7: in cucina con gli Etruschi (parte 2°)

Eccoci di nuovo, come ogni  lunedì, a scrivere della nostra “Veio Quotidiana”! Cercando alcune ricette per un prossimo evento di ricostruzione storica di cui… non vogliamo anticiparvi troppo, ci siamo imbattuti in una serie di ricette etrusche elaborate da chef, archeologi e antropologi d’eccezione, di cui oggi vi proponiamo una selezione: fatene buon uso!

Fra l’altro, la Festa della Mamma si avvicina… che questo possa essere lo spunto per organizzare un’originale giornata a tema etrusco, per la propria mamma o i propri figli?! Prima pranzetto a casa con le nostre ricette e poi dopo mangiato, nel pomeriggio, la visita al Museo dell’Agro Veientano è d’obbligo: le mamme potranno visitare in tutto relax le sale espositive, con la guida esperta dei nostri  operatori, mentre i bambini (4-10 anni) svolgeranno dei laboratori per creare loro un grazioso regalo! Nei prossimi giorni, vi forniremo ulteriori dettagl in merito, nella si sulla nostra pagina FB AMICI MAV! 😉

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Coppia aristocratica che banchetta, pittura murale nella Tomba della Caccia e della Pesca, 520 a.C. circa, Necropoli di Monterozzi, Taquinia

Lo chef Bruno Cantamessa, coautore del libro “La cucina storica”, ha ricostruito alcune ricette dell’Etruria Antica, ma utilizzando ingredienti più comuni e diffusi ai “ai nostri tempi, pur cercando di mantenere gli stessi sapori di allora”. Tre preparazioni sono state pubblicate online: l’una, la favata, è una ricetta adattissima a questo periodo dell’anno, la seconda è una terrina  davvero saporita fatta con ingredienti facilmente reperibili; la terza è una leccornia dolce, a base di miele, per i più golosi.

Favata

Sgranate delle fave piccole e fresche e fatele cuocere in tegame dove avrete fatto insaporire un porro (solo il bianco) e qualche fettina tagliata a dadini di guanciale. A metà cottura (circa 4-5 minuti) aggiungete un trito di timo e alloro bagnando con vino bianco. Portare a cottura. (ricordarsi che le fave cuociono in fretta!) Prima di servire aggiustare di sale e pepe nero macinato al momento.

Terrina di cipolle e uova

Affettate delle cipolle (tagliate a anelli sottili), e fatele soffriggere in olio di oliva. Salate. qb. Disporre le cipolle così preparate in una teglia a bordi alti o una terrina, coprite il soffritto con un leggero strato di farina di farro senza mescolare. Rompete sulla preparazione delle uova fresche (cercando di farle rimanere intere). Cospargete di cacio fresco grattugiato e infornate a 180° (forno preriscaldato) fino alla completa cottura delle uova. Servite con leggero prezzemolo tritato e pepe nero macinato al momento.

Miele fritto

Sbattere in un recipiente 250 g di latte cagliato con 3-4 cucchiai di miele e sale (qb.) aggiungendo poco alla volta della farina setacciata fino ad ottenere un impasto da stendere. Dopo averlo steso, ricavate dei dischi rotondi di circa 1/2 cm. di spessore e friggeteli in olio d’oliva. Disponeteli su carta assorbente e serviteli caldi addolciti con un po’ di miele.

A Chiusi, in provincia di Siena pochi anni fa si è tenuto un evento, dedicato agli addetti ai lavori, che prevedeva un tuffo di due giorni nel passato della civiltà etrusca, con escursioni, conferenze e visite guidate, ma anche con assaggi della loro cucina, preparati da alcuni ristoranti del territorio. Nell’attesa dell’appuntamento, sono state pubblicate due ricette che potessero ingolosire il lettore e renderlo curioso di partecipare ad “Anteprima etrusca”.  Eccole:

 Pesce senza pesce

Cuocere del fegato, tritarlo e aggiungere pepe e sale. Aggiungere olio. Il fegato può essere di lepre, di capretto, di agnello o di pollo. Si può dare al fegato la forma di pesce e aggiungere olio extravergine di oliva.

Capretto o agnello partico

Mettere in forno il capretto. Tritare pepe, ruta, cipolla, santoreggia, prugne di Damasco snocciolate, un po’ di aglio, vino, sale ed olio. Quando il capretto è ancora bollente si spruzza il preparato sul piatto con aceto, lo si condisce e si mangia.

Barbara Farinelli de “Lo spicchio d’aglio” riporta una ricetta che, a suo avviso, potenzialmente si avvicina molto a un piatto etrusco: si tratta della polenta di farro, che costituiva per gli antichi un accompagnamento a tutte le preparazioni a base di formaggio, carne e verdure.

Polenta di farro

Mettere 1 litro d’acqua in una capace pentola, portarla a ebollizione e salare con 5 g di sale grosso.

Unire 1 cucchiaio d’olio.

Versare 200 g di farina di farro macinata a pietra a pioggia, incorporandolo lentamente e cuocere mescolando piuttosto spesso per 45 minuti circa, fino ad ottenere una polenta della giusta consistenza.

Clotilde Vesco scrive il libro “Guida alla cucina etrusca”, in cui pubblica una delle più significative preparazioni della cucina del tempo degli Etruschi: l’acquacotta.

Acquacotta

Tagliare a fette un’abbondante quantità di cipolle e metterle a soffriggere con l’olio d’oliva. Aggiungere poi sedano a pezzi e rosolare. Amalgamare bene i due ingredienti ed unire bietole tagliate grossolanamente e brodo vegetale. A cottura ultimata versare ben bollente su fette di pane raffermo disposto a strati in una zuppiera e lasciare riposare. Si magia calda o fredda con abbondante formaggio grattugiato.

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Particolare Hydria Ricci, Cerveteri, 520 a.C., Museo Etrusco di Villa Giulia, Roma

Una serie di ricette del popolo etrusco sono state tratte dal ricettario di Apicio, il primo cuoco della Storia, e riproposte da Fabio Luciano Cocomazzi e altri autori ne “L’alimentazione degli Etruschi”, in FLER, ciclo di conferenze tenute a S. Fermo della Battaglia (Milano 2008). Eccone alcune:

Broccoletti e ciccioli di maiale

I broccoletti vanno puliti e divisi in cimette, versati in abbondante acqua salata già in ebollizione, si cuociono per cinque minuti e si scolano. I ciccioli vanno fatti rosolare nell’olio per pochi minuti, poi vi si uniscono le cime e si lasciano ad insaporire.

Minestra di farro e cavolo

Il farro va lasciato a bagno per un’intera notte, il giorno dopo viene fatto bollire in acqua salata, a metà cottura lo si versa in un soffritto preparato con olio, cipolla, aglio, sedano, carote. Lasciato insapori-re va poi aggiunto il cavolo tagliato irregolarmente con acqua calda, pepe e guanciale di maiale tagliato a piccoli dadini. La cottura deve essere ultimata lentamente, versando man mano acqua calda, così che il farro cresca gradualmente di volume assorbendo tutti gli aromi. In-fine si lascia riposare la minestra prima di servirla con l’aggiunta di un filo d’olio. Nelle regioni più a nord si usa più frequentemente il cavolo verza, in quelle centrali il cappuccio e il cavolo nero.

Minestra di ceci e castagne

I ceci devono essere lasciati a bagno per un giorno intero. Sgocciolati, vanno ricoperti con acqua fredda leggermente salata e fatti cuocere a fuoco basso per oltre un paio d’ore fino a che siano teneri. Una volta cotti, vengono scolati e per metà passati al setaccio, parte dell’acqua di cottura verrà poi riutilizzata. Nel frattempo si fanno arrostire le castagne che poi vengono sbucciate e tritate e si prepara un trito con il grasso di prosciutto, aglio, rosmarino e olio, fatto soffriggere quest’ultimo vanno aggiunti poi i ceci interi e passati con aggiunta dell’acqua di cottura e delle castagne. Fatti insaporire si versa il brodo di carne e si fa cuocere a fuoco lento e infine si aggiunge la pasta gramigna. La ricetta odierna prevede anche l’aggiunta di pomodori spezzettati.

Ecco poi una ricetta data dall’autore del blog “Ricette antiche”, che non è uno ” chef, ma uno studente di archeologia al quale, nelle lunghe ore di studio, viene un certo appetito”. Le sue ricette antiche, sono reinterpretate con una preparazione  eseguita  secondo tecniche moderne.

Fagioli con l’occhio

Mettere a mollo 250 g di fagioli con l’occhio secchi la sera prima. Portare a ebollizione dell’acqua non salata e versarvi i fagioli. Far lessare per circa un’ora (o per il tempo indicato sulla confezione), lasciando sobbollire a fuoco medio-basso. Tagliare 100 g di lardo a cubetti. Fare un trito di 6 rametti di rosmarino, 6 rametti di timo e uno spicchio d’aglio. Poi rosolare in una pentola il lardo con il trito e aggiungere metà dei fagioli lessi. L’altra metà va frullata in un mixer e aggiunta anch’essa. Aggiungere mezzo litro di brodo di carne. Portare a ebollizione, aggiungere 100 g di pappardelle o altra pasta lunga e stretta e continuare la cottura mescolando. Se si asciuga troppo aggiungere qualche mestolo d’acqua. Aggiustare di sale e pepare. Servire con una spolverata di pecorino e un filo d’olio.

Generoso Urciuoli, altro archeologo e creatore del blog “Archeo Ricette”, sulla Storia e Archeologia del cibo, ci riporta la ricetta di quella che definisce un’interessante “traccia culinaria”: la farinata etrusca.

Farinata etrusca

Per realizzarla servono farina di farro, acqua, olio, formaggio della zona di Luni, sale e pepe.

In una terrina mettere la farina nella classica forma a fontana e iniziare a versare nel centro l’acqua. Mescolare con cura. Lasciare riposare il tutto per alcune ore. Aggiungere i pezzettini di formaggio, l’olio, il sale e il pepe. Mescolare ancora con attenzione e versare il tutto (in mancanza dello scudo) in una teglia rotonda dove si è creato un leggero strato d’olio. Infornare nel forno ben caldo e lasciare cuocere il tutto per pochi minuti.

Vediamo ora, insieme, un’altra ricetta tramandata da Apicio, e riportata su Pillole di Storia. si tratta di una crema dolce chiamata tyropatinam, probabilmente di origine etrusca, ma di grande successo anche presso i Romani.

Tyropatinam

Per prepararla riempite una pentola di latte, aggiungete un bel po’ di miele e fate bollire, dopodiché unite le uova e mescolate il tutto lentamente a fuoco basso. Una volta divenuto cremoso, per renderlo ancora più vellutato, il composto deve essere filtrato attraverso un panno bianco in un’altra pentola e poi riportato nuovamente ad ebollizione affinché riacquisti consistenza. La crema è pronta: servirla fredda e spruzzata con pepe nero macinato.

Salvatore Pezzella reinterpreta la cucina storica con piatti accattivanti, quali “I crostoni all’etrusca”, due versioni dei crostoni di pane che possono costituire un ottimo antipasto:

Crostoni all’etrusca

Dorare alcune fette di pane integrale in forno e dividerle in due gruppi: sulle prime, strofinare appena con uno spicchio d’aglio; coprire quindi prima con un trito d’olive nere denocciolate, poi di prezzemolo ed infine di pinoli; sulle altre, spalmare il raveggiolo e cospargere con i gherigli interi.

Allora? Avete preso qualche spunto? Mettetevi alla prova con la cucina etrusca e, se create qualche nuova ricetta, segnalatecela!

Buon appetito!

Manuela Giammarioli

Fonti

http://espresso.repubblica.it/food/dettaglio/la-cucina-degli-etruschi-ecco-le-antiche-ricette/2061339.html

http://www.academia.edu/2100804/Lalimentazione_degli_Etruschi_in_FLER_ciclo_di_conferenze_tenute_a_S._Fermo_della_Battaglia_Milano_2008_pp.5-31

http://www.pilloledistoria.it/6821/storia-antica/antica-cucina-crema-etrusco-romana-da-una-ricetta-di-apicio

http://www.lospicchiodaglio.it/rubrica/ricette-etrusche-farro

http://toscanascosta.blogspot.it/2016/01/ricette-etrusche-i-crostoni-alletrusca.html

http://www.necropoliditarquinia.it/blog/151-etruschi-in-cucina

http://www.academiabarilla.it/italian-food-academy/secoli-tavola/cucina-degli-etruschi.aspx

https://archeoricette.com/2013/04/16/la-farinata-etrusca/

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“Veio Gioca”, Veio… giocava. Gli etruschi, questi nerd! “Veio Quotidiana”, puntata n. 6

Buongiorno ed eccoci giunti alla sesta puntata di “Veio Quotidiana”! Il 6 richiama per AMICI MAV una data speciale: in questo giorno del mese di Maggio, infatti, si terrà la prima edizione di “Veio Gioca”, la giornata ludica organizzata dall’Associazione insieme  alla Gilda del Drago Nero! Non ci sembra possa esservi momento più adatto, dunque, per curiosare un po’ su quali fossero i giochi più diffusi nell’antica Etruria!

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Il gioco del Kottabos, Tomba delle Leonesse, Necropoli di Tarquinia, 520 a.C. circa

Gli Etruschi erano dei nerd ante litteram: da loro, infatti, derivano molti dei giochi da tavolo con cui ci dilettiamo tutt’oggi, come Battaglia Navale, Filetto e Beer Pong, e anche la versione originaria di alcuni giochi di carte, come Punto Banco! I giochi di società venivano intavolati al termine dei simposi e dei banchetti, fra una chiacchera e l’altra, per continuare a stare piacevolmente insieme agli altri commensali, come dimostrato da diverse pitture giunte fino a noi, fra cui quelle della Tomba delle Leonesse.

Alcuni dei giochi “da tavola” prevedevano davvero l’utilizzo dei resti di cibo e bevande avanzati sulle tavole a fine pasto. Il kottabos, ad esempio, era un passatempo molto di moda ad Atene e in Sicilia, dove probabilmente aveva avuto origine e consisteva nel lanciare, da sdraiati, il vino avanzato nella coppa (Kylix) tenendola fra pollice ed indice, verso un piattello in bilico su un’asta metallica. A seconda del suono così prodotto, che richiamava quello delle spade e dei combattimenti, venivano date interpretazioni sull’Amore. Un altro gioco -probabilmente divertente da fare in caso di leggera ebbrezza!- consisteva nel cercare di affondare con il vino dei gusci d’uovo messi a galleggiare in un contenitore.

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Giocatore di Kottabos raffigurato su una kylix attica a figure rosse, 500 a.C. circa

 Gli Etruschi praticavano inoltre qualcosa di simile alla dama, o agli scacchi. Avevano infatti la cosiddetta Tabula Lusoria, una tavola da gioco, sorta di Backgammon, ritrovata negli scavi archeologici insieme a numerose pedine.  Questo gioco fra l’altro viene raffigurato, con tanto di sacchetto per le pedine, nella tomba dei Rilievi di Cerveteri e bisogna sottolineare che, nelle rappresentazioni, compaiono spesso a gareggiare personaggi di rango elevato, come Achille e Aiace, raffigurati su alcuni vasi attici a figure nere e rosse. Il vincitore  riceveva talvolta un premio per la sua performance, che poteva essere un frutto o una coppa nuova oppure, se ci si trovava in casa di famiglie particolarmente abbienti, uno schiavo o una schiava, a seconda delle preferenze sessuali.

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Exechias, anfora campiforme raffigurante Achille e Aiace che giocano a dadi, 540-530 a.C., Musei Vaticani, Città del Vaticano

Gli Etruschi, inoltre, amavano moltissimo il gioco dei dadi, come dimostrano i dadi in osso, in avorio e in bronzo rinvenuti in diversi siti, e si dice che addirittura il re di Veio Lars Tolumnio fosse appassionato a tale passatempo. I dadi rinvenuti sono sempre quattro o multipli di quattro, il che ha fatto pensare a regole che riguardassero proprio questa specifica.  E’ interessante notare che mentre per  alcuni esemplari vale, come per i dadi moderni, la “regola del 7”, secondo cui la somma dei numeri su facce opposte dà sempre 7 come risultato, altri dadi presentano sulle facce opposte numeri consecutivi.

Lo studio dei dadi, fra l’altro, si è rivelato importante anche per lo studio della lingua etrusca! Partendo dal rinvenimento, nel 1848, dei celebri “dadi di Tuscania”, in realtà provenienti da Vulci e oggi conservati nella Biblioteca Nazionale di Parigi, è stata infatti posta la questione dei numerali etruschi, che sono parte importante nella questione della lingua etrusca. I dadi succitati hanno infatti originalmente sulle loro facce non i simboli dei numeri, ma i nomi etruschi dei numeri: thu zal ci huth mach śal: il loro studio è importante per comprendere la resa grafico-fonetica relativa alle prime sei unità trascritte. Lo studio dei numerali consente inoltre di interpretare meglio le iscrizioni funerarie, di cui molte erano basate sui numeri e, infine, per la classificazione della lingua etrusca come lingua indoeuropea, o meno. Per chi fosse interessato a questo approfondimento, vi rimando al saggio del prof. Massimo Pittiau!

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Dadi etruschi esposti al Museo Guernacci di Volterra

Durante “Veio Gioca” di sabato sera, potrete vivere per qualche ora il divertimento degli antichi, anche grazie alla nostra special guest Monica Silvestri, la prima archeoludologa d’Italia, che ci porterà le sue riproduzioni di giochi antichi, spiegandocene le regole e permettendoci di entrare in contatto con un vecchio, nuovo modo di giocare. Se volete sapere di più su di lei e sul suo lavoro, sbirciate qua.

Manuela Giammarioli

Fonti

http://www.aliantetuscia.com/giochi-etruschi-divertimento-etruria

http://ilmondodiaura.altervista.org/ETRUSCHI/ETRUSCHIDIVERTIMENTI.htm

https://volsiniveteres.wordpress.com/2011/06/05/curiosita-divertimenti-e-spettacoli-tra-gli-etruschi/https://books.google.it/books?id=S9ANCgAAQBAJ&pg=PA273&lpg=PA273&dq=giochi+tavolo+etruschi&source=bl&ots=m_qTdrwlQv&sig=xhA0RkrIGAar_APd_jrW-UJxnNs&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiC-dvtlNLTAhXEC8AKHUvLDJk4ChDoAQg9MAU#v=onepage&q=giochi%20tavolo%20etruschi&f=false

http://www.carlo.dadamo.name/articoli/1_dadi_etruschi.htm

http://www.pittau.it/Etrusco/Studi/dadi.html

http://www.portalecasino.com/puntobanco/storia

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Veio Gioca”: il primo evento ludico a Formello. Giochi e misteri al Museo. Il 6 maggio, il Museo dell’Agro Veientano ospita una giornata di giochi da tavolo per tutta la famiglia e mette alla prova i visitatori con un’inedita “Museum Escape”

Una collezione archeologica da visitare fino a tarda sera, tanti giochi da tavolo a disposizione -per sfidare i vecchi amici e trovarne di nuovi- e una cena a buffet no-limits: questa la formula proposta dagli organizzatori di “Veio Gioca”, il primo evento ludico a Formello, che avrà luogo il 6 maggio al Museo dell’Agro Veientano.

La collaborazione fra le associazioni Amici MAV, affidataria  dal 1° marzo dei servizi museali del Museo, e Gilda del Drago Nero, dà il via a una giornata dedicata ai giocatori di ogni età, suddivisa in due diverse fasce orarie: dalle 16:00 alle 19:00, per i ragazzi fra gli 11 e i 18 anni e le loro famiglie, dalle 19:30 in poi per i più grandi.

Dopo la cena all-you-can-eat trenta fra i presenti avranno, inoltre, il privilegio di partecipare alla prima “Room Escape” mai organizzata in uno spazio espositivo, la “Museum Escape”: in seguito a una visita guidata nelle sale espositive, il gruppo avrà 30 minuti di tempo per “fuggire” dal museo, facendo luce sull’inquietante mistero lì celato, attraverso la risoluzione di enigmi e indovinelli.

La prestigiosa sede di Palazzo Chigi costituisce uno scenario adatto anche idealmente all’evento in questione: sembra, infatti, che gli Etruschi fossero avvezzi ai giochi da tavolo, cui si dedicavano alla fine dei pasti, nei simposi, per continuare ad intrattenersi insieme agli altri commensali. “Veio Gioca” permette dunque ai suoi partecipanti di divertirsi, riscoprendo in sé quel doppio filo che li lega ai propri antenati d’Etruria, attraverso i reperti archeologici, da un lato, e il gioco in compagnia dall’altro.

L’associazione Amici del Museo dell’Agro Veientano nasce nel 2012 da un gruppo di professionisti dei Beni Culturali formatisi a Veio, con lo scopo di affiancare le attività del Museo e di coinvolgere la comunità sui temi dell’Agro Veientano. Matura negli anni di collaborazione con il MAV e con il Comune di Formello esperienza nella gestione degli spazi museali, nel turismo e nella didattica, ma anche nella gestione di eventi volti a coinvolgere un numero sempre maggiore di sostenitori della cultura locale.

La Gilda del Drago Nero è da più di 10 anni il punto di riferimento ludico del lago di Bracciano. L’associazione ha una vasta collezione di giochi da tavolo, giochi di ruolo, di miniature e di carte collezionabili. L’attività della Gilda comprende Tornei, corsi di pittura di miniature, serate di gioco ed eventi in collaborazione con altri. La GdDN si trova a Bracciano, presso i locali dell’Università Agraria, ed è aperta a chiunque desideri entrare nel mondo del gioco intelligente, dai 13 ai 120 anni di età.

“Veio Gioca”

Sala Grande di Palazzo Chigi e Museo dell’Agro Veientano

Piazza San Lorenzo 3, Formello (RM)

Costo biglietti, comprensivi di visita al museo:

Pomeridiano euro 10

Serale (con cena) euro 15

Cumulativo euro 20

 

Gradita prenotazione online

Per info sull’evento:

eventi.amicimav@gmail.com

AMICI MAV

tel. 338.8248687

 

GILDA DEL DRAGO NERO

tel. 392.1288023

Manuela Giammarioli

Responsabile ufficio stampa e comunicazione “Veio Gioca” e

Associazione Amici del Museo dell’Agro Veientano

Mail: ufficiostampa.amicimav@gmail.com

Tel.: 338.8248687

FB: Amici MAV

Veio Gioca

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“Veio quotidiana”, Puntata n.5: gli Etruschi e il Sesso! (Vietata ai minori di 14 anni)

 

Eccoci giunti alla quinta puntata di “Veio Quotidiana”! Oggi, come promesso, parleremo del tanto atteso tema del Sesso per gli Etruschi! Per favore, se avete meno di 14 anni, allontanatevi subito dal pc!

Pare che gli Etruschi fossero abbastanza easy sull’argomento. Ma la solita problematica, da noi già evidenziata, dell’impenetrabilità della loro lingua non ci fa comprendere se avessero solo una certa scioltezza nei costumi sessuali, un atteggiamento non dissimile dall’emancipazione odierna, o si trattasse di una vera e propria sfacciata promiscuità e dissolutezza.

Nei dipinti parietali di alcune tombe troviamo il motivo erotico in tutte le sue sfumature: vi sono alcune scene di amore eterosessuale ed altre omosessuale, non mancano le gang bang (ammucchiate!),  scene di sadismo, prostituzione sacra (le sacerdotesse si offrivano ai viaggiatori in cambio di denaro utile alla gestione del tempio)…

Premettiamo una condizione necessaria affinché tutto ciò fosse permesso: la condizione della donna etrusca era molto diversa da quella delle donne greche e romane, le quali uscivano raramente di casa, non avevano un’istruzione e non conoscevano che il proprio marito: le Etrusche erano istruite, potevano truccarsi e vestire in modo provocante e poi, tutte in tiro, partecipavano ai banchetti e ammiccavano a uomini che non erano i loro, pur ricercando a livello amoroso un rapporto saldo e duraturo con il proprio marito.

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Specchio bronzeo dell’Antiquarium del Palatino, oggi nel Casino Salvi (Antiquarium Comunale sul Celio)

Scrive Teopompo, storico e retore, allievo di Isocrate, che visse alla corte di Filippo il Macedone, nel IV secolo a.C., che “E’ usuale presso gli Etruschi avere le mogli in comune. Esse hanno gran cura del loro corpo e fanno molta attività fisica, a volte insieme con gli uomini e a volte tra di loro. Non è vergognoso per loro farsi vedere nude. Prendono i loro pasti non vicino ai mariti, ma a fianco di qualsiasi uomo presente e bevono alla salute di chi vogliono. Sono buone bevitrici e anche di bell’aspetto. Gli etruschi allevano tutti i bambini che nascono, anche se non sempre sanno chi è il padre. E questi vivono come coloro che li hanno allevati, banchettando di continuo ed avendo rapporti con tutte le donne. Presso gli etruschi non è vergognoso avere rapporti sessuali in pubblico e perfino subirli, poiché hanno anche quest’usanza. E sono così lontani da qualsiasi pudore che quando il padrone di casa sta facendo all’amore e qualcuno lo cerca, dicono apertamente che sta facendo la tale e tal cosa, senza vergognarsi di chiamare l’atto col suo nome”.

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Sarcofago di Larth Tetnies e della moglie Thanchvil Tarnai, IV sec. a.C., scoperto nella necropoli di Ponte Rotto (tomba dei Tetnies) a Vulci, Museum of fine arts, Boston

Gli Etruschi sarebbero stati, praticamente, degli svergognati, pur ricercando l’amore con la A maiuscola nel rapporto matrimoniale, che vede -caso raro nell’antichità- uomo e donna sullo stesso piano!

Teopompo ad oggi viene ritenuto da molti semplicemente un narratore di dicerie e pettegolezzi che circolavano ai suoi tempi; il suo sguardo, comunque, può bene riflettere quello, certamente di parte, di tutta la popolazione ellenica verso la civiltà etrusca.

La concezione di un comportamento femminile di tale emancipazione e libertà di costumi era incomprensibile ai Greci tanto che il sostantivo “Etrusca”, presso di loro, divenne sinonimo di “prostituta”. Questo probabilmente perché i greci, ammettendo solo le “Etere” presso i propri banchetti, giudicavano male il fatto che gli Etruschi accettassero di farvi partecipare anche le proprie mogli… Tuttavia, sembra che questo popolo non praticasse la poligamia, ma che fosse anzi monogamo e tenesse in gran conto il valore del matrimonio; dai dipinti parietali rinvenuti sulle tombe sembra che le donne, presso i banchetti, sedessero accanto ai propri mariti e non al primo venuto e che le uniche davvero nude e “avvinazzate” fossero le danzatrici. Se la paternità indistinta era, in generale, una caratteristica di diverse civiltà primitive, (e gli Etruschi non si possono certo definire “primitivi”!) dagli affreschi giunti fino a noi non risultano giovani che compiono atti sessuali: essi sono intenti in attività tipiche della loro età, sempre sotto la supervisione degli adulti (che poi, proprio i Greci avrebbero da ridire sui costumi sessuali dei giovanetti?)

La presunta “svergognatezza” degli Etruschi si dovrebbe, infine, ricondurre nell’ambito di una più normale “naturalezza”, senza particolari pudori, con cui veniva vissuta la sessualità.

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Particolare della Tomba dei Tori, 530 a.C. circa, Necropoli dei Monterozzi, Tarquinia

Ma dove possiamo incontrare esempi visivi della sessualità etrusca? Vi sono numerosi ex-voto raffiguranti genitali maschili e femminili; numerose sono le raffigurazioni erotiche sul retro degli specchi, ma si tratta soprattutto di soggetti tratti dalla mitologia greca, così come avviene per molti vasi di terracotta: il primo esemplare a noi noto con scene erotiche di origine etrusca è il vaso di Tragliatella, attualmente al museo di Villa Giulia, a Roma. Per quanto concerne la pittura parietale, vi sono due importanti testimonianze nella Necropoli di Monterozzi a Tarquinia (VT).

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Particolare della Tomba dei Tori, 530 a.C. circa, necropoli dei Monterozzi, Tarquinia

Nella Tomba dei Tori, del 530 a.C. circa., composta da un grande atrio da cui si dipartono due camere, i sei frontoni presentano raffigurazioni animalistiche e araldiche. Nello spazio fra le due porte della parete di fondo è rappresentato Troilo, il più giovane dei figli del re troiano Priamo, che a cavallo si dirige verso una fonte, luogo in cui Achille, secondo la tradizione non contraccambiato nel suo desiderio per il principe, lo assale, uccidendolo successivamente nel tempio di Apollo, dove questo si era rifugiato per sfuggirgli. Si tratta dell’unica scena derivata dalla mitologia ellenica di tutta la pittura parietale della Tarquinia, di epoca arcaica.

Nel fregio sopra le due porte della parete di fondo si trovano due tori. Sulla sinistra, il primo toro guarda pacatamente verso lo spettatore, incurante dell’atto sessuale che ha luogo a poca distanza da lui: un uomo penetra una donna distesa, con la schiena sulla schiena di un altro uomo. Tutti i partecipanti all’orgia sono nudi e, secondo la tesi di alcuni, fra cui Omero Bordo di Etruscopoli.it, in origine vi potrebbe essere stata anche la figura di un’altra donna (cancellata? deteriorata? mai realizzata?), a cui l’uomo carponi praticava un cunnilingus.

L’altro toro invece è visibilmente infuriato, e sembra stia per incornare una coppia che pratica un rapporto omosessuale fra i campi e che appare indifferente alla minaccia dell’animale.

Nei dipinti, bisogna notare che gli uomini sono dipinti con colori scuri, le donne con colori chiari; nella scena “campestre”, l’uomo che si trova dietro -fa notare il sito della Onlus Canino Info- ha dei tratti somatici  e il copricapo che ricordano quelli del ritratto di Troilo nella zona centrale della tomba; inoltre il diverso atteggiamento dei tori verso le due scene, eterosessuale e omosessuale, sembra una condanna del secondo a favore del primo. Si tratta, forse, di un’opinione negativa sull’omosessualità da parte del defunto sepolto nella tomba (personificato, forse, nel toro infuriato, dai tratti fortemente antropomorfi)? In effetti l’omoerotismo, pur se praticato, non entra mai nella quotidianità della vita degli Etruschi, come invece fu per i Greci. In alternativa, si crede che l’intero ciclo potrebbe rappresentare una condanna dei costumi ellenici per cui Achille, notoriamente avente un ruolo “attivo” nei rapporti con Troilo (perpetrati, anzi, in modo talmente furente che, secondo alcune versioni, Troilo ne sarebbe rimasto ucciso), passa al ruolo di “passivo”, rappresentando cioè il Greco dominato e punito.

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Particolare della Tomba della Fustigazione, 510-500 a.C., Necropoli dei Monterozzi, Tarquinia

La seconda tomba della Necropoli di Monterozzi dai soggetti parecchio spinti è la Tomba della Fustigazione, datata fra VI e V sec. a.C. Qui possiamo osservare come la donna si trasformi solo in un oggetto sessuale. Sulla parete di fondo e sulle laterali di questo sepolcro a camera unica si trovano tre porte, che rappresentano altrettanti passaggi per l’aldilà. Sulla parete destra si trova la “fustigazione” che dà il nome a tutta la tomba, e rappresenta una donna sodomizzata da un uomo, che la frusta con una verga, e mentre esegue una fellatio verso un secondo uomo, che la colpisce a mani nude: una scena che sarebbe piaciuta al Marchese De Sade. Un secondo gruppo sulla stessa parete mostra una donna impegnata con due uomini in un rapporto sessuale, nella posizione “a sandwich”.

In questo caso, non sembra possano esserci molte diverse letture:  sembra evidente che il ciclo dei dipinti rifletta un apprezzamento del sesso da parte del defunto: dipingerlo sulle pareti del monumento funebre significa portare un po’ di quelle emozioni nella vita dopo la morte (di cui abbiamo parlato la scorsa settimana).

In mancanza di fonti scritte, purtroppo, non molto di più ci è dato di sapere, ciò che è certo è che le scene dipinte su queste tombe, così vitali -sia che siano soltanto un’esaltazione gioiosa dell’atto sessuale, sia che abbiano una funzione educativa- rappresentano un sostanziale contrasto con la dimensione in cui si collocano riproponendo, ancora una volta, quel binomio di Amore e Morte, presente fin dalle antiche tradizioni, in tutte le epoche.

E per finire in bellezza vi annunciamo che da oggi AMICI MAV vi aiuterà, se vorrete, a celebrare l’Amore assistendovi nella vostra cerimonia civile all’aperto a Formello, in tutti gli spazi demaniali del Comune (torrenti, prati, boschi e persino nel nostro museo… nulla vi è più precluso!), e, se volete, anche con il rito e addio al nubilato etruschi! Questa settimana apriremo la nostra pagina FB dedicata… intanto, se volete, scriveteci a matrimoni.amicimav@gmail.com!

Manuela Giammarioli

Fonti

http://www.larth.it/lo-status-della-donna/

http://www.stilearte.it/come-facevamo-lamore-al-tempo-degli-etruschi-accusati-di-eccessive-liberta-sessuali/

http://www.canino.info/inserti/monografie/etruschi/eros_etruschi/eros_etruschi_3.htm

LA LIBIDO AL TEMPO DEGLI ETRUSCHI Come facevamo l’amore al tempo degli Etruschi, accusati di eccessive libertà sessuali dai greci e dai romani

https://it.sputniknews.com/opinioni/201702144072104-amore-sesso-al-tempo-degli-etruschi/

https://www.etruscopolis.com/tomba-dei-tori

http://www.instoria.it/home/tomba_tori_fustigazione_tarquinia.htm

Claudio Lattanzi, Amore e sesso al tempo degli Etruschi, Intermedia Edizioni

https://sites.google.com/site/ieraporneusis/etruschi

http://www.canino.info/inserti/monografie/etruschi/eros_etruschi/eros_etruschi_2.htm